Reportage di Emanuele, pubblicato su EAST 29

Benares, 15 Aprile 2010. Il piccolo corteo funebre avanza nel cuore della città vecchia in direzione di Manikarnika Ghat, il campo di cremazione, ripetendo la formula “sri Rama nama satya he…, sri Rama nama satya he…”. Sei giovani portatori sfilano dietro ai brahmani (i sacerdoti), trasportando sulle spalle una robusta lettiga in bambù detta arthi, dove è assicurata la salma di un uomo avvolta in un sudario di seta. “Per il funerale di un maschio, la tradizione hindu prevede l’utilizzo di un telo bianco – spiega Rathan, brahmano che arrotonda facendo il procacciatore di clienti per un commerciante di tessuti –, mentre per le donne il sudario è di colore rosso”. Seguono in ordine di età, dal più anziano al più giovane, i figli e i parenti stretti del defunto, tutti con la testa rasata salvo un piccolo ciuffo sulla nuca detto shikha, infine vengono amici e conoscenti. Non c’è nemmeno una donna, per loro l’accesso al campo crematorio è vietato a causa della propensione al pianto e al conseguente spargimento di lacrime, le quali, in quanto salate, avvierebbero l’atman (il ‘sé’ personale, ‘l’essenza’, da non confondersi con ‘anima’) del defunto verso gli oceani infernali nel viaggio post mortem che precede l’ennesima rinascita. Processioni simili sono la norma a Benares, città hindu per antonomasia adagiata sulla sponda occidentale del fiume Gange, nello stato dell’Uttar Pradesh, considerata uno dei luoghi più sacri dell’India. Ufficialmente nota come Varanasi, toponimo derivante dagli affluenti Varuna e Assi, gli abitanti di qui preferiscono chiamare la loro città con il nome antico Benares (o Banaras), altre volte invece Kashi, la ‘Città della Luce’ nonché dimora del potente e temuto dio Shiva. È questo un luogo fuori dal comune, per molti addirittura unico al mondo, legato più di ogni altro al samsara, il ‘ciclo inconcludente delle rinascite’ che in ottica hindu (buddhista e jaina) vincola ogni essere alla spirale dell’esistenza, in un susseguirsi di rinascite e morti. “Cessare di vivere ed essere cremati qui origina un ottimo karma – continua Rathan –, per cui favorisce rinascite migliori e l’avvicinamento al moksa (l’equivalente hindu del nirvana buddhista ndr), la liberazione dalle sofferenze del mondo manifesto”. Girando per le strade della città, si ha la sensazione di trovarsi in un luogo antico, fuori dal tempo. Gran parte degli edifici odierni in realtà non hanno più di due secoli, tuttavia, Benares è abitata sin dal 1500 a.C. e figura nel novero delle città più antiche del pianeta, assieme a Gerusalemme, Pechino, Damasco e Atene. Non è un caso se Benares viene scelta ogni anno come tappa da decine di migliaia di viaggiatori, soliti fare avanti e indietro lungo i ghat, le scalinate che dalla città sopraelevata scendono nel sacro Gange, fungendo da punto di unione tra terra e acqua, tra l’uomo e il fiume sacro. I ghat sono anche il luogo in cui è più evidente la devozione degli hindu, che qui vengono per compiere abluzioni, per pregare, per eseguire le offerte al fiume chiamate puja, per farsi fare un massaggio o la pulizia delle orecchie, per discutere di affari, per portare le bufale a fare un bagno, o per essere cremati.
Mi accodo alla processione funebre per qualche istante, ma prima di raggiungere Manikarnika Ghat faccio una deviazione, passando sotto un arco di pietra sulla destra. Le alte pareti degli edifici e la luce spenta del tramonto rendono i vicoli opprimenti, simili ad un labirinto popolato da migliaia di persone in perpetuo movimento. Nell’aria densa e umida regnano profumi di incenso, alterati da odore di cibo, kerosene, muffa, fumo, animali e piscio. Più avanzo, più la stradina lastricata si fa stretta, tanto da imporre attenzione ogni qualvolta qualcuno giunge dalla direzione opposta. Da queste parti bisogna spostarsi a piedi, il frastuono delle auto e dei rikshaw di Mandapur Road è ormai lontano, ma non mancano i motociclisti che si spingono fin quaggiù, sfrecciando con il clacson sparato per invitare i pedoni a togliersi di mezzo. Poco importa se i passanti si devono infilare in qualche antro, nell’ennesimo tempietto o come tocca a me, finire nello scolo a cielo aperto che costeggia il selciato. Comunque sia, sulle strade indiane vige la legge non scritta del più forte, e chi cammina deve fare spazio a biciclette e moto. Le cose cambiano se a bloccare il passaggio si mettono vacche o tori, in tal caso il centauro non può che rallentare e farsi da parte, al limite sollecitare il passaggio del bovino con qualche strombazzata. Del resto si sa, la vacca in India è sacra e ha diritto alla precedenza, figuriamoci qui, a Benares, nella città di Shiva, signore (tra le altre cose) degli animali domestici, la cui cavalcatura è il toro Nandi.
