Di Emanuele Confortin

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Idomeni, fiume Suva Reka. Foto di Emanuele Confortin.

Idomeni, confine greco-macedone. Il tema dei migranti è ormai noto a tutti. Si discute sulla legittimità delle loro pretese di protezione in Europa. A molti capita di dubitare, altri immersi fino al midollo nell’ignoranza li vorrebbero “lasciati in mare” o comunque confinati lontano. E lontano per Bruxelles significa Grecia o al più Turchia, forse in un futuro prossimo pure Italia. Basta non arrivino con le loro scarpe infangate nel cuore dell’Europa, in una Germania che ha visto la vittoria della destra populista e anti-immigrati, l’Alternative fuer Deutschland, con una cesura netta alla politica di A. Merkel. Poco importa se fuggono da guerre e persecuzioni indicibili, o se bisogna sborsare 3 + 3 miliardi di euro alla Turchia nella vana speranza di arginare un flusso inarrestabile. La realpolitik ha un prezzo, e oggi il conto tocca a siriani, iracheni, afgani, nigeriani, somali e a tutti gli altri.

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Idomeni, Fiume Suva Reka. Foto E. Confortin
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Idomeni. Il flusso di migranti. Foto E. Confortin

Bisogna essere qui, a Idomeni, un insignificante villaggio impantanato nella campagna greca, al confine settentrionale da cui si accede a Macedonia e Balcani. Le avvisaglie del dramma in corso iniziano a 20 km dalla frontiera, con le stazioni di servizio letteralmente invase da tende soffocate nel fango. Oggi (mentre scrivo, ieri per chi legge) il maltempo degli ultimi giorni ha concesso una tregua. Malgrado il vento, l’aria fredda e le nuvole. non piove e a molti basta e avanza. Ho osservato bambini non ancora pratichi sui due piedi giocare a palla con ragazzi e adolescenti. Incredibile quanto a volte un pallone da calcio possa rendere felici. Vorrei certi ultras scegliessero di fare il tifo per loro, anziché intonare cori razzisti dagli spalti degli stadi europei. Poi genitori impegnati ad asciugare il fondo delle tende. “Dormiamo da tre giorni con un dito d’acqua dentro, ormai non mi cambio più. Attendo torni il sole”, ha protestato un vecchio siriano trascinandomi a forza con il naso dentro la sua casa di tela, sospesa sul ciglio di un marciapiede a lato della stazione di benzina. Qualcuno cerca di cucinare per i figli e la moglie usando il telaio metallico di una vecchia sedia come braciere, ma la legna raccolta non asciuga e il fuoco non si accende… bisognerà aspettare, il fuoco e il cibo.

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Idomeni. Foto E. Confortin

Poi si arriva a Idomeni. Dove sorge il più grande campo di raccolta della Grecia settentrionale. Una processione di uomini, donne e bambini infila una strada laterale, risale un borgo di case in mattoni e prosegue nella campagna. Cinque chilometri tra salite e discese in una zona collinare circondata da una fitta macchia di querce e sughere. Si prosegue ancora. Nessuno sa dove porti la strada, ma dicono ci sia un varco, una feritoia nella doppia recinzione metallica sormontata da filo spinato costruito dal governo macedone. Finisce l’asfalto e iniziano fango, pozzanghere e sassi, fino ad un avvallamento, dall’altra parte dei colli, in vista della Macedonia. Per proseguire però bisogna superare un fiumiciattolo insignificante, trasformato in vigoroso torrente dopo cinque giorni di piogge incessanti. L’acqua marrone è impetuosa, gelida, mentre le cime attorno sono imbiancate dalla neve caduta di recente. Sembra impossibile ma si passa. Bisogna passare per tentare, cercare quella via promessa come una terra, l’Europa che in molti desiderano ma che resta lontana. Così uno dopo l’altro, decine, poi centinaia di migranti si affollano sull’argine orientale. Alcuni volontari li aiutano nella scelta del guado. Del resto domenica notte sono morti tre di loro, colpevoli di non aver scelto il posto giusto. Sempre i volontari, preziosi e fondamentali, fissano ai loro corpi una fune di plastica azzurra, un cordone ombelicale tra Grecia e Macedonia cui si aggrappano tutti, giornalisti compresi. C’è chi non perde nemmeno un istante, si libera di sacco a pelo, tenda, coperte e si getta nell’acqua attraversando senza un respiro. Poi tocca alle famiglie. Padri e madri con bambini di un anno o poco più stretti tra le braccia, decine e decine, con le lacrime agli occhi per la paura di perdere la presa. Una mano alla corda, l’altra forte in vita ai loro bambini. Qualcuno cade, ma acqua e freddo a parte si arriva dalla parte opposta. Quindi riprende la marcia, verso quel passaggio di cui si parla, ma che nessuno ha mai visto, nemmeno in foto. I media fino ad oggi non hanno mai coperto la zona. Si saprà poi degli appostamenti dei militari macedoni nel fitto del bosco, dei volontari e dei giornalisti arrestati per sconfinamento illegale. Ad ogni modo la corsa verso il gelo del Nord continua, sostenuta dal fuoco della speranza, inarrestabile malgrado tutto, malgrado l’Europa.

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