News Delhi, 7 Novembre 2012. Il governo indiano guidato da Manmohan Singh corre ai ripari per allontanare lo spettro delle elzioni anticipate. La scorsa settimana, l’80enne premier Singh ha attuato un rimpasto ministeriale, nel tentativo di risollverare le sorti della United Progressive Alliance, la coalizione da lui guidata che ha recentemente perso la maggioranza a causa dell’allontanamento di un partito minore. L’intervento deciso del primo ministro svela anche un tentativo di sbloccare il governo dopo un anno di quasi totale immobilità, dovuta ai continui scandali di corruzione  e nepotismo che stanno bersagliando i rappresentanti più autorevoli del Congress Party, il principale partito indiano che deve la sua fortuna proprio ai nomi di peso che ne hanno portato le insegne, sin dal 1885, l’anno della fondazione.

Alcune delle nomine più importanti hanno riguardato il ministero della Giustizia, affidato a Ashwani Kumar, il ministero dell’Interno ad Ajay Maken, il ministero delle Risorse Idriche a Harish Rawat e il ministero della cultura a Chandresh Kumari. Da evidenziare anche la nomina del musulmano Rahman Khan quale nuovo ministro delle Minoranze, mossa importante in una paese a maggioranza hindu in cui 138 milioni di musulmani vivono in una condizione di parziale isolamento, formando una minoranza molto pesante  sul piano elettorale, anche in vista delle votazioni normalmente previste per il 2014, ma che potrebbero essere anticipate. La strategia di apertura verso il mondo islamico di Singh ha trovato continuità nella più pesante delle nomine della scorsa settimana, quella che ha visto il passaggio del ministero degli Esteri al 59enne Salman Khurshid. Anche lui musulmano, discendente da una importante famiglia indiana molto attiva nella politica nazionale – il nonno Zakir Hussain fu presidente dell’India -, sembra la persona più preparata e competente ad affrontare le nuove sfide della politica estera di New Delhi. Khurshid ha anche l’onere di salvare la faccia del ministero indiano, dopo che il suo anziano predecessore S.M. Krishna ha più volte sfigurato in occasioni importanti, come quando fu quasi deriso dal suo corrispondente pakistano ad Islamabad, per il fatto di venire istruito telefonicamente prima di aprire bocca. Altro episodio imbarazzante per l’ex ministro degli Esteri riguarda un intervento pubblico in cui ha letto parte del discorso del rappresentante portogose. Ad ogni modo Khurshid guarda avanti, ponendo Cina e Pakistan tra le priorità del proprio mandato. Dopo essere stato incaricato da Singh, il giovane ministro ha dichiarato di voler lavorare alla forte ripresa del dialogo con Islambad, interrotto nel 2008 dopo gli attentati di Mumbai e ripreso lo scorso anno seppure con scarsa incisività.

La notizia più importante però riguarda una mancata nomina eccellente, quella del giovane Rahul Gandhi, figlio della leader del Congress Party Sonja Gandhi, invitato nuovamente da Singh a prendere parte al governo. Proposta respinta da Gandhi, universalmente considerato l’erede di  Singh e della madre Sonja quale guida del Congress, che ha preferito continuare a lavorare per lo sviluppo e il successo del partito. Quello che il premier Manmohan Singh ha definito “l’ultimo rimpasto prima delle elezioni”, è stato necessario anche per sostenere le manovre attuate di recente, in particolare l’apertura verso gli investimenti esteri nel campo della grande distribuzione, le assicurazioni e le compagnie aeree, azioni salutate con il plauso dei grandi investitori indiani e stranieri, ma meno apprezzata dai partiti di sinistra che fanno partre dell’UPA. A destare l’irritazione di questi partiti di minoranza, e la fuoriuscita dalla coalizione di uno di essi, è stata la decisione di ridurre i sussidi per il carburante e il gas da cucina. Scelte impopolari, che sono costate la maggioranza al Congress Party, sul quale ora si allunga l’ombra delle elezioni anticipate.

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