Benares ha una profonda vocazione per il commercio. Ad ogni angolo c’è chi si ricava il suo spazio e offre ai passanti le proprie mercanzie: un fruttivendolo vende ortaggi e frutta di stagione disposti su cesti intrecciati; di fronte a lui una bancarella espone alti bicchieri in acciaio colmi di lassi, fresca bevanda a base di latte e yogurt; poco più in là un ragazzino abbrustolisce il chapati, pane simile ad una piadina, nel forno in terracotta di un ristorante vegetariano. Vengono poi i minuscoli laboratori degli artigiani, presi a costruire sitar, flauti e strumenti a percussione, mentre un cartello affisso all’ingresso offre corsi intensivi di musica. Benares è celebre anche per la seta, lavorata nelle filande disseminate un po’ ovunque, gestite in buona parte da musulmani, i quali rappresentano la principale minoranza religiosa, sfiorando il 30% della popolazione. Non mancano i fabbri, i falegnami, i gioiellieri, i lattonieri, i muratori, gli elettricisti e i produttori degli onnipresenti articoli religiosi venduti ad ogni dove. Per quanto in apparenza decadente, la Città della Luce offre uno sguardo eloquente sull’ossatura dell’economia indiana, trainata da una moltitudine di aziende familiari, piccole o piccolissime, tramandate di padre in figlio, che nel loro insieme originano quasi il 60% del Pil nazionale. Ebbene si, l’India del miracolo economico deve i propri successi anche a queste imprese, il cui dinamismo ha liberato l’Elefante dal fango della crisi, in anticipo sulla rivale Cina. È consuetudine di molti stranieri additare l’India come un paese anglofono, dove l’inglese basta e avanza per concludere affari. In realtà, la conoscenza delle parlate originarie, come la hindi (lingua nazionale), continua ad essere utile, se non indispensabile, per avere accesso ai capillari dell’economia indiana, costituiti appunto dalle piccole imprese; mentre un minimo di dimestichezza con i concetti di samsara, rinascita e moksa aiutano a superare le barriere culturali che talvolta separano dagli imprenditori locali. 
L’indiano tipo ha una naturale propensione per gli affari e la contrattazione, tanto che in una compravendita o alla stipula di un contratto, è data per scontata la discussione di importi e condizioni. Anche la morte ha un valore, un prezzo da spuntare con la trattativa, qui a Benares affidata ai Dom, i custodi del fuoco usato per le cremazioni, e detentori del monopolio in questo lucroso business. I Dom appartengono ad una jati (dalla hindi ‘nascita’ o ‘posizione famigliare’, tradotto anche ‘casta’) di intoccabili, la cui professione tramandata per linea patrilineare è legata ai riti funebri. Se nella vita di tutti i giorni ai vertici della gerarchia sociale ci sono i brahmani, la casta più importante e dominante in India, nel campo di cremazione gli equilibri si invertono, e il controllo spetta ai Dom. Manikarnika Ghat è un luogo dantesco, soprattutto la sera, quando le luci delle pire accese emergono dal grigio del fumo e dalla cenere sparsa ovunque, allungando le ombre sulle pareti dei palazzi e ravvivando le acque del fiume che scorre lì accanto. “Prima di accedere al campo di cremazione, i parenti del defunto devono acquistare la legna in un negozio come questo”, spiega Udayun, mentre controlla l’andirivieni dei portatori che prelevano grossi ceppi dal suo deposito situato alle porte del ghat. Spiega che il legname usato per le cremazioni è soprattutto baniyan o mango, mentre per i più ricchi e pretenziosi è disponibile il sandalo, sebbene molto caro. Quando chiedo indicazioni sui prezzi, Udayun risponde alzando gli occhi, con fare distratto: “una cremazione standard dura circa 3 ore e in genere si usano dai 7 ai 15 quintali di legna, venduta al costo di 80 rupie (1,3€ ndr) circa al quintale”. In realtà, presto scopro che i prezzi variano in modo indiscriminato, con quotazioni