Raipur, 30 Giugno 2010. Nuovo agguato dei Maoisti indiani ai danni delle forze di polizia in Chhattisgarh. La stampa indiana riporta oggi la notizia dell’uccisione di 26  paramilitari della Central Reserve Police Force, colpiti nel tardo pomeriggio di ieri mentre facevano ritorno dall’inauturazione di una nuova strada nel distretto di Narayanpur, nel Chhattisgarh meridionale. Un portavoce della CRPF, Vijai Raman ha confermato il numero delle vittime e quello dei feriti, al momento 5, sottolineando come si tratti di dati provvisori, probabilmente destinati ad aumentare. Secondo la ricostruzione presentata dal Times of India, sembra che i guerriglieri del Communist Party of India (Maoist) abbiano aperto il fuoco sul convoglio dei paramilitari dalla sommità di una collina, a dimostrazione di come si sia trattato di un agguato premeditato e organizzato nei dettagli. Sfruttando l’effetto sorpresa e la posizione di dominanza, gli aggressori hanno facilmente avuto la meglio sugli uomini delle compagnie ‘E’ ed ‘F’ del 39esimo battiglione , costretti a ritirarsi nella foresta per sottrarsi alla pioggia di proiettili. Al termine della sparatoria sono iniziate le operazioni di soccorso, durate fino a tarda sera, quando il buio ha impedito l’intervento degli elicotteri usati per evacuare i feriti più gravi.  

Poco lontano dal luogo dell’attacco di ieri, ad aprile era avvenuto un altro agguato costato la vita a 76 poliziotti (notizia data su Indika.it), passato alla storia come il più sanguinoso della storia dell’insurrezione maoista. La violenza delle azioni dei Maoisti è cresciuta in modo considerevole da inizio 2010, da quando il Governo indiano ha dato il via all’Operazione Green Hunt, con la quale New Delhi si aspetta di estirpare una volta per tutte il “morbo” dei Maoisti dal Corridorio Rosso, puntando in particolare sul West Bengal, Jharkhand, Bihar, Orissa e Chhattisgarh. Per dare manforte all’offensiva armata contro i guerriglieri indiani, attualmente sono schierati 50.000 uomini, ma sono molte le ‘voci autorevoli’ in India a richiedere l’impiego di mezzi più efficaci come artiglieria, elicotteri e soldati dell’esercito. Evenienza vista con sospetto da New Delhi, in quanto l’impiego dell’esercito contro la propria gente non darebbe di certo lustro ad una nazione abituata ad esportare l’immagine di democrazia più grande al mondo.

Quello che negli anni ’60 in West Bengal (stato dell’India Nord Orientale, la cui capitale è Calcutta, considerato la culla del maoismo indiano), muoveva i primi passi come un fenomeno ideologico, nel tempo si è trasformato in un forte limite alla stabilità della democrazia indiana, come ribadito in più occasioni dallo stesso premier Manmohan Singh: “(i maoisti ndr) rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza interna dell’India”. Dati alla mano, secondo l’Institute of Conflict Management di New Delhi, i maoisti sarebbero operativi in 20 dei 28 stati dell’Unione, e le loro azioni concentrate in 180 distretti su 630, rispetto ai 56 distretti del 2001. Ciò significa che negli ultimi 10 anni, l’estrema sinistra ha più che triplicato l’estensione della propria presenza, trovando terreno fertile nelle ombre create dallo sfavillante boom economico dell’India. Allo stesso modo, sono aumentati le azioni di guerriglia e le rappresaglie della polizia indiana, tanto che nel 2009 il numero delle vittime ha superato quello del Kashmir indiano e dei focolai del Nordest sommati assieme. Secondo le statistiche, l’anno scorso hanno perso la vita 998 persone (392 civili, 312 poliziotti, 294 maoisti), dati calcolati in modo prudenziale, e volutamente mantenuti sotto la soglia dei 1000, oltre la quale, secondo gli standard internazionali, quello che New Delhi si ostina a definire “un problema di ordine pubblico” dovrebbe essere considerato alla stregua di una guerra civile. Quindi un pessimo biglietto da visita per una nazione animata da forti ambizioni internazionali.

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