Ranchi, 4 Dicembre 2010. Kumar è un ragazzotto panciuto e leggermente indolente nato e cresciuto a Ranchi, la capitale dello stato di Jharkhand, il “Territorio della giungla”. Ha 31 anni e vive un’esistenza sospesa tra la famiglia, il lavoro come dipendente pubblico per una società dedita all’estrazione del gas, e l’attività di autista e guida per i pochi viaggiatori intercettati dalla Suhana Tours & Travel. Io sono uno di questi e Kumar per un giorno è stato il mio autista e guida. Prima della partenza, mentre discutevo dettagli come prezzo e destinazioni con Amardeep Sahai, titolare della Suhana, ho iniziato a saggiare il terreno sulla questione Maoisti in Jharkhand. Gli ho chiesto lumi in merito alla sicurezza delle aree circostanti a Ranchi, adducendo come giustificazione le parole di un signore incontrato la sera prima, durante il volo da Kolkata, il quale si era raccomandato affinché non mi avventurassi nelle aree tribali, per via del pericolo rappresentato dai guerriglieri di estrema sinistra, “interessati – secondo lui – agli ufficiali, ai ricchi e agli stranieri”. Ascoltate le mie parole, Amardeep si è limitato a fugare ogni timore assicurandomi dell’assenza di qualsivoglia pericolo, garantendomi che tutte le zone in cui sarei stato non presentano particolari rischi. A patto ovviamente di andare nelle zone da lui indicate, di rientrare prima del buio e di seguire Kumar. “A patto di..” non fare troppe domande, visto che dopo qualche altro quesito, il referente dell’agenzia sita in Station Road mi ha congedato, avviandomi con cortesia verso la porta di uscita assieme a Kumar, augurandomi una piacevole giornata. Da buona guida para-governativa, Kumar ha cercato di accentuare le bellezze del Jharkhand, di sottolineare i progressi raggiunti negli ultimi anni, soprattutto grazie all’indotto delle industrie estrattive, energetiche e di trasformazione che qui sfruttano in egual modo territorio e popolazione. Come temevo, la mia guida ha subito preso le distanze anche da temi fastidiosi, quali i Maoisti e la loro attività nell’area, liquidando la mie prime domande con frasi tipo “si tratta di contrasti tra adivasi (i tribali) e autorità dello stato, in particolare i poliziotti”. Troppo difficile addentrarsi in un tema del genere, complesso e delicato, facile da fraintendere e non proprio in linea con la posizione di Kumar, legata appunto allo Stato, quindi ad un potenziale nemico dei ribelli. Tuttavia, a forza di domande, pacche sulle spalle e chilometri assieme, mentre ci si allontanava dalla città per immergersi nelle foreste, Kumar ha iniziato a ‘sbottonarsi’ un po’. “Non condanno i combattenti per la loro attività di guerriglia – ha affermato senza mezze misure –, loro contrastano le politiche del Governo, le quali sono fortemente sbilanciate, limitate ad accelerare lo sfruttamento delle risorse disponibili in natura, senza distribuire la ricchezza in modo equo”. Sono soprattutto gli hindu e i membri delle caste alte, a parer suo, ad avere un adeguato tornaconto dallo sfruttamento del territorio, godendo di servizi in generale, di accesso alle scuole, di assistenza sanitaria, di opportunità professionali e così via, praticamente precluse a gran parte degli abitanti delle aree tribali.

Durante l’uscita abbiamo costeggiato un enorme bacino artificiale, creato dalla diga sul fiume locale e destinato all’approvvigionamento idrico di Ranchi, la cui espansione procede al ritmo delle corporation che vi si sono insediate. Attorno allo specchio d’acqua ho notato diverse case alloggiate da adivasi, un tempo abitanti della foresta, ma costretti a trasferirsi a ridosso della strada statale Ranchi-Kolkata per via dell’allagamento delle loro terre originarie. Il loro disagio mi è parso evidente, dagli sguardi, dagli atteggiamenti un po’ rassegnati e un po’ imbarazzati. Per generazioni hanno vissuto in capanne di fango, legno e altri materiali naturali, sufficientemente fresche in estate e tiepide nei mesi invernali, mentre ora si trovano costretti in casupole fatte in mattoni o prefabbricate, spesso con tetti in lamiera, prive delle funzionalità cui erano abituati. Ho visto molti di questi adivasi a lavoro nelle miniere a cielo aperto di ghiaia e sassi. Gli uomini spaccavano le rocce con grosse mazze, in sandali o a piedi nudi, senza guanti o protezioni, mentre le donne trasportavano sulla testa pesanti ceste cariche di frammenti da filtrare nei lunghi cilindri rotanti che separano le pietre in base alle dimensioni. I loro corpi, gli abiti, così come gli alberi circostanti erano completamente ricoperti da uno spesso strato di polvere bianca dovuta alla continua frammentazione dei minerali. Ho provato pena, per questa gente nata e cresciuta a contatto con la natura, costretta poi a reinventarsi in lavori mai fatti prima, pericolosi e privi di ogni tutela, in grado di affogare nella polvere ogni sapere tradizionale, in cambio di un salario sufficiente appena a nutrirsi e sopravvivere tra le mura di una baracca di cemento.

Ecco, questa gente rappresenta i ‘non fortunati’, quelli cui spetta poco o nulla delle ricchezze cui accennavo pocanzi. Sono persone del genere, le prime a schierarsi o comunque a sostenere la guerriglia Maoista che continua a sfidare il governo e le grandi societa’ che si contendono l’Eldorado del Jharkhand. Toppi gli interessi in ballo, troppe le opportunità, e non a caso, durante gli spostamenti in auto con Kumar, ho osservato molti mezzi della CRPF (la polizia) appostati lungo le strade, oppure camion carichi di uomini in divisa diretti verso i posti di controllo notturni. Qui i guerriglieri detengono un enorme potere, controllano villaggi e territori dove l’autorità pubblica non ha modo di esistere. Sono loro, a quanto pare, gli interlocutori cui il governo deve rivolgersi per attuare qualsivoglia strategia o programma. Ne ho avuto una prova durante la mia sosta a Ranchi, coincisa con le prime elezioni delle Panchayat (consigli di governo dei villaggi nelle aree rurali) dopo una pausa di 33 anni. Il governo nelle ultime ore ha auspicato la collaborazione dei ribelli, affinché diano spazio alla ripresa democratica. Come però spesso accade in India, il presunto ‘ritorno’ alla democrazia con le elezioni di fine novembre, è stato assecondato da poliziotti e paramilitari, schierati a migliaia, armi in pugno, su tutto il territorio.

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