New Delhi, 30 Marzo 2011. Cresce drammaticamente la diffusione dell’eroina e degli oppiacei in India, in particolare nelle grandi metropoli del Centro e del Nord. Secondo la rivista Tehelka, che di recente ha pubblicato un’elaborata analisi del fenomeno in collaborazione, tra gli altri, con il National Drug Detoxification and Treatment Centre (NDDTC) di New Delhi, la democrazia più popolosa al mondo ha raggiunto “il punto di non ritorno nella diffusione dell’eroina”. Ciò significa che generazioni di giovani e giovanissimi – le categorie più colpite, appartenenti ad ogni estrazione sociale o forse, trattandosi di India, è meglio dire jati lett. ‘nascita’ –, sono ormai schiavi delle dosi quotidiane, in misura tale da poter parlare di un fenomeno diffuso e alla deriva, quindi difficile da controllare. È certo che la rete dello spaccio segue una logica di tipo castale, per cui tra i membri delle classi più abbienti viene distribuito un prodotto di qualità maggiore, tagliato poco e meglio, quindi relativamente sicuro. Diversamente, nelle zone povere e marginali delle città trova spazio l’eroina peggiore, quella trattata più e più volte, spesso letale. “Nulla di strano” verrebbe da dire, la fenomenologia è del tutto simile a quella osservata in Europa a partire dagli anni Sessanta, con le solite distinzioni tra ricchi e poveri, salotti e bassifondi. Ciononostante, il fenomeno della diffusione delle droghe pesanti in India ci può aiutare a comprendere meglio il nostro passato recente, segnato dall’industrializzazione, dal progresso, dalla migrazione a ridosso dei centri urbani. In egual modo, l’esperienza dell’occidente potrebbe, e sottolineo il condizionale, aiutare a limitare un fenomeno che nell’India delle grandi masse ha già raggiunto livelli record.

L’evoluzione della piaga delle dipendenze da eroina in India,­ ha seguito la diffusione delle piantagioni di papaveri da oppio, localizzate in particolare al nord, dal West Bengal sul confine con il Bangladesh, al Kashmir vicino al Pakistan. Quest’area comprende inoltre l’Himachal Pradesh, l’Uttarakhand, il Bihar, il Jharkhand, il Manipur e l’Arunachal Pradesh, creando una fascia di territorio nota come Mezzaluna d’Oro Indiana (nome ripreso dalle celebri e tormentate zone di produzione all’incrocio tra Pakistan, Afghanistan e Iran), in cui è stata registrata una netta crescita delle coltivazioni. A seguito delle indagini del Narcotic Central Bureau (NCB), tra il 2009 e il 2010 in India sono stati individuati e distrutti circa 3000 ettari di terreni coltivati a papavero da oppio, sufficienti a produrre circa 5.000 chilogrammi di eroina pura. Per quanto si sia trattato di un ottimo risultato, secondo le stime dell’NCB l’estensione delle piantagioni in India è almeno 10 volte maggiore. A favorire la diffusione delle coltivazioni contribuiscono diversi fattori. In primis viene la scarsa prevenzione, basti pensare che l’NCB, ufficialmente deputato a questa funzione, dispone di soli 670 uomini, incaricati di monitorare una nazione grande quanto l’Europa, coperta in gran parte da terreni coltivabili, foreste e rilievi, luoghi potenzialmente ideali per la coltura del papavero. Viene poi la corruzione, altra piaga endemica in India, con cui coltivatori e trafficanti ammansiscono le autorità, i politici e la polizia, oliando di tanto in tanto gli ingranaggi a suon di rupie. È poi il turno dei proprietari terrieri, per i quali cedere in usufrutto qualche terreno ai trafficanti rappresenta un ottimo affare, retribuito con una somma variabile dalle 115.000 alle 150.000 rupie per ettaro (dai 1.839 euro ai 2.400 euro), versate in anticipo rispetto ai profitti drasticamente inferiori delle colture tradizionali liquidati solo a fine stagione. Infine ci sono i braccianti (quasi sempre maschi) e gli estrattori (soprattutto donne e bambini), solitamente sfruttati dal sistema agricolo indiano, in base al quale per chi svolge il lavoro duro nei campi è già molto riuscire a mangiare tutti i giorni. Tra i papaveri da oppio però, la figura del contadino viene rivalutata, divenendo una sorta di operaio specializzato, la cui maestria è fondamentale per la buona riuscita del raccolto. Per il bracciante, spesso di casta bassa o bassissima, sistematicamente privo di qualsiasi forma di tutela sindacale a prescindere che questo si spezzi la schiena sui campi ‘legali’ o sulle piantagioni da oppio, il lavoro con i trafficanti rappresenta una fonte di reddito privilegiata, capace di fruttare più di 100.000 rupie per ettaro (1.600 euro). Stesso discorso per gli estrattori, ovvero i ‘tecnici’ che incidono i bulbi del papavero per poi raccogliere il lattice, cui spetta un salario giornaliero di 400 rupie, il quadruplo di quanto otterrebbero svolgendo lavori ben più duri e ingrati nei campi coltivali a legumi o riso. Le rupie creano un’inevitabile dipendenza di comodo per i braccianti, gli estrattori e per tutti gli attori coinvolti, vincolati all’economia nera dell’oppio, tanto che non sono rare le sommosse popolari nel caso in cui la polizia scopra e distrugga delle piantagioni. Banconote a parte, l’industria del papavero favorisce anche la diffusione del consumo di oppiacei nelle aree rurali, a partire dai contadini, i quali si allontanano sempre di più dalla loro realtà, dal sistema di sussistenza cui erano abituati, rendendo difficile se non impossibile il ritorno alla vita di un tempo qualora il business si trasferisse altrove.

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