Tratto da Arabnews (traduzione dell’originale dell’Asian Times)

26 Febbraio 2009. Forse non sapremo mai cosa ha spinto il portavoce dell’Indian National Congress (INC), il

Immagine storica di Gandhi e Nehru, considerati i padri dell'India moderna
Immagine storica di Gandhi e Nehru, considerati i padri dell

partito di governo indiano, a suggerire che il Bharat Ratna – il “Gioiello dell’India” – venga conferito a George W. Bush. L’India ha conferito la sua più alta onorificenza civile solo a due stranieri, uno dei quali fu Nelson Mandela. Sembra che il politico dell’INC si sia lasciato trasportare da un’ondata di nostalgia, di fronte ad un pubblico selezionato dell’elite di Delhi – quella stessa elite che si dedicò alla “remunerativa” missione della “partnership strategica” fra India e Stati Uniti nell’era Bush. Ironicamente, mentre egli parlava venerdì scorso, una delegazione stava lasciando gli Stati Uniti alla volta dell’India per rendere omaggio al Mahatma Gandhi, il grande apostolo della nonviolenza che ispirò Martin Luher King, il quale a sua volta rimane una costante fonte di ispirazione per il presidente americano Barack Obama. Questi due eventi fra loro non correlati hanno messo in evidenza il dilemma che i politici indiani si trovano di fronte, mentre l’era Obama comincia il suo corso.
In effetti, è una straordinaria presa di posizione il fatto che la prima delegazione americana a visitare l’India, dopo l’insediamento di Barack Obama, sia una delegazione “gandhiana”. Obama sta forse “demilitarizzando” la cooperazione strategica India-USA? La cooperazione militare fu al centro del rapporto fra Stati Uniti e India negli ultimi otto anni. Negli ultimi anni, l’India ha compiuto più di 50 esercitazioni militari insieme agli Stati Uniti.

Un appuntamento mancato

Una coltre di malinconia è scesa sull’elite di Nuova Delhi. Vi è una diffusa nostalgia per George W. Bush. I

Obama e la Clinton
Obama e la Clinton

responsabili dell’amministrazione Bush sostenevano che gli Stati Uniti considerano l’India come la principale potenza dell’Asia meridionale, e come un attore chiave del continente asiatico che sarebbe potuto emergere come un possibile contrappeso della Cina a livello militare. Ci si attendeva che gli Stati Uniti avrebbero districato l’India dal pantano dei suoi vicini sud-asiatici esercitando forti pressioni sul Pakistan.

Grazie al costante incoraggiamento dell’amministrazione Bush, l’elite indiana cominciò a riporre fiducia nelle possibilità che il loro paese emergesse come un protagonista della scena mondiale. Essa cominciò a lavorare “spalla a spalla” con gli Stati Uniti, proprio come esortavano a fare i responsabili americani. Ora, gli strateghi indiani si ritrovano in una posizione imbarazzante – vestiti di tutto punto, per un appuntamento mancato.

Tre fattori hanno scosso la fiducia indiana. Primo, gli strateghi indiani hanno seriamente sottostimato l’impasse militare che si stava sviluppando nella guerra in Afghanistan, e la conseguente acuta dipendenza degli Stati Uniti dalla collaborazione pakistana. Ciò può apparire sorprendente, ma la conoscenza degli affari afghani rimane scandalosamente insufficiente fra gli analisti indiani.

Secondo, gli esperti indiani hanno sottovalutato la gravità della crisi finanziaria globale scoppiata lo scorso anno. Essi non hanno compreso che la crisi avrebbe fondamentalmente cambiato l’ordine mondiale. Perfino gli esperti indiani più scaltri avevano riposto una fede “commovente” nel progetto del “Nuovo Secolo Americano”.

Terzo, l’establishment indiano non è riuscito a cogliere ciò che Obama intendeva quando parlava di “cambiamento”. Lo scetticismo indiano sulla capacità di Obama di cambiare le politiche americane è ancora abbastanza diffuso. L’establishment indiano aveva concluso che, alla fine, Obama avrebbe dovuto operare all’interno del “sistema”, messo con le spalle al muro dall’establishment politico e di sicurezza dell’America. Gli indiani non hanno capito che la stessa capacità americana di sostenere il suo predominio globale si stava indebolendo e necessitava di radicali cambiamenti nelle politiche di Obama.

