La giunta dei Generali di Rangoon, Birmania
La giunta dei Generali di Rangoon, Birmania

New Delhi, 25 febbraio 2009. Con il termine Chin, si identificano gruppi tribali dello stesso ceppo etnico,che popolano l’area montuosa della Birmania nord occidentale, a ridosso del confine con l’India. Come le altre minoranze etniche del Paese, la maggior parte dei Chin vive in condizioni di miseria assoluta, subendo per giunta la sistematica repressione del Tatmadaw, l’esercito birmano, guidato dalla giunta militare che ottenne il potere nel 1962 in seguito al colpo di stato del generale Ne Win. Uccisioni extra-giudiziarie, stupri, arresti e detenzione arbitraria, torture, privazione della libertà di culto e movimento, lavoro forzato, semi-schiavitù, estorsione e confisca delle proprietà, sono il trattamento che da anni le autorità governative riservano ai Chin, e agli altri gruppi di minoranza. A denunciarlo è Human Right Watch, una delle più importanti associazioni internazionali per i diritti umani, che a fine gennaio ha pubblicato un pesante rapporto basato su centinaia di testimonianze raccolte in 5 anni di lavoro.
La stretta dei generali di Rangoon si è intensificata con la rivolta dei “Quattro otto”, attuata l’8 Agosto 1988 dal Chin National Front (CNF), l’opposizione politica in lotta per l’indipendenza, e dal suo braccio armato Chin National Army (CNA). A più di 20 anni dal soffocamento dell’insurrezione, i soprusi del Tatmadaw proseguono ininterrottamente, e cosa più grave
senza un serio intervento da parte delle autorità internazionali, incapaci di fronteggiare l’emergenza umanitaria della Birmania. Una delle forme più diffuse di controllo e sottomissione della popolazione Chin da parte dei militari, è il ricorso al lavoro forzato. Ciò avviene in modo sistematico da anni, praticamente ogni giorno, sebbene già nel 1955 la Birmania avesse rettificato la Convenzione sul lavoro forzato del 1930, compresa nell’ILO (International Labor Organization), stabilendo la “soppressione del ricorso al lavoro forzato e a quello obbligatorio in qualsiasi forma, entro un periodo il più breve possibile”. Sono passati 54 anni da quella data, e quasi 10 anni dal maggio 1999, quando la giunta dei generali emise una legge nominata Sradicamento del Lavoro Forzato, (re)ufficializzando l’illegalità di questa pratica. Da allora, il governo birmano si rifiuta anche solo di ammettere l’esistenza del lavoro forzato, respingendo con forza qualsiasi accusa. Non fosse che decine di migliaia di tribali continuano a trasportare a spalla i pesanti carichi dei militari birmani sin nel cuore della giungla, o lungo i ripidi pendii delle montagne. Poi installano campi, cucinano, svolgono lavori di manutenzione, riparano  strade, le sgombrano dalle frane al termine della stagione delle piogge, o le costruiscono ex-novo dove non ne esistono. La manodopera viene letteralmente sequestrata dai villaggi, all’improvviso, e costretta a bastonate o con il fucile puntato ad accodarsi ai convogli degli aguzzini di Rangoon. “Se ci sono 365 giorni in un anno, i militari ci chiamano a lavorare per loro 165 giorni” è la dichiarazione di una donna Chin, intervistata da Hrw nel villaggio di Thantlang. Poi un uomo a Matupi: “siamo come schiavi. Dobbiamo fare qualsiasi cosa ci venga ordinata (dai militari ndr)”. Spesso l’onere di scegliere gli uomini da assoldare come lavoratori spetta ai capi villaggio, creando inevitabili risentimenti che complicano la convivenza degli abitanti. Le persone scelte (in maggioranza maschi, ma in caso di necessità anche le donne) vengono assegnate a diversi progetti governativi, generalmente opere edili o infrastrutture, lavorando gratuitamente a ritmi talvolta insostenibili, sotto la minaccia di subire violenze o di finire in prigione per un periodo imprecisato. “Dobbiamo portarci tutto dal villaggio, compresi cibo e attrezzi – si legge in un’altra intervista -. Se qualcuno non è in grado di lavorare, deve rendere soldi o cibo alle autorità”. Sono anni che i Chin birmani fuggono dalle loro terre per sottrarsi all’oppressione governativa, puntando alla Thailandia ma soprattutto al vicino Mizoram (stato dell’India), con il quale esiste una continuità storica e sociale. Qui però la situazione cambia poco o nulla. Una volta giunti in territorio indiano, i Chin si vedono negato lo status di profughi, finendo anche qui vittime di datori di lavoro senza scrupoli, perseguitati dalle autorità governative e da gruppi di giovani nazionalisti che periodicamente organizzano campagne ‘anti straniero’. Il governo di New Delhi finge di non sapere. Vietato per compromettere i rapporti con un vicino ‘buono’ come la Birmania, da dove provengono gas, legno di tek, minerali e pietre preziose usate per alimentare l’economica dell’Elefante. Ebbene, anche i Chin rientrano nella strategie economiche di New Delhi, ma in qualità di pedine sacrificabili.

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