Bandire di preghiera tibetane sul lago Manasarovar in Tibet.Un lembo di Tibet in terra indiana
Il confine con la Cina è segnato dalla frastagliata dorsale montuosa dello Zanskar che si eleva a perdita d’occhio oltre i 6000 metri. L’asfalto della Hindustan Tibet Road risale la valle del fiume Sutlej e dista appena 5 chilometri dall’Altopiano del Tibet; ciononostante, il distacco è ulteriormente marcato dal congelamento dei rapporti (e delle frontiere) con Pechino, seguito alla crisi Indo-Cinese del 1962. Ci troviamo nel Kinnaur settentrionale, a 3400 metri di quota, remota area tribale dell’Himachal Pradesh, sulla via per Kaza, capoluogo del distretto indiano dello Spiti. Qui, nei secoli, carovane di pastori, commercianti e pellegrini hanno solcato la Old Hindustan Tibet Highway – una delle più antiche e importanti rotte commerciali che collegava il regno indiano di Rampur Bushahir  a Lhasa, in Tibet – ora ridotta ad una malconcia via di accesso ai pascoli estivi d’alta quota. Per quanto gli attriti esistenti tra i due Giganti asiatici abbiano interrotto bruscamente i rapporti, in questo distretto sopravvive una profonda continuità geografica e culturale con il Tibet, evidente soprattutto nei gompa (monasteri) disseminati lungo il corso del fiume Spiti, tra Tabo e il passo di Kunzum La, dove sopravvivono le principali tradizioni buddiste di origine tibetana. Altrettanto chiara l’omogeneità morfologica del paesaggio, brullo e punteggiato da una vegetazione rada d’alta quota, tale da costituire un prolungamento in terra indiana dell’Altopiano, da cui l’appellativo (valido anche per il Ladakh) di Piccolo Tibet.

Una realtà di confine sospesa tra occupazione ed esilio
Nell’attraversare questo sperduto angolo di India, si ha l’impressione di essere sospesi nel tempo e nello spazio tra due poli distinti: la Cina da un lato e l’esilio in India dall’altro. In Spiti, continuano ad essere tramandati il sapere e le pratiche buddiste, così come avveniva nel passato (in parte e con crescenti difficoltà anche oggi) oltre il confine orientale, a Lhasa. È proprio la capitale ad avere assunto un ruolo chiave nella questione Tibet. Lo sanno i tibetani, per i quali rimane la Città Sacra per antonomasia. Lo sa Pechino, fautrice negli anni di continue pressioni, volte ad imporre nuovi modelli di vita a suon di finanziamenti, infrastrutture e benessere, sperando di estirpare la precedente ‘società feudale’. Poco più ad ovest dello Spiti invece, sempre in Himachal Pradesh, sorge il villaggio di McLeod Ganj, dal 1960 sede di quello che viene definito Governo Tibetano in Esilio, nonché dimora di Sua Santità Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama. Da questo villaggio in pieno territorio indiano, ormai divenuto mèta di pellegrinaggio per i buddisti di tutto il mondo, occidentali compresi, partono le principali azioni di sensibilizzazione internazionale e mobilitazioni dei tibetani, decisi a fare rientro nella propria terra di origine.

Nonviolenza o indipendenza, il dualismo dei tibetani in esilio
Tra i tibetani venuti a vivere a ridosso del confine dopo la fuga dall’invasione cinese, prevale una sorta di contrapposizione sulle modalità di concezione della Causa Tibetana. Li abbiamo incontrati lungo i vicoli di Kaza, in un autobus sgangherato o all’interno dei più importanti gompa quali Dhankar, Tabo e Ki. Sebbene giovani e vecchi, uomini d’affari e monaci siano indissolubilmente legati gli uni agli altri dal collante della disciplina buddista, e dalla volontà di ritornare alla loro terra di provenienza, gli approcci cambiano a seconda degli interlocutori. Dalle parole dei lama più anziani, emerge piena fiducia nella strategia non-violenta della Via di Mezzo, intrapresa dal loro Capo Spirituale per garantirsi almeno una chance di vedere riconosciuto al Tibet uno statuto speciale, simile a quello concesso ad Hong Kong nel 1997. Con questa presa di posizione, gli stessi tibetani riconoscono l’appartenenza alla Cina, e abbandonano ogni prospettiva di indipendenza, pur pretendendo una forma estesa di autonomia. Stando alle loro attese, ciò consentirebbe il ritorno a Lhasa dei fuoriusciti, e l’instaurazione di un surrogato del precedente sistema di potere con a capo il Dalai Lama. Una soluzione inaccettabile per Pechino, consapevole che l’oggetto della contesa ha una superficie pari al 20 percento della Cina, e che una terra così vasta, abitata da appena 5 milioni di tibetani, rappresenta una valvola di sfogo alla pressione demografica esercitata da un miliardo e 300 milioni di cinesi. Senza contare la presenza di enormi risorse idriche, minerarie e naturali, sufficienti al governo cinese per colonizzare l’intera area, diluendo la supremazia etnica dei tibetani con il trasferimento a Leh e dintorni di migliaia di cinesi Han, allettati da incentivi e politiche di chiaro favoreggiamento. Così facendo, Pechino è riuscita a trasformare i tibetani rimasti in una sorta di attrazione turistica, alimentando anche l’atavica diffidenza esistente tra ‘nativi’ e ‘coloni’.
Se all’interno dei gompa dello Spiti contano soprattutto i messaggi in arrivo da McLeod Ganj, del tutto diversa sembra la posizione dei tibetani più giovani, molti dei quali hanno la possibilità di spostarsi frequentemente per studio o lavoro, ampliando così le vedute e maturando uno spiccato scetticismo verso la prospettiva dello statuto speciale. Lo si capisce ascoltando le parole di Norbu – trentenne alla moda nato in India da genitori tibetani, laureato in scienze ambientali –, incontrato in un uno degli affollati autobus Tata in partenza dalla polverosa stazione di Kaza. Per lui la Via di Mezzo non potrà mai risolvere il «dramma dell’invasione cinese», consolidata a tal punto da poter essere risolta solo con la «rimozione totale», cui dovrebbe «seguire l’indipendenza». Secondo Norbu – ma il suo pensiero rispecchia in buona parte le posizioni condivise da molti giovani monaci e laici –, per liberare il Tibet dalla presenza cinese bisogna agire in modo concreto, «usando la forza se necessario», e non solo sensibilizzando l’opinione pubblica internazionale a suon di missioni all’estero. Appare evidente nelle sue affermazioni, la volontà di prendere le distanze dalla ‘non-violenza’ predicata dal Dalai Lama, causa di un’inquietudine crescente manifestata anche dal Tibetan Youth Congres (Tyc, il Congresso dei giovani tibetani), i cui membri, a quasi 40 anni dalla fondazione, hanno iniziato ad agire autonomamente, concependo anche azioni brutali come avvenuto nel mese di marzo a Lhasa e nelle regioni limitrofe.