Da questo punto di vista la visita nella regione, la scorsa settimana, del nuovo rappresentante americano per l’Afghanistan e il Pakistan, Richard Holbrooke, ha rappresentato una cartina di tornasole. Essa ha messo in evidenza che l’appoggio di Islamabad alla strategia militare americana in Afghanistan è divenuto determinante. La guerra è giunta a una fase cruciale, e salvarne le sorti appare sempre più difficile.

Soprattutto, vista la complessiva fragilità della situazione politica in Pakistan, si è raggiunto uno stadio oltre il quale gli Stati Uniti non possono esercitare ulteriori pressioni nei confronti di Islamabad. Perciò, con un cambiamento di approccio, gli Stati Uniti non avranno altra scelta che quella di lavorare con il Pakistan. Nella prossima fase, via via che Holbrooke aprirà la strada verso un compromesso afghano, il bisogno della collaborazione pakistana crescerà ulteriormente.

Nel frattempo, la rivelazione che i droni (aerei senza pilota (N.d.T.) ) americani decollano da basi pakistane sottolinea quanto Washington e Islamabad abbiano lavorato fianco e fianco. L’accettazione passiva con cui gli Stati Uniti hanno accolto il rilascio di Abdul Qadeer Khan (scienziato pakistano considerato il fondatore del programma nucleare di Islamabad, accusato di essere coinvolto in un traffico internazionale di tecnologia nucleare (N.d.T.) ) ha messo in evidenza l’ampia tolleranza nei confronti del Pakistan. Gli strateghi indiani, che avevano immaginato che Nuova Delhi fosse il partner preferito di Washington nell’Asia Meridionale sono rimasti sbigottiti. Chiaramente, l’India non è neanche lontanamente un alleato apprezzabile quanto il Pakistan per gli Stati Uniti in questo momento.

In prospettiva, la decisione di Obama (mercoledì scorso) di approvare l’invio di rinforzi americani in Afghanistan rappresenta un momento di svolta. Egli ha posto la sua presidenza in prima linea. Da questa settimana in avanti, la guerra di Obama è cominciata. Tale guerra potrebbe benissimo distruggere la sua presidenza. O egli avrà successo, o rimarrà impantanato nel conflitto. Tuttavia, la nuova strategia americana è ancora in via di definizione. Delhi prende nota che questo processo di definizione si trova ad una svolta così cruciale che il comandante dell’esercito pakistano, il generale Parvez Kayani, è stato invitato a Washington per consultazioni.

Il messaggio è chiaro: Washington non è nello stato d’animo di inimicarsi il suo partner pakistano, e si attende che Delhi tenga sotto controllo le tensioni nei suoi rapporti con Islamabad.

Corteggiare lo yuan

Hu Jintao
Hu Jintao

Ma vi è un altro aspetto, nella nuova politica estera di Obama, che preoccupa ancor di più l’India. La politica cinese di Obama rende obsoleto il calcolo strategico dell’India, costruito attorno alla strategia di contenimento degli USA. Appena due o tre anni fa, l’amministrazione Bush incoraggiò l’India a riporre la propria fiducia in un’alleanza quadripartita di democrazie “asiatiche” – gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e l’India – che si sarebbe sforzata di stabilire le regole del comportamento cinese nella regione.
Secondo alcune fonti, i responsabili del Dipartimento di Stato avevano inizialmente proposto che l’India fosse inclusa nell’itinerario dell’attuale primo tour ufficiale della Clinton all’estero, ma quest’ultima ha cancellato la tappa indiana. Per come stanno le cose, sembra che Clinton facesse sul serio quando lo scorso anno scrisse nel suo articolo sulla rivista “Foreign Affairs” che “il nostro [degli USA] rapporto con la Cina sarà il più importante rapporto bilaterale del mondo in questo secolo”.

