Naypyidaw, 25 Novembre 2014. Nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, rilanciamo un servizio proposto Burma rapesdal Guardian, sulle violenze sessuali in Burma. Si parte da un eloquente report diffuso dalla Women’s League of Burma (WLB), organizzazione cui fanno capo 13 ong per la salvaguardia dei diritti delle donne burmesi. Nel documento viene denunciato come a Burma esista e sia protetta a tutti i livelli, una politica di controllo delle minoranze etniche e religiose, quindi dei territori ricchi di risorse, basata sull’impiego sistematico dello stupro e degli abusi sessuali sulle donne. Si tratta di violenze individuali (praticate da un militare ai danni di una donna), o di gruppo (più militari verso una o più donne), applicate nella più totale impunità da soldati di ogni grado, in tutte le aree più sensibili del Paese. Nel report si parla di 118 casi accertati nel 2013, dato che evidenzia la punta dell’iceberg, in quanto rappresenta uno spaccato minimo del problema. Purtroppo la sistematica impunità concessa ai soldati e i timori di subire rappresagli in caso di denuncia, costringono molte vittime a subire in silenzio e a non denunciare i fatti. All’origine dell’inasprirsi della situazione ci sono i grandi progetti infrastrutturali avviati dal governo di Naypyidaw, tra i quali nuove miniere, centrali idroelettriche e la creazione di gasdotti. Queste iniziative hanno provocato il dispiegamento di nuove truppe in zone già fortemente militarizzate, e di conseguenza sono cresciuti anche i casi di abusi e violenze sessuali, commessi anche ai danni di bambine di 8 anni. Secondo il report di WLB, le modalità di esecuzione e la distribuzione delle violenze sono il risultato di una pianificazione: “la violenza sessuale rimane una pratica istituzionalizzata”, si legge nel documento. “I soldati non si preoccupano delle denunce per crimini sessuali o abusi. Se un capitano o un comandante commettono degli stupri, cercano di salvare la situazione tornando a casa della vittima per scusarsi, e offrono del danaro. Anche i militari di alto rango si comportano in questo modo. Nel caso in cui abbia luogo uno stupro di gruppo, i responsabili vengono trasferiti in un altro campo prima che la notizia diventi pubblica”. Qualora ‘scuse’ e ‘danaro’ non bastino ad evitare denunce, viene messa in atto la tecnica dell’intimidazione, attuata in modo sistematico anche per mantenere il silenzio nei frequenti casi di furto, estorsione e sfruttamento commessi ai danni delle stesse comunità.

Il presidente Thein Sein, nominato nel 2011 dopo mezzo secolo di dittatura militare, nel corso della sua campagna di riforme volta a donare una parvenza liberale alla ‘perla’ del Sudest asiatico, ha promosso molte iniziative volte alla tutela delle donne. Tuttavia, la firma di accordi, trattati internazionali o la promessa di un maggiore coinvolgimento femminile nella sfera pubblica, valgono poco se non sono seguiti da azioni concrete. Azioni che dovrebbero partire dall’introduzione di pene più severe per i reati sessuali, per continuare con la demilitarizzazione dei territori di confine, in particolare quelli posti ai confini con Cina e India, dove sono maggiori le concentrazioni di minoranze. Pressioni in tal senso sono giunte anche dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che a marzo ha formalmente richiesto al presidente Sein l’avvio di indagini credibili per fare luce sui crimini sessuali commessi dall’esercito nel Paese, caldeggiando anche l’introduzione di nuove misure volte a proteggere le vittime.

Malgrado la presenza forte e carismatica di Aung San Suu Kyi, gli apparati di potere esistenti a Burma manifestano caratteri spiccatamente misogini. Sono pochissime le donne ammesse o che riescono ad accedere a posizioni di potere e di responsabilità. Burma è saldamente all’ultimo posto in quanto al coinvolgimento femminile nella vita pubblica rispetto alle altre nazioni della Association of South-east Asian Nations.

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