Articolo pubblicato nel numero 34 della rivista EAST, Europe and Asia Strategies. 

Mumbai, 24 Febbraio 2011. Sono trascorsi poco più di due anni dal drammatico attentato di Mumbai del 26 novembre 2008, e dopo tante false partenze, l’India continua ad essere impreparata di fronte alla minaccia del terrorismo. Ricordiamo bene le spettacolari immagini dell’hotel Taj Mahal in fiamme, simbolo della città, mandate in onda in tutto il mondo per i tre giorni dell’attacco, sferrato da un manipolo di terroristi giunti dal mare, su un barcone carico di armi ed esplosivi, passato sotto il naso della Guardia Costiera indiana. Si trattò senza dubbio di una delle azioni più eclatanti della storia recente, basata su tecniche di guerriglia coordinate via gps, seconda solo al settembre nero di New York. Gli spari, le esplosioni e soprattutto le immagini di quei giorni, misero in evidenza i forti limiti dell’anti-terrorismo di New Delhi, incapace di rispondere in tempi e in modi adeguati all’aggressione subita, al prezzo di 166 vittime, molte delle quali straniere. Immediata fu invece la reazione dei portavoce del governo di Manmohan Singh, pronti a trasformare un colossale insuccesso dell’intelligence, in una rivendicazione internazionale nei confronti del Pakistan, da dove provenivano gran parte degli attentatori e dove si nascondono i mandanti. Al termine degli scontri nel cuore della capitale economica dell’India, il ministro dell’Interno Chidambaram promise un rinnovamento radicale dell’anti-terrorismo, chiedendo poi al governo pakistano di ammettere le “proprie responsabilità” e di  agire immediatamente per scovare i responsabili.   

Il dito puntato sul Pakistan

 

Ovviamente, la risposta concreta che in molti auspicavano non è mai giunta, e nelle città indiane rimane in vigore la massima allerta, divenuta ormai una costante, al pari della retorica dei politici. A fine novembre 2010, nel giorno in cui a Mumbai – già colpita dal terrorismo nel Marzo 1993, quando una serie di esplosioni provocarono 257 morti e 1000 feriti – si celebrava il secondo anniversario degli attentati, ribattezzati “26/11”, nelle pagine dei giornali e sugli schermi dei tg indiani sono apparsi gli stessi volti e le stesse promesse di due anni prima. Ancora il Pakistan nel mirino, cui sono dirette le insistenti accuse di collusione con il terrorismo (senza dubbio fondate), rivolte in particolare ai burattinai dell’Inter Service Intelligence (ISI, i servizi segreti di Islamabad), notoriamente vicini alle più attive organizzazioni terroristiche operanti a ridosso del confine con l’India. A riprova dei legami esistenti tra ISI e fondamentalismo islamico, si sono di recente aggiunte le dichiarazioni dell’ex premier pakistano Pervez Musharraf, andato al potere con un colpo di stato nel 1999 e rimasto in carica fino 2008. Dal suo esilio volontario a Londra, Musharraf  ha ammesso in un’intervista, di essere stato al corrente delle strategie adottate dai servizi segreti ai danni dell’India, come il sostegno della guerriglia in Kashmir e il finanziamento di gruppi responsabili di attentati. “Due anni di ritardo sono troppi” ha ribadito più volte Chidambaram dal pulpito, il 26 novembre scorso, accusando la controparte pakistana di non fare abbastanza per individuare i mandanti, legati all’organizzazione del Lashkar e Taiba, in lotta per la “liberazione” del Kashmir.

Attentato a Varanasi, cronaca recente

 

Mentre a Mumbai si spegnavano i riflettori sullo show della memoria, nella città di Varanasi, lungo le sponde del Gange, una nuova esplosione, rivendicata dagli Indian Mujahedeen, ha riportato la nazione con i piedi per terra. E’ accaduto la sera del 7 dicembre 2010, durante l’affollata celebrazione hindu di Ganga Arti, nel mezzo di Dasashvamed Ghat, la più importante delle scalinate in pietra usate dai devoti hindu per raggiungere il fiume sacro. L’ordigno, confezionato in un contenitore per il latte, è stato volutamente dotato di potenziale limitato, sufficiente a lanciare un messaggio forte ad un prezzo relativamente basso: quattro vittime e una quarantina di feriti. Per gli Indian Mujahedeen, organizzazione islamica nata e cresciuta in India, si è trattato di un avvertimento legato alla recente sentenza di un tribunale indiano in merito alla disputa sul sito templare della città di Ayodhya, dove hindu e musulmani si contendono il diritto a ricostruire rispettivamente un tempio al Dio Rama e la moschea Babri Masjid.  

