Shopian (Kashmir), 4 giugno 2009. Continuano i disordini in Kashmir Kashmir Shopian provocati dal rapimento e dall’uccisione di due donne nella città di Shopian. Mentre le autorità cercano di ricostruire i fatti e stabilire cosa sia accaduto  nella notte di venerdì e sabato, i leader dei gruppi separatisti hanno invocato lo sciopero generale, paralizzando anche nella giornata di ieri strade e negozi, soprattutto nella città in cui vivevano le due cognate vittime di ignoti. Ad aumentare la tensione, sfociata in proteste violente, sono le voci che imputano il duplice omicidio alle forze di sicurezza indiane, incaricate di mantenere il Kashmir sotto il controllo di New Delhi. Non è un segreto il fatto che le truppe schierate nel tormentato stato del Nordest indiano, siano più volte state additate per gravi abusi, rapimenti e uccisioni. Tuttavia, fino a quando non sarà ufficializzato l’esito della doppia autopsia (per ora riservato), ogni strada resta aperta, anche se i separatisti sembrano avere pochi dubbi in merito. Per controllare la situazione, nel distretto di Shopian è stato imposto il coprifuoco.

Mentre in Kashmir continuano i disordini, da Islamabad è giunto un appello da parte del premier Yousuf Raza Gilani, chiedendo alle ‘forze occupanti’  (indiane) di fermare la repressione. In cambio ha offerto “il supporto politico e militare pakistano agli abitanti del Kashmir per il loro diritto all’auto-determinazione”. Nel suo intervento di martedì, il primo ministro ha auspicato che le forze di sicurezza mettano fine una volta per tutte agli abusi e alle violenze, contribuendo a creare un clima che permetta la conclusione della disputa in corso in Jammu e Kashmir (contesi sin dal 1947, anno dell’indipendenza, da India e Pakistan ndr). Pochi giorni dopo le elezioni indiane e l’inizio del nuovo mandato dell’Unite Progressive Alliance, la coalizione guidata dal Congresso, l’appello di Gilani più che come un’apertura al dialogo, suona quasi come un richiamo all’ordine per New Delhi, che a novembre 2008 aveva fermato il dialogo di pace con il Pakistan a causa degli attentati di Mumbai. Richiamando Manmohan Singh (premier indiano) e i suoi al “dialogo sincero per aprire il Sudest Asiatico a nuove opportunità di crescita socio-economica”, e chiedendo la fine delle violenze in Kashmir, Gilani potrebbe innescare un’onda d’urto più forte che mai a Srinagar e dintorni, dove la maggioranza musulmana non ha mai smesso di rivendicare il proprio diritto all’auto-determinazione e l’annessione al Pakistan. Onde fugare eventuali dubbi, il premier pakistano ha più volte dichiarato la volontà di riavvicinarsi a New Delhi, partendo dal rafforzamento dei commerci bilaterali, assieme alle vie di comunicaione, come il collegamento via bus tra Srinagar (capitale del Kashmir indiano) e Muzaffarabad (in Pakistan). Si tratta di un chiaro segnale per il governo indiano: inserire il Kashmir tra i punti di confronto nel dialogo di pace tra i due paesi. Possibilità più volte e fermamente respinta da New Delhi, niente affatto disposta a perdere il controllo di un’area geografica cruciale, al confine tra due vicini pericolosi come Pakistan e Cina.

