“Nei giorni seguiti al disastro, nessuno aveva la forza di reagire, la città era stata privata della propria anima. Io stesso ho aiutato ad ammassare centinaia di corpi”. Sono queste le parole con cui T.R. Chouhan, ex dipendente della Union Carbide, descrive l’indomani del massacro. A differenza di altri 650 operai, rimasti senza lavoro dopo la chiusura dello stabilimento nel novembre dell’84, all’epoca della tragedia lui era ancora assunto, anche se quel giorno stava rientrando da una trasferta fuori città. “Lavoravamo in condizioni di pericolo – continua l’ex operaio, autore anche di due libri in cui racconta i retroscena –, a rischio di contaminazione da sostanze chimiche. Nell’81 tre colleghi furono esposti ad una fuoriuscita di gas, e uno morì dopo 72 ore”. Racconta che il loro salario era di poco superiore alla media, tuttavia non sufficiente se considerati i rischi. “Avevamo un sindacato interno che spingeva per vederci riconosciuti degli aumenti, e l’implementazione dei sistemi di sicurezza. Tutto invano, ricordo che dei sindacalisti furono anche licenziati”.
Qualcuno di quei lavoratori morì in seguito al disastro, altri trovarono un impiego pubblico messo a disposizione dal Governo, altri ancora furono assunti da aziende private, ma tutti continuano a portare dentro un pesante fardello. La consapevolezza che i responsabili non siano stati chiariti del tutto, almeno in sede legale, cui si aggiunge il gravissimo problema dell’inquinamento della falda acquifera, divenuto la tragedia nella tragedia. “Nell’84 tantissimi bambini e ragazzini sani furono esposti alla contaminazione – spiega Tarun Thomas, volontario del Chingari Trust, ong che fornisce assistenza ai bambini nati con malformazioni –, alcuni si ammalarono, altri per lungo tempo non manifestarono sintomi particolari. Tuttavia, molti dei figli di quella generazione nascono con deformità, ritardi mentali, cecità, problemi di cuore, poi casi di cancro precoce con incidenza ben superiore alla media. Li identifichiamo come Seconda Generazione di Bhopal. Purtroppo il problema non sembra destinato ad esaurirsi, colpa della contaminazione delle falde acquifere, origine di nuovi casi, e di gravi patologie dovute all’avvelenamento”. Entriamo nell’edificio a due piani, e subito siamo attirati da un cartellone fissato al muro, sul quale spiccano le foto di alcuni giovani pazienti. Due passi lungo il corridoio centrale, e sulla sinistra si aprono un paio di stanze adibite a sala giochi, lettura e insegnamento. Come d’abitudine in India ci siede sul pavimento, nel caso preparato con stuoie e materassi spessi 5 centimetri. Sulla destra troviamo invece la sala riabilitazione, quella più importante dell’edificio, dove vengono prestate cure a decine di bambini colpiti da deformazioni e problemi alle articolazioni. “Per quanto piccola e attrezzata con strumenti un po’ obsoleti – commenta Tarun –, riusciamo ad alleviare le sofferenze dei nostri pazienti, sollevando anche le famiglie da costi che non riuscirebbero mai a coprire”. Il centro funziona grazie a Rashida Bee e Champa Devi Shukla, da sempre impegnate nell’aiuto delle vittime di Bhopal, vincitrici nel 2004 del prestigioso Goldman Environmental Prize, il nobel degli ambientalisti, assegnato a San Francisco. Ricevettero 120 mila euro, cifra che in India ha ben altro valore, devolvendoli totalmente a sostegno del Chingari Trust.

Articolo pubblicato su Area7 (www.area7.ch)

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