Lahore, 5 Ottobre 2012. E’ trascorso esattamente un anno, da quando partii per il mio primo reportage in Pakistan. Di quei giorni ricordo bene la complessità del territorio, la forte militarizzazione delle strade e dei centri cittadini, le raccomandazioni di chi mi ospitava quando partivo per delle visite o interviste. Allo stesso modo ho memoria della curiosità dimostrata dalla gente, di gioia, di una chiara apertura verso uno straniero interessato a civiltà complesse e lontane come quelle pakistane, poi la voglia di raccontarsi delle persone, il desiderio di essere conosciuti per quello che sono: esseri umani amanti della pace, stanchi della guerra e delle violenze.

Oggi, con la memoria di quei giorni ancora negli occhi, sfoglio i quotidiani di Islamabad ritrovando le stesse cronache di sempre, diverse per movente ed esecuzione da Quetta a Karachi, ma tutte accomunate dal germe della follia. Notizie che scandiscono realmente la quotidianità in Pakistan, ma che mi sono più volte illuso fossero soltanto un brutto sogno, o un errore di cronisti distratti..

Sabato nella periferia di Kuzdar, città del Baluchistan situata a 300 chilometri da Quetta, un minibus è stato attaccato a colpi di arma da fuoco da due uomini giunti su una motocicletta. Il veicolo parcheggiato nell’area di sosta di un distributore di benzina è stato avvolto dalle fiamme, propagate in breve alla pompa di carburante che ha provocato una violenta esplosione. 18 passeggeri sono arsi vivi nell’abitacolo, mentre uno solo è scampato alla morte, e ora si trova in gravi condizioni nell’ospedale di Quetta. Ignota l’identità degli aggressori, così come il movente. Le vittime erano tutte civili, tra le quali anche donne e bambini.

Continuano le faide a Karachi, nel Sindh pakistano, dove nel weekend sono state freddate a colpi di arma da fuoco altre 10 persone, in zone diverse della città. Si trattà dell’ennesima serie di agguati legati alla guerra tra clan, gruppi etnici e fazioni politiche che da anni incendia la capitale economica del Pakistan. Da inizio ottobre il susseguirsi di attacchi e rappresaglie ha provocato 201 vittime.

Il 31 ottobre le autorità di Lahore hanno tratto in arresto con l’accusa di blasfemia il preside e un professore della prestigiosa Farooqi Girls High School, istituzione scolastica per sole donne, molto conosciuta e apprezzata in città. A seguito dell’areesto e dell’incitazione di alcuni esponenti religiosi locali, una folla di uomini ha fatto intrusione nella struttura saccheggiandola per poi darla alle fiamme. Inevitabili i dubbi sulla fondatezza delle accuse, visto che il solo fatto di favorire l’istruzione femminile viene interpretato come un reato di blasfemia (pesantemente punito in Pakistan da una legge approvata di recente) dagli apparati più intransigenti dell’ortodossia islamica. La Farooqi Girls High School ora è stata chiusa fino a nuovo ordine. Un tempo ospitava 3000 studentesse e 200 insegnati. Nessuna informazione sul destino dei due arrestati.

L’episodio di Lahore racconta il dramma vissuto dalle donne pakistane, per le quali il solo fatto di scegliere la strada dell’istruzione basta a porle in una condizione di pericolo. Le cose possono comunque peggiorare, così come accaduto ad una 15enne di Khoi Ratta, località situata a 140 chilometri da Muzaffarabad, nel Kashmir pakistano. La giovane è stata picchiata ferocemente dal padre con l’accusa “di aver parlato con un uomo”, disonorando così la famiglia. Il capo famiglia con l’aiuto della madre ha poi cosparso di acido il corpo della figlia condannandola ad una morte lenta e atroce. La polizia ha ricostruito i fatti sulla base delle testimonianze della sorella e del medico che ha tentato invano di salvare la vita alla ragazza, il cui corpo era stato dilaniato quasi interamente dall’acido.

Sabato nel distretto settentrionale di Buner, nel Kyber Pakhtunkhwa, Fateh Khan, leader politico del partito Pashtun di sinistra Awami National Party è rimasto ucciso in un attentato suicida rivendicato dal Terikh-e-Taliban Pakistan (TTP, i Taliban pakistani). L’aggressore è giunto in motocicletta e una volta avvicinata la vittima designata si è fatto saltare in aria. Nella deflagrazione hanno perso la vita 6 persone, incluso il suicida e il politico.

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