In un importante discorso presso la Asia Society di New York, venerdì scorso prima di imbarcarsi per il suo tour asiatico, Clinton disse: “Noi crediamo che gli Stati Uniti e la Cina possano trarre beneficio e contribuire reciprocamente ai successi di entrambi. E’ nostro interesse lavorare con maggiore impegno per creare un’area di interesse comune e di opportunità condivise”. Poi si è detta favorevole ad un “dialogo complessivo” e ad una “agenda più ampia” con la Cina.

Le ragioni sono comprensibili. Gli Stati Uniti hanno bisogno di nuove opportunità di esportare in Cina, e dovrebbero persuadere Pechino ad accettare un tasso di cambio realistico fra dollaro e yuan, oltre a convincere la Cina a continuare ad investire i suoi soldi in America. Ma ciò che si sta profilando è una cosa straordinaria, mentre sta iniziando un nuovo capitolo nel rapporto di reciproca dipendenza dei due paesi, nel quale entrambi diventeranno partner di pari grado nella crisi. Ciò era semplicemente impensabile.

Potrebbe affermarsi, nell’amministrazione americana, una visione secondo la quale l’Asia è sufficientemente grande per gli Stati Uniti e la Cina, e può essere un continente dal quale entrambi i paesi potranno trarre benefici, oltre che contribuire al bene comune.

Tuttavia, è proprio a questo punto che sorge un serio problema per l’India. Dal punto di vista indiano, l’Asia meridionale e l’Oceano Indiano non sono “abbastanza grandi” per l’India e per la Cina.

Il drago cinese accerchia il pavone indiano

Il presidente cinese Hu Jintao ha suscitato preoccupazione in India, con il suo arrivo a Port Louis, nelle isole Mauritius, martedì scorso durante la fase finale della sua ultima “odissea” in Africa. Hu Jintao ha disinvoltamente elargito un generoso pacchetto di aiuti del valore di 1 miliardo di dollari alle Mauritius, che l’India tradizionalmente considera parte della sua “sfera d’influenza” nell’Oceano Indiano. Senza dubbio si è trattato di un gesto audace da parte di Pechino nei confronti di un paese in cui la maggioranza dei suoi 1,3 milioni di abitanti è di origine indiana – in un momento in cui anche la Cina deve far fronte alla crisi economica.

Evidentemente, Pechino considera le Mauritius come un’ulteriore piattaforma fra la Cina e l’Africa, dalla quale i suoi imprenditori potrebbero agire in maniera ottimale. Ma il presidente cinese in questo modo è riuscito a convincere gli analisti indiani della realtà della politica di “accerchiamento” della Cina nei confronti dell’India. Un importante quotidiano indiano di destra ha commentato che la visita di Hu Jintao era “tutto fuorché ordinaria…Essa sottolinea l’inesorabile spinta di Pechino per assicurarsi una presenza navale permanente nell’Oceano Indiano occidentale…Ciò, ovviamente, avverrebbe a spese della marina indiana, che per tutti questi decenni è stata il principale partner di sicurezza delle Mauritius”.

E’ precisamente questo orgoglio indiano che viene toccato dal cambiamento emerso nelle nuove priorità dell’amministrazione Obama nell’Estremo Oriente e nell’Asia sud-occidentale. Un difficile periodo di assestamento attende i politici indiani. L’India ha bisogno di buone relazioni con gli Stati Uniti. In ogni caso, il rapporto fra India e Stati Uniti è su una traiettoria di crescita irreversibile. Vi è un consenso “bipartisan”, in entrambi i paesi, secondo cui questo rapporto rientra negli interessi vitali di entrambi. Ma le attuali priorità strategiche degli Stati Uniti nella regione e le aspettative dell’India stanno divergendo. Dato il ruolo cruciale che il Pakistan ricopre nella strategia americana, l’amministrazione Obama sarà costretta a correggere la “disposizione” dell’amministrazione Bush nei confronti dell’India.