Nuovi compromessi tra New Delhi e Pechino
Ad influire sullo scenario fin qui descritto, subentra l’evoluzione dei rapporti tra India e Cina, passati dalle tensioni degli ultimi decenni, ai recenti segnali di distensione, culminati nel 2007 con una serie di manovre militari congiunte in prossimità del confine. Mentre sul finire degli anni ’50 il Governo Nehru doveva consolidare la propria posizione agli occhi di un Paese appena giunto all’indipendenza, offrendo dimostrazioni di forza e l’idea di unità nazionale, l’attuale premier Singh si trova alla guida di una new entry nel salotto buono dei potenti della Terra, spinta da un’economia in grado di imporsi sui mercati internazionali, consapevole dell’importanza del proprio ‘capitale umano’ formato da stuoli di ingegneri, informatici e manager sfornati da università di alto livello. Ecco che la crisi Delhi-Pechino, innescata nel 1960 per rivendicare i presunti confini storici dell’India – e freddare l’ardore nazionalistico seguito alla caduta del Raj Britannico –, sembra possa essere risolta, o meglio messa da parte. Lo conferma il messaggio comune lanciato lo scorso anno con la riapertura del passo di Nathu La, al confine tra Sikkim (India) e Tibet, dove un tempo transitavano l’80% dei commerci con la Cina. È quindi evidente come le priorità del XXI secolo siano l’intensificazione degli scambi bilaterali, l’attuazione di strategie comuni di approvvigionamento energetico e di materie prime, e la creazione di (almeno) un fronte di stabilità, utile ad attirare ulteriori investimenti stranieri. Inevitabili a questo punto ripercussioni anche per i tibetani in India, i quali a marzo si sono trovati di fronte schiere di poliziotti incaricati da Delhi di bloccare la marcia dei monaci diretti in Tibet lungo il confine occidentale. Allo stesso modo era stata sorvegliata e difesa l’ambasciata cinese nella capitale, e ribadito più volte ai manifestanti che non sarebbe stata tollerata alcuna violazione agli accordi presi con il Governo Tibetano in Esilio, tra i quali è prevista l’astensione da attività politiche che possano compromettere la serenità dei rapporti Delhi-Pechino.

L’India resta legata alla popolazione tibetana
A spingere nel senso opposto alle attuali scelte di realpolitik adottate dal Governo Singh, subentra la necessità di non deludere gli Stati Uniti, da sempre sostenitori della causa tibetana, soprattutto dopo gli accordi in sede di Nuclear Supplier Group siglati a luglio. Da non sottovalutare poi per New Delhi la vicinanza delle elezioni, cui parteciperanno milioni di cittadini simpatizzanti non solo  per il Dalai Lama, ma anche per la dottrina del buddismo che trova le sue origini nel cuore della Pianura Gangetica. Sconsigliabile quindi per il Governo Indiano attuare scelte radicali nei confronti dei tibetani, in quanto il malcontento potrebbe riacutizzare anche le spinte autonomiste della maggioranza buddista dell’Arunachal Pradesh e delle altre regioni montuose del confine nord orientale, dove proliferano movimenti di guerriglia da sempre sostenuti da Birmania e ovviamente Cina.  

Articolo pubblicato su East n21, Ottobre 2008 (www.eastonline.it)

 

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