anche quattro volte maggiori rispetto al valore dichiarato. Dopo aver procurato il combustibile, il corteo funebre giunge al campo di cremazione, nel regno dei Dom, dove è necessario “acquistare il fuoco”. Con questa espressione, viene indicato il fuoco ‘eterno’ che, secondo tradizione, i Dom custodiscono da secoli senza mai farlo spegnere, impiegato per completare il trapasso di un defunto e avviarlo verso una rinascita favorevole. “Il costo del fuoco e della cremazione va dalle 800 alle 2.000 rupie (da 12€ a 31€ ndr)”, spiega un rematore dalla sua imbarcazione accostata alla riva. Mentre il barcaiolo parla gli subentra un Dom dalla barba bianca e dall’aspetto fiero, si chiama Vikas: “i fuochi bruciano 24 ore su 24, tutto l’anno. Ci diamo il turno ogni 2 o 6 ore, siamo una sessantina di persone ad occuparci delle pire. In un giorno riusciamo a cremare dai 200 ai 400 corpi, a seconda della stagione”. Vedendo lo stupore sul mio viso, Vikas accenna un sorriso, affrettandosi a spiegare come nelle loro tasche rimanga solo una minima parte del danaro, mentre la fetta maggiore finisce nei forzieri del Dom Raja, il ‘Re dei Dom’. Vikas e gli altri della sua jati non parlano volentieri del loro raja, diversamente dai brahmani, che si dimostrano piuttosto informati: “Il Dom Raja non lavora al Manikarnika, ma riceve quasi tutti i soldi dell’acquisto del fuoco. Vive nel palazzo con i leoni affacciato sul Gange, più a monte, verso Assi Ghat. È molto ricco e potente, credo sia difficile incontrarlo”.
Mi soffermo sul margine del campo di cremazione, appoggiato ad un’alta catasta di legna di un magazzino. Cerco di contare il numero delle pire accese in quel momento, ma quando giungo alla ventesima scorgo la stessa processione che avevo seguito in precedenza, nei vicoli della città vecchia. Riconosco il primogenito, ritto in piedi vicino alla pira del padre, in attesa di raggiungere la riva del fiume. Prima di essere deposta sulla catasta di legna, la salma viene immersa completamente nel Gange assieme alla lettiga. Poco importa se le acque del fiume sono sporche e tra le più inquinate al mondo, perché in India la condizione di purezza trascende il concetto di pulizia valido per noi occidentali. È frequente quindi, osservare gli indiani immersi fino alle ginocchia nelle acque limacciose, piegati a berne alcuni sorsi, a pulirsi i denti con uno spazzolino, a fare il bucato o a strofinarsi con una saponetta. Dopo l’abluzione rituale il corpo viene deposto sulla pira, con la testa a nord, mentre il figlio maggiore si prepara a compiere 7 deambulazioni in senso antiorario stringendo in mano un mazzo di erba kusha, che viene accesa come una torcia da un Dom, usando una fiamma tratta dal fuoco eterno. Spetta al primogenito il compito di incendiare la pira, dando il via alla cremazione vera e propria il cui momento più importante è il kapal krya, quando il cranio si apre all’altezza della fontanella per effetto del calore, liberando l’ultimo dei prana (l’energia psichica). Qualora ciò non accadesse, spetterebbe ai Dom provvedere alla rottura del teschio, dando un colpo con la punta di un bastone apposito.
Lascio Manikarnika Ghat mentre i Dom raccolgono le ceneri del defunto in un’anfora di metallo. Presto questi resti saranno sparsi nelle acque del fiume Gange, nel corso dei rituali che seguono la cremazione, affidati ai brahmani. Mentre mi allontano, ripenso all’uomo che ho visto consumarsi sulla pira, del quale non ho saputo neanche il nome. Cerco di immaginare dove e come rinascerà la prossima volta, se sarà una persona migliore, o se otterrà la liberazione dal ciclo delle rinascite. Qualche passo ancora e il brusio del ghat si attenua, allo stesso modo i pensieri, sostituiti da un mormorio incombente nella penombra: “sri Rama nama satya he…, sri Rama nama satya he…”.

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