New Delhi, 7 aprile 2009. A pochi giorni delle elezioni generali, il 38enne Rahul Gandhi scende in campo con il Rahul Gandhi Discorsopartito di centrosinistra del Congresso, riprendendo la saga della più celebre dinastia indiana. Spetta a lui sostituire il premier uscente Manmohan Singh nella bagarre di fine campagna, la cui conclusione è prevista a poche ore dall’apertura delle urne il 16 aprile prossimo, quando 700 milioni di votanti metteranno in moto l’immensa macchina elettorale indiana, che un mese più tardi decreterà il vincitore. Il giovane rampollo dei “Kennedy indiani”, dovrà spianare la strada a Singh, lanciandolo verso il secondo mandato alla carica di premier. Forte della discendenza da tre primo ministro (il bisnonno Jawharlal Nehru, la nonna Indira Gandhi assassinata dalle guardie del corpo nell’84, e il padre Rajiv Gandhi vittima di un attentato suicida in Tamil Nadu nel ‘91), Rahul Gandhi si è subito immedesimato nel ruolo di leader politico, presentandosi agli elettori come effigie dell’India che cambia, senza lasciare nulla al caso. Abito punjabi bianco tradizionale e cellulare all’orecchio, paladino dei fuori casta nei villaggi più sperduti e pilota di auto da corsa nella pista di Gurgaon, amante del cappuccino e sostenitore dell’azzeramento dei debiti per i contadini poveri. Al di là della cura dell’immagine, il primogenito di Sonia Gandhi – presidente del Congresso, indo-italiana originaria di Lusiana (Vi) – sembra aver ereditato la capacità oratoria e l’appeal propri della dinastia Nehru-Gandhi, passando con la velocità del fulmine da un comizio in piazza, ad un post nelle pagine del suo blog. Con lui, il Congresso punta a quei 100 milioni di neoelettori di età compresa tra i 18 e i 24 anni, il cui voto potrebbe fare la differenza, e avvicinare il traguardo dei 200 seggi alla Lok Sabha (la camera bassa). Un risultato probabile ma non scontato, per i dissidi interni all’Upa (United Progressive Alliance), la coalizione guidata dalla Gandhi, che a inizio aprile ha perso l’appoggio dei comunisti indiani, cruciali per l’ottenimento della maggioranza nel 2004. Poi viene l’opposizione del BJP (Bharatiya Janata Party), la destra nazionalista hindu guidata da Lal Krishna Advani, che come contromossa ha schierato un altro discendente diretto di Nehru, il 29enne Varun Gandhi, bandito dal potente casato indiano dopo la morte del padre Sanjay. Il carattere non proprio docile del giovane Varun – arrestato per aver promesso ai 160 milioni di musulmani indiani di “tagliare loro la gola dopo le elezioni” –, e la rivalità venuta ad innescarsi con Rahul, hanno riaperto il vaso di Pandora della più potente famiglia indiana, già segnata da scandali e tragedie.

Articolo pubblicato su L’Arena di Verona

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