New Delhi, 20 maggio 2009. Ieri, nel corso di un intervento davanti ai media, il singh-e-advanileader del Congresso Manmohan Singh ha delineato le priorità del nuovo governo, che presto dovrà riprendere in mano le redini della più popolosa democrazia mondiale. Tra i primi punti nell’agenda figurano riforme in ambito agricolo, industriale e in generale all’economia per risolevvare il paese dalla recessione, e generare nuovi posti di lavoro. Importante per Singh, anche l’attuazione di nuove strategie per favorire la suddivisione della ricchezza tra i poveri e i poverissimi che vivono nelle aree rurali, da dove sono giunti gran parte dei voti che hanno decretato la netta vittoria del Congresso. Durante la campagna elettorale infatti, Singh e i suoi hanno promesso nuovi e cospicui investimenti nelle aree depresse del paese, dove milioni di cittadini conducono una vita difficile, lontana anni luce dagli sfarzi delle grandi  metropoli indiane. Previsto inoltre un programma per incentivare l’impiego pubblico, assieme al ridimensionameto o all’annullamento del debito dei contadini. “I cinque anni che ci attendono potrebbero essere decisivi – ha dichiarato il premier -, se riusciremo a mantenere il tasso di crescita dell’ultimo quinquennio potremo ridurre la povertà, originare nuovi posti di lavoro, accelerare lo sviluppo urbano e l’industrializzazione, e cambiare la vita della nostra gente”. Di certo per il Congresso e la coalizione dell’UPA sarà un pò meno difficile, grazie ai 262 seggi parlamentari ottenuti su un totale di 545. A questi si sommano i 44 seggi ottenuti in Uttar Pradesh dal Bahujan Samaj Party e dal Samajwadi Party, i cui leader hanno recentemente dichiarato di volersi schierare dalla parte del Congresso.

Mentre il partito presieduto da Sonia Gandhi pensa agli impegni del futuro, il Bharatiya Janata Party si guarda alle spalle, cercando di capire dove ha sbagliato. Per la destra hindu guidata dall’86enne Advani, 116 seggi sono una sconfitta bruciante, in buona parte dovuta agli errori commessi negli ultimi mesi. In primo luogo il BJP non è stato in grado di approfittare politicamente della crescita dei prezzi, o almeno di usarla contro il Congresso. Poi l’inflazione, giunta sotto il precedente mandato Singh al 13%; milioni di posti di lavoro perduti, e non per ultimi i gravi attentati terroristici che hanno scosso i principali centri del paese, palesando le lacune del precendente governo in materia di sicurezza nazionale. Piuttosto di fare leva su queste problematiche, considerate centrali per ricchi e poveri, il BJP ha dato maggiore importanza all’ideologia hindu da cui trae ispirazione, arrivando agli eccessi di Varun Gandhi, rappresentante del partito in Uttar Pradesh, arrestato dopo gravi dichiarazioni contro i musulmani. Pesanti anche le ripetute uscite dei leader del BJP in cui promettevano di ricostruire il tempio di Ram ad Ayodhya, dove nel 1992 scoppiarono gravi disordini tra hindu e musulmani con migliaia di vittime. Se non bastasse, una delle principali lacune per il partito di destra è la mancanza di continuità generazionale rispetto al Congresso, con l’82enne Advani messo di fronte al giovane Rahul Gandhi, considerato l’erede di Manmohan Singh, e cosa più importante è un discendente diretto della dinastia Nehru Gandhi. Se realmete il BJP intende riprovare, e magari costruire qualcosa di buono per il futuro, deve necessariamente rinverdire le proprie fila, individuando un leader giovane e carismatico in cui centinaia di milioni di elettori poco più che ventenni possano rispecchiarsi. Altrettanto importante, staccarsi una volta per tutte dalle posizioni radicali che hanno contraddistinto la storia del principale partito di opposizione.

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