Al termine di una pausa durata poco più di sei mesi, in India torna l’incubo attentati. Sono 80 le persone uccise dagli otto ordigni esplosi il 13 maggio a Jaipur, capitale del Rajastan, e 200 i feriti. Sempre le stesse le modalità: l’esplosivo viene posizionato all’interno di biciclette, automobili e rickshaw imbottiti di biglie e bulloni; poi scelti i bersagli, ovviamente luoghi ad alta frequentazione come templi, mercati, importanti vie di comunicazione e luoghi simbolici come l’Hawa Mahal; infine è azionato il timer (spesso l’innesco avviene via telefono cellulare) che precede l’esplosione. Sebbene l’indomani dei fatti di Jaipur nessuna organizzazione terroristica avesse ancora rivendicato l’attentato, le autorità di New Delhi stavano già lavorando su due piste, che portano rispettivamente in Bangladesh, dove opera lo Harkut-ul-Jehadi Islami (HuJI), e in Pakistan, rifugio della Lashkar-e-Toiba (LeT).
Le bombe di maggio si sommano alla lunga lista di attentati messi a segno dal 2001 ad oggi, e costati la vita a 620 persone: 12 morti in seguito ad un raid armato all’interno del parlamento a New Delhi nel 2001; 31 morti nel 2002 in seguito all’attacco di un tempio nello stato del Gujarat; 11 morti in un treno fatto esplodere a Mumbai nel 2003, in contemporanea a 2 autobombe che hanno provocato 60 vittime; nel 2004 hanno perso la vita 16 persone per un’autobomba in Assam; 66 morti in 3 attentati nelle strade di New Delhi nel 2005; ancora 15 morti per 2 autobombe esplose nel 2006 a Varanasai, cui si aggiungono 180 persone uccise da esplosioni su un treno a Mumbai, e altre 32 vittime a Malegaon; lo scorso anno sono morte 66 persone in un treno diretto in Pakistan, altri 11 morti a seguito di un’esplosione ad Hyderabad, dove pochi mesi dopo un nuovo attentato ha causato 40 vittime, per concludere con 3 morti anche ad Ajmer per autobomba a fine anno.
Difficile capire gli scopi degli attentatori, i quali potrebbero essere tornati in Rajastan per colpire il partito nazionalista hindu Bjp, saldamente al potere. Tuttavia, la lunga tradizione del terrorismo in India suggerisce scenari ben più complessi, che legano indissolubilmente politica, religione e storia. Si parte dall’interminabile contesa tra India e Pakistan per il controllo di Jammu e Kashmir nel nord – iniziata all’epoca della ‘partizione’ nel 1947 -, dove dall’insurrezione del 1989 continuano a perdere la vita 100 persone al mese in attentati, guerriglia e scontri armati. Vengono poi i fatti della città di Ayodhya, qui nel 1992 una folla di estremisti hindu distrussero la moschea, eretta nel 1528 dal sultano persiano Babur sulle macerie di un precedente tempio hindu. Da allora, l’India è periodicamente scossa da sanguinosi scontri tra hindu e musulmani, costai la vita a centinaia di persone, senza contare gli attentati collegati. Comunque sia, secondo gli analisti l’attività dei terroristi operanti in India ha lo scopo di colpire obbiettivi sensibili, in modo da creare un clima di paura e destabilizzare il governo di New Delhi. Allo stesso modo, questi gruppi cercano di estendere la loro presenza sul territorio, creando nuove cellule soprattutto tra i giovani estremisti islamici di nazionalità indiana, finanziati e coordinati direttamente dal Pakistan. Infine, la strategia del terrore in atto in India, avrebbe anche lo scopo di portare la Jihad fuori dai confini pakistani, dissipando così l’attenzione internazionale nei confronti di Islamabad, accusata di finanziare e formare da tempo nuovi gruppi di jihadisti.
Qualcosa è cambiato in seguito alla tragedia del World Trade Center di New York nel 2001, quando la guerra ad Al Qaeda lanciata dagli Usa ha interrotto l’inspiegabile silenzio dell’Occidente sul binomio Pakistan-terrorismo. Questo avrebbe potuto giocare a favore di New Delhi, da anni impegnata nel vano tentativo di richiamare l’attenzione internazionale sul problema, tuttavia l’importanza centrale del Pakistan come punto di appoggio nella guerra all’Afghanistan, ha indotto gli Usa a chiudere un occhio sulle deviazioni dell’Isi, i servizi segreti pakistani, da sempre sostenitori dei principali gruppi terroristici operanti in India.
Sbagliato sottovalutare l’importanza degli attentati indiani, soprattutto quelli attribuiti all’organizzazione integralista dell’HuJI, nata nel 1992 a Dhaka in Bangladesh, grazie al supporto morale e materiale dell’International Islamic Front di Osama Bin Laden. L’apertura di Al Qaeda verso Dhaka, punta a far leva sull’instabilità politica e sociale del Paese, allo scopo di trasformarlo in una nazione integralista simile all’Afghanistan. Per questo, gran parte delle nuove leve dell’HuJI  partono dal Bangladesh, per essere addestrate in Pakistan e protette dai servizi segreti di Islamabad, i quali gestiscono anche alcuni campi nei pressi di Dhaka. Non è un caso, infatti, se le indagini condotte dalla polizia indiana in seguito agli attentati di Varanasi, Hyderabad e Ajmer hanno messo in evidenza il coinvolgimento di cittadini bagladeshi. Altrettanto efficace la strategia del LeT, una delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica nate in Kashmir, che da qualche anno ha ridotto la propria attività nel martoriato stato compreso tra Himalaya e Karakorum, espandendosi però nel resto dell’India. Lo scenario dunque si è spostato, ma non cambia nella sostanza.
Non è solo il terrorismo islamico tuttavia, a tenere alta la tensione in India, ma esistono molte altre organizzazioni operanti su tutto il territorio (più di 150), dal nordest all’estremo sud. Tra questi spiccano alcuni gruppi autonomisti di estrema sinistra, che il premier indiano Manmohan Singh ha recentemente definito “una delle principali sfide della sicurezza nazionale”, riferendosi in particolare al Partito Comunista Maoista Indiano (CPI-M). Si aggiungono poi estremisti hindu, cristiani e sikh, tutti in lotta per ottenere l’autonomia nei rispettivi territori. Stando alle informazioni disponibili, attualmente 231 distretti indiani su 608 sono interessati dall’azione violenta di queste organizzazioni, operanti sui due terzi dell’Unione Indiana, svelando così una situazione estremamente grave. E intanto l’Occidente resta a guardare.

Articolo pubblicato su Area7 (www.area7.ch)

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