Islamabad, 18 Marzo 2013. Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo regolarmente eletto è riuscito a portare a termine un’intera legislatura. Cinque anni travagliati, minati da scandali, corruzione, imbrogli e tanta, troppa violenza, che tuttavia non sono bastati a stroncare il governo attualmente presieduto da Raja Pervez Ashraf, succeduto nel luglio 2012 a Yousaf Raza Gillani. Ashraf ha commentato la fine del mandato con soddisfazione, definendo questa prima volta del Pakistan “una vittoria per la democrazia”, aggiungendo nel suo ultimo intervento televisivo in qualità di premier ”che una persona ordinaria come me sia oggi premier del Pakistan e’ una fonte di piacere e fa sperare in una proseguimento della democrazia. Le forze democratiche hanno finalmente vinto”.  Il premier uscente, leader del Pakistan People Party (PPP) non ha mancato di sottolineare i risultati ottenuti nel corso del mandato, in particolare l’introduzione di riforme economiche, l’aumento dei salari, e l’avvio di progetti di sviluppo. Per quanto fittizi, i successi citati dal premier uscente assumono un valore ben diverso se inquadrati nel contesto pachistano, dove dal 1947, anno dell’indipendenza dal Raj Britannico e della Partizione dall’India, qualsiasi forma di governo civile è sempre stata amputata dall’auctoritas militare, attraverso un golpe (l’ultimo quello di Musharraf a ottobre 1999) oppure a seguito di riforme costituzionali.

Per il Pakistan il prossimo appuntamento con la democrazia è dietro l’angolo, e prevede il regolare trasferimento del potere ad un nuovo governo, a seguito delle elezioni di metà maggio. Se ciò avvenisse, per il Presidente pachistano Asif Ali Zardari (massimo esponente del PPP e vedovo della compianta Benazir Bhutto) potrebbe significare una chance di rielezione al termine del suo mandato a settembre. Ad oggi i sondaggi non danno ragione a Zardari e Ashraf, attribuendo la maggioranza all’ex premier Nawaz Sharif, leader della Pakistan Muslim League (N). Se i numeri dei sondaggi di febbraio fossero confermati, la maggioranza del PML(N) sarebbe tuttavia fragile, quindi insufficiente a garantire la creazione di un nuovo governo vagamente solido. E’ qui che subentrano come ago della bilancia un manipolo di partiti minori di orientamento religioso, etnico e regionale, per i quali si profila una corsa all’accordo dell’ultima ora sulla base dell’offerta migliore, lasciando ipotizzare la creazione di un governo di coalizione. Tra i nomi più pesanti nel bazar pre-elettorale pachistano figura anche l’ex campione di cricket Imran Khan, oggi leader politico del Pakistan Tehreek-e-Insaf particolarmente amato dal popolo per le sue campagne contro la corruzione e in opposizione agli attacchi dei droni americani in Pakistan. Imran Khan sembra l’alleato ideale per il PML(N) in Punjab, distretto originario dell’ex nazionale che conta ben 272 seggi parlamentari.

Parlando di Pakistan è azzardato ipotizzare modi e tempi di un possibile proseguimento dell’avventura democratica in atto, sebbene sia lo stesso capo supremo dell’esercito a farsi garante. In un intervento pubblico, il generale Ashfaq Parvez Kayani ha assicurato il suo pieno supporto alle elezioni, senza lasciar trasparire alcuna inclinazione verso l’uno o l’altro schieramento politico, evento raro nella storia elettorale pachistana, e per questo letto come ulteriore elemento a favore della democrazia.

Mancano poco meno di due mesi all’apertura delle urne e la campagna elettorale si appresta ad entrare nel vivo. Tra i temi più sentiti dagli elettori figurano la stabilità interna minata da terrorismo e violenza dilagante, legata a doppio filo alle relazioni stabilite con gli Stati Uniti impegnati nel vicino Afghanistan. Vengono poi la scarsa crescita economica e l’aumento della disoccupazione, peggiorati con l’aggravarsi della crisi energetica che sta travolgendo il Paese e considerata la principale minaccia alla stabilità interna. Queste tematiche particolarmente sentite entro i confini nazionali, bastano a mettere in secondo piano ‘dettagli’ più cari all’Occidente (apparentemente unico arbitro e giudice delle democrazie altrui), come la tutela delle minoranze religiose, la condizione della donna e la tolleranza verso alcune organizzazioni estremiste operanti liberamente nel Paese. La speranza è molta, ma la lotta per la democrazia in Pakistan non sarà breve, nemmeno facile.

 

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