Rilancio il pezzo scritto per Esodi, su EastWest in merito al dramma della desertificazione, da cui l’innesco di nuove e crescenti migrazioni. Un fenomeno ancora parzialmente accettato dall’opinione pubblica, tanto che più di qualcuno è davvero convinto si parli di fake-news …   

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Siccità e crisi idrica non sono prerogative dell’Italia. Malgrado da giorni i bollettini meteo propongano analisi e previsioni sulle conseguenze delle condizioni climatiche anomale che continuano a interessare il nostro Paese, altrove le cose vanno drammaticamente peggio. È quanto emerge dalla Giornata mondiale per combattere la desertificazione e la siccità – World Day to Combat Desertification and Drought, WDCDD –, che si è svolta il 17 giugno a Ouagadougou, in Burkina Faso, seguita il 27 e 28 giugno da un evento europeo, in Francia.  

Il responso dal summit africano organizzato dal Secrétariat Permanent des Organisations Non Gouvernementales (Spong, unione di organizzazioni non governative del Burkina Faso), cui hanno preso parte più di 170 delegati di organizzazioni internazionali e governi, è lapidario: il ruolo svolto dai cambiamenti ambientali nelle migrazioni nel mondo cresce in modo inesorabile. Fenomeno particolarmente gravoso nel cosiddetto Sud del Mondo, dove l’emergenza ambientale deve necessariamente essere legata al tema della disoccupazione nelle zone rurali, causa, assieme alle guerre, delle migrazioni africane.

Desertificazione
Desertificazione

Per delineare correttamente il quadro bastano un paio di numeri: entro il 2030 si prevedono 135 milioni di profughi climatici dovuti alla desertificazione dei terreni. Di questi, 60 milioni sono destinati a spostarsi dall’Africa Sub-Sahariana al Nord Africa e all’Europa. L’azione combinata di desertificazione, erosione e soil sealing – impermeabilizzazione dei terrenti – interessa il 24% delle terre produttive del pianeta, con ripercussioni per 1,5 miliardi di persone. Sulla base dei dati pubblicati dalla United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD, Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione), la perdita economica stimata è compresa tra 1,5 e 3,4 mila miliardi di euro, equivalente a al 3,3-7,4% del Pil mondiale.

Traducendo i numeri in fenomeni reali, nel caso africano significa crescente insicurezza alimentare, riduzione delle fonti idriche pulite, povertà, instabilità, conflitti, infine migrazioni forzate.    

Uno scenario chiaramente estremo, aggravato dall’influenza della crisi asiatica. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Cenre (IDMC) infatti, nel 2016, 24,2 milioni di persone sono state sfollate per cause ambientali in 118 Paesi del mondo, in larghissima maggioranza concentrate proprio in Asia (68% – 16,4 miliioni in Asia orientale e Pacifico; 14,8% – 3,6 milioni in Asia Meridionale). Si tratta del triplo rispetto ai profughi di guerra, e l’86% (su 24,2 ml) è dovuto ad eventi meteorologici disastrosi. Lo studio tuttavia si limita ai fenomeni eccezionali, escludendo chi è costretto a lasciare la propria casa per effetto del lento degrado ambientale provocato ad esempio dalla salinizzazione dell’acqua, dalla desertificazione o dall’innalzamento progressivo del livello del mare, solo per citare alcuni.  

«La sfida è ben altro che un milione di giovani africani che tentano di migrare in Europa» ha dichiarato Monique Barbut, segretario della UNCCD, intervenuta a Ouagadougou. «Più di 375 milioni di giovani entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi 15 anni. Tra loro, 200 milioni vivono in zone rurali». Sono loro i primi destinatari delle attenzioni del summit, visto che la possibilità di garantire opportunità e prospettiva a questi giovani “disillusi” influenza in modo determinante la stabilità di gran parte dell’Africa.

Concetto ribadito durante il WDCDD da una dichiarazione congiunta del presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré, del parigrado Ibrahim Boubacar Keita del Mali e dal nigeriano Mahammadou Issoufou: «siccità, insicurezza alimentare, crisi idrica, disoccupazione, disillusione per il futuro e povertà sono terreno fertile per l’estremismo, e sintomo di insicurezza, instabilità e insostenibilità».   

Occupazione in contesto rurale dunque. Questione irrinunciabile in vista della definizione di nuovi interventi per limitare le migrazioni dirette a Nord, in quanto un numero consistente di giovani si è abituato a considerare “normali” fonti di reddito alternative all’agricoltura, alla pastorizia o alla pesca, accettando spesso compromessi pericolosi, se non addirittura la strada della militanza armata. Colpa dei ripetuti errori di gestione delle risorse naturali, intrecciati alle conseguenze dei cambiamenti climatici che continuano a flagellare l’Africa, dove secondo le Nazioni Unite la temperatura aumenterà una volta e mezzo più in fretta rispetto al resto del mondo. Questo malgrado il continente africano produca meno del 6% delle emissioni inquinanti del pianeta.

Le aree più colpite sono l’Africa sub-sahariana e il Sahel, dove il rapido degrado ambientale ha portato alla scomparsa di ampie distese coltivabili, inclusa la decimazione del bestiame. Quadro aggravato dalla povertà diffusa, dalla fame, dalla scarsa scolarizzazione, dall’isolamento del territorio e dalla mancanza di investimenti volti allo sviluppo. Si aggiunge infine la rapida crescita demografica, tale da indurre le Nazioni Unite a definire una «missione impossibile» gli sforzi attuati per sfamare il Sahel.    

Agli occhi di noi europei, migrazioni ed esodi forzati sono le conseguenze più evidenti e discusse, ma c’è anche chi tenta di rimanere, provando a convivere con un clima talmente estremo da riuscire a uccidere quanto le guerre. Lo ha ricordato in questi giorni il direttore generalo della FAO José Graziano da Silva, ricordando quanto accaduto nel 2011 in Somalia, dove a causa del clima in pochi mesi «250mila persone sono morte di fame».