Islamabad, 9 Aprile 2013. Il Pakistan si avvicina con grandi speranze alle elezioni generali dell’11 maggio. Per la prima volta nella breve storia della Terra dei Puri, un governo civile ha concluso il suo mandato senza interruzioni, e per la prima volta assisteremo ad un avvicendamento tra due governi democraticamente eletti. Queste condizioni sono alla base dei dibattiti politici in Pakistan e oltre confine, dove ci si interroga in merito alla possibilità di dare continuità all’esperienza democratica anche dopo la turnata elettorale. Le condizioni non sono tuttavia ottimali, vista la pesante perdita di credibilità patita dal governo uscente retto da una fragile coalizione guidata dal Pakistan People Party (PPP). Credibilità venuta meno per l’intero sistema politico pachistano, percepito a tutti i livelli come fragile, corrotto e incapace di dare la svota che tutti si aspettano, a partire dal rilancio dell’economia, la ripresa dell’occupazione, la creazione di un sistema scolastico adeguato. Sono queste infatti le principali preoccupazioni dei giovani elettori pachistani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, presi in 5.271 come campione per un sondaggio sulla percezione del Paese commissionato dal British Council. I dati pubblicati ad inizio aprile sul Guardian non sono affatto incoraggianti, e svelano con chiarezza il carattere conservativo delle nuove generazioni pachistane. Le stesse generazioni che contano il 46% della popolazione nazionale, pari ad un bacino di 13 milioni di elettori intenzionati a far sentire la loro voce a partire dal voto di maggio. Questi giovani hanno perso fiducia nei partiti politici, sono convinti che la democrazia serva a poco o a nulla per aiutarli, per questo preferirebbero l’imposizione di un nuovo regime militare, e l’applicazione della sharia (la legge islamica). Dando una scorsa ai numeri:

il 94% degli intervistati è convinto che il Paese stia andando nella direzione sbagliata;

il 71% ha un’idea negativa del governo, il 67% è critico verso il parlamento, il 69% non crede nei partiti politici

il 77% sostiene l’esercito, il 74% è ben disposto verso le organizzazioni religiose

appena il 29% vede nella democrazia la soluzione per il Paese, il 32% preferirebbe un governo militare, il 38% è favorevole all’imposizione della sharia.

Con queste premesse, è evidente la necessità per il futuro governo, qualsiasi schieramento esso rappresenti, di veicolare la popolazione più giovane verso nuove posizioni. L’opportunità è unica, e offre un bacino enorme di ragazzi e ragazze i cui talenti sono sepolti sotto le ceneri del sistema scolastico pachistano. Islamabad deve fare leva sull’energia di questi 13 milioni di cittadini per rimettere in moto l’economia, rilanciare il comparto industriale e attirare così investimenti stranieri. Tutto ciò non prescinde dalla ristrutturazione del sistema scolastico (l’istruzione pubblica non esiste in Pakistan, sostituita dalle lezioni gratuite impartite nelle madrasa), e dall’epurazione del sistema giuridico nazionale considerato uno dei più fragili in Asia. Un fallimento in tal senso da parte del nuovo governo, potrebbe mettere seriamente in pericolo il sogno democratico sventolato in questi giorni dai leader politici impegnati in campagna elettorale.

Il rinnovamento di un governo democratico è un fattore cruciale anche per contenere le tensioni in Asia Centro-Meridionale, in gradi di condizionare i tempi e i modi del ‘passaggio di consegne’ previsto nel 2014 in Afghanistan. Altresì potrebbe favorire una maggiore distensione nei rapporti con l’India, e magari dare avvio ad una collaborazione anche in ambito economico più volte tirata in causa ma ancora in attesa di essere avviata.

 

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