Il Kashmir chiama

Nuova Delhi ha reagito bruscamente quando sono filtrate voci sulla possibilità che il mandato di Holbrooke includesse il problema del Kashmir. Obama ha dato retta alla suscettibilità indiana. Ma a un prezzo. Ciò obbliga l’India a tenere a freno la sua eccessiva propensione degli anni passati a cercare l’intervento americano per tenere sotto controllo le tensioni fra India e Pakistan.

In sostanza, Nuova Delhi dovrà porre molta più attenzione al suo rapporto bilaterale con il Pakistan. E certamente il Pakistan si attenderà dall’India una maggiore flessibilità. A torto o a ragione, il Pakistan ritiene che l’India si sia avvantaggiata in maniera unilaterale dai quattro anni di relativa calma nel loro rapporto, senza concedere nulla in cambio.

In una sensazionale intervista rilasciata a Karan Thapar, una personalità di punta della televisione indiana, l’ex ministro degli esteri pakistano Khurshid Mahmoud Kasuri ha confermato ciò che molti a Nuova Delhi sospettavano, e cioè che attraverso canali diplomatici riservati Islamabad e Nuova Delhi avevano raggiunto un’ampia intesa su controverse questioni di confine, come le regioni di Sir Creek, Siachen e del Kashmir, già due anni fa.

Ci si attendeva che il primo ministro indiano si sarebbe recato in Pakistan per concludere alcuni di questi accordi, ma sembra che la controparte indiana abbia cominciato ad avere paura, ed è per “pura sfortuna”, come ha affermato Kasuri, che il momento favorevole è svanito.

Per citare Kasuri, “se il primo ministro indiano fosse venuto quando noi lo aspettavamo, attualmente avremmo firmato l’accordo e ciò avrebbe creato la giusta atmosfera per la risoluzione di altre dispute, in particolare la questione del Jammu e del Kashmir. Avevamo bisogno della giusta atmosfera”.

In altre parole, vi è sempre il pericolo latente che ad un certo punto Holbrooke faccia “irruzione” nel problema del Kashmir, nel corso dei tentativi americani di affrontare le questioni centrali della sicurezza regionale. L’amministrazione Bush era stata costantemente informata da Nuova Delhi sui suoi colloqui riservati con Islamabad a proposito del Kashmir. Sottrarsi agli impegni con il Pakistan diventa problematico a questo stadio.

Allo stesso tempo, il governo indiano non ha fato nulla fin qui per sensibilizzare l’opinione pubblica interna sul fatto che colloqui così delicati, che riguardano un governo congiunto indo-pakistano della regione del Kashmir, hanno raggiunto una fase avanzata.

Dunque, per così dire, con l’arrivo di Holbrooke nella regione la scorsa settimana, è scattato il conto alla rovescia sulla questione del Kashmir. Il Pakistan insisterà in maniera crescente perché Obama spinga l’India a fare passi avanti verso una soluzione del problema del Kashmir nell’interesse complessivo della pace e della stabilità regionale.

E Nuova Delhi resterà vigile e attenta. La visita di Holbrooke a Nuova Delhi, lunedì scorso, è stata fatta passare sotto silenzio. I mezzi di informazione indiani davano grande risalto ad ogni invito ufficiale di medio livello dell’amministrazione Bush, ma su Holbrooke è stato imposto il silenzio, come se quest’ultimo fosse messo al bando. E non c’è da meravigliarsi; in molti, all’interno dell’elite di Nuova Delhi, probabilmente hanno nostalgia per la tranquillità e la prevedibilità dell’era Bush.

M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)

One Response to "Sulla questione Afghanistan Obama sceglie il Pakistan, mentre l’India rimpiange Bush"

  1. Yann  23 marzo 2009

    Good afternoon,

    I am sorry to write this mail in comments, but I do not find any contact link.

    I am a French editor and I am preparing a History schoolbook.
    I wish to use the photograph of Nehru and Gandhi you put on this page, but I do not find the name of the photographer. Could you please provide me with its copyright so that I could ask for it to their owners ?

    Best wishes.

    Yann Masztarowski

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