New Delhi, 26 Aprile 2011. È in Asia che si concentra il maggior numero di suicidi al mondo. Lo si evince da un recente rapporto diffuso dal mensile indiano Pargati, che ha analizzato i dati raccolti dal WHO, dal National Crime Records Bureau, dal Korea Times e dal China Daily. Lo scenario globale vede in testa alla lista la Corea del Sud, con 31 suicidi ogni 100.000 abitanti. Segue la Russia, con 26,5 casi, poi il Giappone con 24,4 casi, lo Sri Lanka 21,6 casi quindi la Francia, con 17 casi di suicidio per 100.000 abitanti. Il primo dei Paesi africani a finire nella lista (probabilmente anche l’unico per il quale si hanno dei dati statistici certi) è il Sudafrica con 15,4 casi. Ci sono poi gli Stati Uniti, primi nella triste classifica in America, 11,1 casi. Con 10,9 suicidi sullo stesso campione, l’India precede l’Australia che segnala 10,5 casi. Singapore conta 10,3 casi, la Germania 9,4 casi, l’Inghilterra 9,2 casi e la Cina 6,6 casi, anche se quest’ultimo dato lascia qualche perplessità per via della nota reticenza con cui Pechino è solita far filtrare le informazioni ritenute sensibili, ma va comunque riconosciuto al Governo cinese il merito di aver dimezzato il numero dei suicidi in meno di 10 anni. A chiudere l’elenco di Pargati sono il Brasile, il Messico e la Turchia, rispettivamente con 4,6 – 4 – 3,9 casi di su 100.000 abitanti.

Nello stesso rapporto viene anche analizzata con un certo dettaglio la situazione dell’India, nazione in cui la società, le aspettative di vita e la distribuzione della popolazione sul territorio stanno mutando ad una velocità incredibile. Non è un caso se dal 1980 ad oggi il numero delle persone che hanno deciso di togliersi la vita è più che raddoppiato. Come attenuante va detto che all’epoca non esisteva neppure il NCRB e che molti episodi erano lasciati fuori dalle statistiche, oppure elencati tra le morti accidentali o addirittura naturali. Il territorio indiano con il maggior numero di suicidi è Pondicherry, nel Sud, con 47,2 casi accertati su 100.000 abitanti, seguito dal Sikkim dove negli ultimi 10 anni l’incidenza è raddoppiata, arrivando a 39,9 episodi. Anche Bangalore, città simbolo dell’IT Made in India, soffre un numero rilevante di casi (38,1), seguita da Rajkot vicino al confine con il Pakistan. Meglio il Mizoram, nel remoto Nordest, dove sono stati registrati appena 6,9 casi, comunque in crescita rispetto al 1999.

Sebbene l’India sia uno dei Paesi con l’età media più bassa, tanto che alle prossime elezioni generali si prevede l’arrivo alle urne di 300 milioni di neoelettori, sono soprattutto le persone di media età, dai 33 ai 44 anni a togliersi la vita. Seguono i cittadini ‘senior’, di età compresa tra i 45 e i 59 anni, mentre i giovani (15 – 29 anni) sembra siano animati da una maggiore fiducia nel futuro, tanto da essere la fascia di età meno interessata dal problema. Passando alle percentuali più rilevanti, si scopre come quasi il 20% dei casi di suicidio avvenga in ambito domestico e riguardi le casalinghe. Queste donne suicide sono in larga maggioranza vittime del matrimonio combinato, da sempre diffuso in India e ancora oggi la principale forma di unione tra due nuovi coniugi in tutto il Paese. Questa antica pratica, costringe la giovane moglie ad una convivenza forzata presso il nucleo famigliare del marito, che spesso nemmeno conosce, e qui viene trattata alla stregua di una serva, spesso sottoposta a soprusi e violenze. Per questioni di chiarezza, va sottolineato come oggigiorno, per effetto della crescente presa di coscienza dei ragazzi e delle ragazze indiane, maggiormente istruiti e dotati di un certo senso critico, la pratica del matrimonio combinato sia vissuta come un vero e proprio dramma. Ciò è valido tanto nelle città, contesto in cui le cose stanno cambiando con una certa rapidità, quanto nelle aree rurali, dove le tradizioni e i retaggi millenari del sistema castale sembrano più difficili da intaccare. Gli impiegati, i lavoratori statali e i ‘colletti bianchi’ indiani compongono la seconda grande categoria maggiormente interessata dai casi di suicidio, il 17,2% sul totale. Mentre il terzo segmento analizzato riguarda i contadini e i braccianti delle aree rurali, afflitti da una miseria endemica, che ogni anno spinge decine di migliaia di persone a togliersi la vita. Qui, il dato riportato da Pargati mostra un 13,7% sul totale, anche se si tratta di numeri contradditori per via dell’esclusione di molti suicidi dalle classifiche. Inoltre, in questa categoria non vengono annoverate le donne contadine. Sembra che il NCRB non le consideri alla stregua di lavoratrici a tutti gli effetti. Cosa ancor più grave, la percentuale non include i contadini in nero quindi senza regolare contratto di assunzione, che rappresentano la parte maggiormente interessata (per ulteriori dettagli si segnala un servizio specifico pubblicato di recente).

Pargati ha analizzato anche le principali motivazioni e le modalità per le quali ci si toglie la vita in India. Nel 23,7% dei casi si parla di ‘problemi famigliari’, ribadendo quando succitato in merito alla pratica del matrimonio combinato. Viene poi la malattia. Nel 21% dei casi i malati terminali scelgono di suicidarsi. Infine, venendo alle metodologie impiegate, in cima alla lista figura il veleno, usato nel 33,6% dei casi, in particolare pesticidi agricoli disponibili praticamente in ogni casa (ulteriore dimostrazione di come il dato riportato in merito ai contadini vada necessariamente preso con le pinze). Il 31,5% dei suicidi sono commessi tramite mezzi ‘comuni’. Diversamente, una pratica specifica utilizzata in India è quella del darsi fuoco, rilevata nel 9,2% dei casi. Si tratta probabilmente di una deviazione dell’antica pratica hindu della sati (lett. ‘la virtuosa’), proibita dagli inglesi durante il Raj, che tradizionalmente prevede l’immolazione della sposa sulla pira funebre del marito. Prassi non del tutto scomparsa, che secondo gli hindu garantirebbe immensi benefici per la vedova disposta, o costretta, a sacrificarsi, e ovviamente al marito. Ebbene, l’utilizzo del fuoco come strumento per infliggersi la morte potrebbe essere una derivazione di questa antica forma di devozione shivaita.

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