Il fallimento del National Counter Terrorism Center

 

Prima di Varanasi, il 13 febbraio 2010 un’altra bomba aveva ucciso 17 persone all’interno di un locale alla moda della città di Pune, in Maharashtra, confermando i sospetti dell’Intelligence Bureau di New Delhi, secondo il quale i prossimi attentati saranno diretti verso obiettivi di importanza strategica, economica e religiosa. Nella lista nera figurano i campus degli istituti di information technology di Bangalore, centrali nucleari come quella di Chennai, centri per la raffinazione del petrolio a Bombay High, luoghi di culto come il Ghat di Varanasi e molti altri ancora. Gli stessi obbiettivi che a fine 2008, sull’onda emotiva per gli attacchi del 26/11, Chidambaram aveva promesso di proteggere ad ogni costo, istituendo l’innovativo National Counter Terrorism Center (NCTC), sul modello dell’omonima agenzia statunitense fondata dopo i fatti del World Trade Center. Nel dicembre 2009, il ministro dell’Interno ribadì le proprie intenzioni con una dichiarazione inequivocabile: “un’organizzazione del genere non dovrebbe esistere oggigiorno; si dice che gli Stati Uniti siano stati capaci di crearla in 36 mesi dall’11 Settembre. L’India non può permettersi di aspettare 36 mesi. L’India deve decidere ora e fondarla entro fine 2010”. Il Centro avrebbe dovuto fungere da trait d’union tra i tre apparati preesistenti: la National Investigation Agency, che coordina ricerche e indagini; la National Security Guard, il braccio armato dell’anti-terrorimso cui spetta il compito di intervenire prontamente in caso di attacco; il Multy Agency Centre destinato all’attività di rielaborazione e filtraggio delle informazioni captate da 23 agenzie di ricerca minori, dislocate sul territorio nazionale. A due anni dall’annuncio della sua nascita e dopo aver assorbito svariati milioni di rupie, l’NCTC non è ancora entrato a regime, anzi, sembra un progetto alla deriva, destinato a finire nella lista dei fiaschi. L’inconcludenza del governo si è trasformata in un boomerang per l’India National Congress, il partito al potere, accusato dai rivali del Bharatiya Janata Party (la destra radicale hindu) di scarsa efficacia nelle politiche di sicurezza interna.

Cronologia dei principali attentati dal 2001 ad oggi

 

Nelle arringhe che infiammano il dibattito politico e i talk show indiani, soprattutto in campagna elettorale, finisce puntualmente la cronologia dei principali attentati subiti negli ultimi anni, con un occhio di riguardo per le azioni compiute dai terroristi di provenienza pakistana:13 ottobre 2001, attacco con armi leggere al parlamento di Delhi, 12 persone uccise; 24 settembre 2002, un commando armato attacca il tempio hindu Akshardam in Gujarat causando 31 vittime; 13 marzo 2003, attentato bomba in un treno di Mumbai, 11 vittime; 25 agosto 2003, due autobombe a Mumbai uccidono 60 persone; 15 agosto 2004, una bomba esplode in Assam nel Nordest, (attentato attribuito ai gruppi di guerriglia locali, non islamici), uccise 16 persone, soprattutto scolari; 29 Ottobre 2005, 66 persone muoiono in tre esplosioni simultanee in altrettanti mercati di New Delhi;  7 Marzo 2006, tre esplosioni in successione a Varanasi, 20 morti; 11 Luglio 2006, sette bombe esplodono in altrettanti punti della rete ferroviaria di Mumbai, causando 209 morti;  8 settembre 2006, 37 persone perdono la vita in seguito ad una doppia esplosione alla moschea di Malegaon (attentato organizzato do un gruppo di fanatici hindu locali); 19 Febbraio 2007, doppia esplosione sul treno di collegamento India-Pakistan, 66 passeggeri bruciati vivi, soprattutto pakistani; 18 Maggio 2007, durante la preghiera del venerdì, una bomba esplode all’interno della Mecca Masjid, la maggiore moschea di Hyderabad uccidendo 14 persone; 25 Agosto 2007, serie di tre esplosioni sincronizzate in un parco divertimenti e in un ristorante ad Hyderabad, 42 vittime; 13 Maggio 2008, sette bombe esplodono in zone ad alta frequentazione di Jaipu (Rajastan), in particolare templi hindu e mercati, uccidendo 63 persone; 25 Luglio 2008, nove ordigni esplodono nel cuore del centro tecnologico di Bangalore. Due vittime e 15 feriti gravi; 26 Luglio 2008, altri sedici ordigni di piccoli dimensioni fatti esplodere ad Ahmedabad, uccidendo 45 persone; 13 Settembre 2008, cinque esplosioni in serie in luoghi strategici di New Delhi uccidono 24 persone; 27 Settembre 2008, ancora una bomba al mercato dei fiori Mehrauli a Delhi, una vittima. Vengono poi gli attentati di Mumbai del 26/11, le bombe di Pune e quella di Varanasi. 

