Cina, India e Brasile i nuovi mercati della farmaceutica.
New Delhi, 20 Luglio 2012. La crisi delle grandi case farmaceutiche potrebbe essere ad una svolta. Lo afferma un rapporto del IMS Institute for
Healthcare Informatics, ripreso nei giorni scorsi dal New York Times, che attribuisce il merito della ripresa ai super-mercati di Cina, India e Brasile, dove i consumi di medicinali sono destinati a crescere inesorabilmente nel prossimo quinquennio. Si parla del raddoppiamento della domanda entro il 2016, in particolare in Cina, da cui deriverebbe una crescita del settore farmaceutico del 5-7%, rispetto al 3-4% del 2011. Ragionando in euro, l’impulso derivante dai mercati cinese, brasiliano e indiano porterà il giro d’affari complessivo a 980 miliardi di euro, risetto a 780 miliardi di euro del 2011. Ovviamente passeranno molti anni prima che il cinese medio possa sborsare in medicinali quanto un americano, infatti nel 2016 la spesa media pro capite in Cina si aggirerà sui 98 euro, mentre un americano spenderà 728 euro. Il dato interessate non riguarda però ‘quanto’ spenderanno cinesi, indiani e brasiliani, ma in ‘quanti’ spenderanno. India, Cina e Brasile assieme rappresentano un mercato formidabile, quasi sconfinato, e secondo le stime di IMS catalizzerà il 30% del mercato mondiale dei farmaci. La notizia è giunta a rallegrare i manager della farmaceutica in un momento opportuno, segnato dalla diffusione in Europa, USA e Giappone (i maggiori consumatori di medicinali) dei farmaci generici, di un maggiore senso critico nel ricorso alla chimica per risolvere i problemi di salute, e caratterizzato dalla cessazione di brevetti e licenze di distribuzione che avevano in certi casi garantito una sorta di monopolio per le aziende produttrici.
La repentina diffusione dei medicinali ‘occidentali’ in Cina e in India potrebbe aprire un nuovo capitolo nel campo del welfare, favorendo la diffusione di migliori standard nella cura di malattie e disagi, ma rischia di determinare anche un allontanamento dalle tradizioni mediche autoctone, come lo Ayurveda indiano, o la Medicina Classica Cinese, tramandate da secoli e parte di un sapere collettivo dal valore inestimabile.
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Grazie Alessia per l’intervento. A quanto affermi, mi sento solo di aggiungere una precisazione: i cambiamenti in corso in India, soprattutto nelle grandi città, stanno allontanando la gente da quella che potremmo definire in modo semplicistico ‘cultura tradizionale’, a favore di modelli diversi, spesso reinterpretati in chiave indiana, ma comunque in rottura con il passato. Questo accade anche in campo medico. Considera che gran parte dei medici indiani vengono formati all’estero, soprattutto Europa e Stati Uniti, ragion per cui la medicina occidentale si sta affermando in misura netta, e quasi in sostituzione delle tecniche e dei rimedi dello Ayurveda. Per esperienza personale, nel corso di alcuni viaggi nel passato mi capitò di dover richiedere cure per dei problemi di salute (dalla malaria alla dissenteria), che mi furono curati (anche in zone più remote, non solo in città) ricorrendo ai rimedi della medicina cui siamo abituati in Occidente. Lo Ayurveda credo continuerà ad esistere e ad essere utilizzato da una buona parte della popolazione, soprattutto in funzione preventiva, ma la diffusione delle medicine e degli interessi delle compagnie farmaceutiche stranieri difficilmente potrà essere ostacolata.
La qualità delle cure alternative non ha prezzo.
Capisco perfettamente che per le malattie serie bisognerebbe ricorrere all’uso dei farmaci, ma non credo che le persone asiatiche siano disposte a spendere molti soldi per la medicina occidentale.
C’è differenza tra lo stile di vita americano e lo stile di vita asiatico. Gli indiani utilizzano la cura ayurvedica che funziona da millenni ed è naturale, e conducono uno stile di vita molto semplice.
Gli occidentali, invece, sono molto esigenti e per ogni piccolo malessere preferiscono ingoiare grandi quantità di medicine.
Gli unici che ci guadagnerebbero saranno, ovviamente, le aziende farmaceutiche.
Alessia.