2 Responses to "Cresce la tensione in Kashmir per l’uccisione di due donne a Shopian. Da Islamabad l’appello di Gilani"

  1. Emanuele Confortin  5 giugno 2009

    Ciao Marco,

    ottimo spunto bibliografico e riflessivo, grazie. Condivido quanto dici sulla ‘paranoia’ del Pakistan verso le strategie geopolitiche dell’India. Ci tengo però a segnalarti che l’India soffre dello stesso ‘virus’, in misura probabilmente più potente del vicino Paese islamico. Non passa giorno in cui da New Delhi non fuoriescano critiche, provocazioni o avvertimenti rivolti ad Islamabad. La questione è sempre la stessa: il Kashmir. Questo remoto stato del Nordest Indiano rappresenta la chiave di volta della questione Indo-Pakistana, e in un certo senso pure Afgana. Come ben sai, da ’47 le due ex colonie britanniche si stanno contendendo quel territorio strategicamente cruciale, proiettato verso il Centro Asia, al confine con Cina e Afghanistan. Il Pakistan sostiene il diritto dei Kashmiri all’auto-determinazione (non a caso già all’epoca della Partizione, gran parte dei cittadini del Kashmir votarono per l’annessione al Pakistan), mentre l’India rivendica il territorio per via della scelta dell’allora sovrano del Kashmir (di fede hindu), di rimanere annesso all’India.

    Intrecci storici a parte, non è un caso se a Srinagar e dintorni si concentra il maggior numero di soldati indiani. Qui, le forze di sicurezza (così come si fanno chiamare), adottano una strategia di controllo sul territorio non proprio trasparente, e neanche tanto rispettosa dei diritti dell’uomo. Rapimenti, omicidi mirati, violenze e abusi sono all’ordine del giorno. A pagarne le conseguenze non sono tanto i guerriglieri musulmani del LeT o di altri gruppi indipendentisti, bensì la popolazione musulmana che cerca di sopravvivere in un territorio cui è legata, ma dove negli ultimi anni la recessione ha proiettato la disoccupazione ai livelli più alti in India. Anche il turismo, che in certi periodi ha rappresentato una via di fuga dalla miseria, è drasticamente calato per via dell’instabilità del territorio e dell’impossibilità di muoversi liberamente nelle aree rurali.

    Sono sicuro che se la questione Kashmir fosse risolta, con una soluzione di compromesso, quindi equilibrata per ambo le parti, si respirerebbe aria nuova. Tuttavia, l’India non può accettare di perdere, presentandosi da sconfitta nel salotto buono dei grandi della terra. Idem il Pakistan, per il quale lo squilibrio dell’area serve a coprire lucrosi traffici verso il Centro Asia (attraverso la Karakorum Highway), in grado di spedire centinaia di milioni di dollari nelle tasche delle autorità militari che controllano le più importanti società commerciali e industrie del Pakistan. Ecco perché l’impegno delle autorità internazionali (Stati Uniti in testa), non dovrebbe limitarsi a combattere i Talebani in Swat o in Afghanistan, ma puntare ad una soluzione diplomatica in Kashmir.

    ciao e a presto
    Emanuele

  2. Marco Pacchierotti  4 giugno 2009

    Nel leggere questo servizio, mi è tornato alla mente un interessante un recente numero del Time Magazine che conteneva un ampio reportage sul Pakistan. In questo servizio (che ha persino meritato gli onori della copertina) si spiega come la società Pakistana, anche quella che diremmo per intenderci “laica”, soffra cronicamente di un certo complesso mentale che porta ad accusare l’India per qualsiasi cosa affligga il Pakistan, sorta di riflesso pavloviano che condiziona da generazioni entrambe queste nazioni.

    Ora se poi parliamo del Kashmir, anche quelli che nel migliore dei casi potrebbero essere solo fantasmi mentali, si fanno invece carne e sangue, e purtroppo, come tutte le terre di confine siamo di fronte a quel fenomeno storico-geografico, ahimé molto noto ai noi in Europa, fatto di guerre senza confine, deportazioni, muri reali o virtuali . . . . è di questi giorni poi la notizia che a Lubjana hanno re-intitolato una strada a Tito, e come un pendolo che oscilla la storia magistralmente immaginata da Vico con corsi e ricorsi, sembra ripetersi, dimentica di se stessa.

    Non che Tito abbia spinto la sua influenza sino al Kashimir, ma il mio personale corto-circuito mentale si spiega con il fatto che proprio in questi giorni sto leggendo un bellissimo libro che comincia come un racconto picaresco in quella che era allora la Yugoslavia e si conclude sul Khyber Pass: “L’Usage du Monde” di Nicolas Bouvier, con disegni di Thierry Vernet, un libro da consigliare a tutti coloro che amano viaggiare con la mente e non solo.

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