ISLAMABAD, 13 febbraio 2009. Dopo settimane di attesa, è finalmente stato reso noto l’esito dell’inchiesta

Uno degli attentatori di Mumbai, fotografato alla stazione Victoria Terminus
Uno degli attentatori di Mumbai, fotografato alla stazione Victoria Terminus

sugli attentati del 26 novembre a Mumbai condotta da un gruppo speciale di investigatori pachistani.   Islamabad conferma parzialmente i sospetti di New Delhi, ammettendo che parte della preparazione degli attentati ha avuto luogo in Pakistan. Lo ha affermato il ministro dell’Interno pachistano Rehman Malic, nel corso di una conferenza stampa.  “Ajmal Kasab e altre nove persone sono state nomimante nel FIR, sei delle quali arrestate – ha commentato Malik ai reporter di Dawn -, alcune fasi del complotto di Mumbai sono state definite in Pakistan, ma la maggior parte è stata gestita in India. I guerriglieri sono stati addestrati dal Lashkar-e-Taiba”.

L’ammissione del ministro pachistano rafforza quindi la posizione di New Delhi, che nei giorni scorsi era più volte tornata sulla questione sollectiando l’ufficializzazione del rapporto. Entrando nel dettaglio dell’indagine, Mailc ha esposto le procedure che hanno portato alle loro conclusioni: “abbiamo rintracciato il proprietario del negozio in cui era stato acquistato il gommone (usato per raggiungere mumbai ndr). Abbiamo saputo dal negoziante che il giovane acquirente aveva lasciato un numero di telefono, il che ha aiutato gli investigatori. Siamo risaliti al numero ma era stato chiuso. Poi abbiamo raccolto degli indizi che hanno condotto ad una banca. Qui c’era un conto intestato ad un individuo legato a gruppi terroristici. Dal conto siamo risaliti ad Hammad Amin Sadiq che era il referente telefonico (degli attacchi di Mumbai). Lui ci ha fornito i numeri di altri individui che non vogliamo rendere noti”.

L’ammissione del Pakistan, dimostrerebbe in una certa misura la sua disponibilità e assenza di coinvolgimento negli attentati della capitale economica dell’India. Difficile stabilire se e in quale misura New Delhi crederà nel non coinvolgimento dell’Isi, i servizi segreti pachistani, di cui sono noti i legami con il LeT. “Abbiamo lavorato su tutte le informazioni messe a disposizione dall’India – ha aggiunto Malic -, il che prova la nostra sincerità e attività nella guerra al terrorismo. Il Pakistan è con la popolazione indiana”.

Ma l’inidagine non è ancora conclusa. Le autorità pachistane hanno sollectitato a New Delhi l’invio di ulteriori informazioni, inserite in un elenco di 30 richieste, come impronte digitali e DNA degli attentatori.

Dal rapporto di Islamabad, sono emersi anche i luoghi in cui gli attentatori si riunirono nei giorni precedenti al 26 novembre, quando ebbe inizio l’attacco di 60 ore, che provocò 167 vittime. Gli attentatori salparono da Karachi, navigando sulle acque del Mare Arabico alla volta di Mumbai.

Una volta risaliti ai nomi dei registi degli attentati, le autorità pachistane hanno avviato una serrata caccia all’uomo, giunta fino in Europa, precisamente in Spagna, a Barcellona, dove è stato intercettato e reinpatriato agli arresti Javed Iqbal. Gli altri sospetti in stato di fermo sono Rehman said Zaki-ur-Rehman Lakhvi e Zarar Shah, entrambi membri del gruppo Lashkar-e-Taiba. Individuate anche sim card telefoniche di provenienza austriaca.

C’è di mezzo anche l’Italia, da dove secondo gli investigatori pachistani sarebbero giunti dei fondi usati per finanziare l’operazione.  

Resta da vedere ora quali saranno i nuovi sviluppi nelle indagini, e soprattutto che piega prenderanno le relazioni tra India e Pakistan alla luce delle recenti ammissioni.

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