La strada del riarmo

Viste le difficoltà incontrate nel tentativo di strutturare una rete di sicurezza su tutto il Paese, New Delhi sta cercando di correre ai ripari, puntando sulla strada del riarmo. Lo scopo è quello di dotarsi di un esercito moderno, al passo con i tempi e con i paesi confinanti (tra tutti la Cina), con cui rafforzare la propria posizione in Asia Meridionale. La disponibilità di nuovi armamenti, funge inoltre da deterrente nei confronti di Islamabad e delle sue strategie ‘sotterranee’, che in caso di un’altra guerra con l’India (dopo l’attentato al Parlamento di New Delhi nel 2001, attuato dal Lashkar e Taiba, l’India aveva addossato le proprie truppe lungo il confine pakistano) difficilmente riuscirebbe a competere. Lo stanziamento previsto entro il 2020 è di 100 miliardi di dollari, da destinare al rinnovamento degli arsenali, in gran parte di fabbricazione sovietica e ormai obsoleti. Il progetto del governo indiano prevede la riduzione delle forniture estere, tenendo aperti i canali con Stati Uniti, Israele e Russia, mentre la maggior parte delle commesse sarà affidata a ben introdotte società nazionali, cui spetta il compito di portare l’India verso l’autonomia produttiva nel campo degli armamenti. Tra i primi acquisti previsti, ci sono 126 caccia da combattimento per una spesa di 10,4 miliardi di dollari, quindi elicotteri ‘pesanti’, sottomarini, navi e artiglieria.

Nazionalismo e identità, l’antidoto al Pakistan

A sostegno della corsa al riarmo decisa da New Delhi, è in atto una palese operazione di rafforzamento del sentimento di identità nazionale, sostenuta senza mezze misure dalla maggioranza dei media indiani. Un esempio lampante si è avuto il giorno della memoria, quando tutte le emittenti televisive erano collegate in diretta dalle strade di Mumbai, e trasmettevano in sovraimpressione spezzoni di dichiarazioni rilasciate da politici ed eroi del 26/11, costruite a dovere e del tutto simili a slogan. Affermazioni come “Mai più”, “l’India non perdona”, “Due anni di ritardo sono troppi” e “L’India non vuole dimenticare”, sono state pubblicate dai giornali e mandate in onda sugli schermi centinaia di volte, alternate alle immagini del Taj Mahal in fiamme, del monumentale Gateway of India e dei corpi delle vittime. Cosa più grave, è parso evidente il tentativo di fomentare il già forte risentimento degli indiani nei confronti del Pakistan, in molti convinti che “dall’altra parte” non vivano esseri umani, ma individui cresciuti nutrendosi dell’odio verso l’India. Espressioni come “spazzatura”, “gente inutile”, “fanatici” e ovviamente “terroristi”, vengono utilizzate da molti indiani, soprattutto giovani, per descrivere i pakistani, senza distinguo. La sistematica associazione tra terrorismo e Pakistan è ormai diffusa e radicata nella società indiana, e in molti si aspettano da New Delhi una risposta più decisa, se vogliamo risolutiva nei confronti del “nemico” in caso di nuovi attacchi in stile 26/11.

Lo spettro di una nuova guerra

L’inizio di un altro conflitto Indo-Pakistano? Non è escluso. Di certo, con l’imminente fuoriuscita delle truppe Nato dall’Afghanistan, il ruolo di Islamabad come ponte nella Guerra al Terrorismo sarà nettamente ridimensionato, per cui difficilmente Washington tornerà (come fecero Bush e i suoi dopo Mumbai) a stemperare la tensione, riportando alla ragione il governo indiano. Ciononostante, le nazioni occidentali potrebbero intromettersi e sventare un futuro conflitto Indo-Pakistano temendo l’escalation nucleare, visto che entrambe le nazioni sono dotate di cospicui arsenali e si dichiarano pronte ad usarli in caso di necessità. Inoltre, l’impegno dell’India sul fronte pakistano ne comprometterebbe il ruolo chiave nel gioco di equilibri attuato dagli Stati Uniti con la Cina. Infine viene Pechino – legata da un vincolo di convenienza economica all’India, ma partner strategica del Pakistan –, il cui schieramento in caso di conflitto potrebbe pendere a favore di Islamabad. Tra Cina e Pakistan infatti, sono stati siglati contratti di fornitura e sviluppo per svariati miliardi di dollari. Nel piatto della bilancia ci sono una mega diga sul fiume Indo nell’Azad Kashmir (il Kashmir controllato dal Pakistan), e la costruzione della più alta autostrada al mondo, in grado di mettere in comunicazione il confine cinese al porto di Gwadar (anche questo opera di Pechino), sul Mare Arabico. Un collegamento fondamentale per la Cina, tramite il quale i container carichi di merci giungerebbero via terra alle rotte mercantili verso l’Occidente, saltando a piè pari lo Stretto di Malacca, che in caso di tensioni nel Sudest Asiatico fungerebbe da collo di bottiglia per le navi cinesi. È difficile immaginare quali sarebbero le conseguenze di un altro attentato di grande portata in terra indiana. Sia India che Pakistan avrebbero troppo da perdere in caso di guerra, soprattutto ora che l’economia gode di buona salute e che per l’India sembra vicina l’ammissione quale membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’incertezza comunque rimane, assieme alla tensione, in grado di condizionare i precari equilibri dell’Asia Centro-Meridionale.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.