Islamabad, 14 Gennaio 2012. Qualche settimana fa, abbiamo pubblicato un articolo inerente la presunta crisi di governo di Islamabad, coincisa più o meno per caso, con la partenza del presidente Asif Ali Zardari per Dubai. “Problemi di salute” ripetevano le dichiarazioni ufficiali, seguite al suo repentino viaggio, sebbene la stampa pakistana, in primis i quotidiani Dawn e The News, fosse pronta a sostenere la pista del golpe. Oggi, poco più di un mese dopo, lo scenario sembra più chiaro e definito, tanto che la rottura cui si accennava ha assunto una fisionomia concreta, dividendo in modo forse irreparabile governo ed esercito. Nei giorni scorsi infatti, durante una missione ufficiale in Cina del comandante delle forze armate pakistane Ashfaq Kayani, il premier Yousuf Raza Gilani ha dichiarato in un’intervista alla tv cinese, che il capo dell’esercito e i suoi fedelissimi starebbero attentando alla Costituzione pakistana, lasciando trasparire lo scenario di un possibile tentativo di rovesciamento del governo eletto nell’estate del 2008, poco dopo l’assassinio di Benazir Bhutto. Pronta la replica di Kayani da Pechino, il quale ha richiamato Gilani alla calma, a patto non sia disposto a fronteggiare “conseguenze potenzialmente pericolose”. All’indomani dell’uscita del premier, Kayani si è detto “furioso”, chiedendo immediati chiarimenti al premier, o di ritrattare. “Ha detto che queste dichiarazioni portano a divisioni, e rendono la nazione più vulnerabile”, sosteneva un portavoce dell’esercito citando Kayani, citato da Reuters. L’inevitabile tensione creatasi tra esecutivo ed esercito, ha gettato non pochi interrogativi sulla stabilità del Pakistan, la cui storia (dal 1947 ad oggi) è stata segnata da tre colpi di stato, l’ultimo dei quali ha visto andare al potere Pervez Musharaf, dall’ottobre del 1999 all’agosto 2008, ora pronto a ritornare nell’arena politica pachistana nella rinnovata veste di baluardo della democrazia, alla guida del suo partito All Pakistan Muslim League.

Tornando alle dichiarazioni del primo ministro, è certo come tra i vertici dell’esercito e dell’Inter Service Intelligence (ISI, i servizi segreti pakistani) ci sia una forte tensione, alimentata nel corso del 2011 dalla tolleranza dimostrata dal ‘governo civile’ nei confronti degli Stati Uniti, autori di tre violazioni alla sovranità territoriale pachistana. La prima in ordine cronologico è il caso di Raymon Allen Davis, 37enne americano, agente della CIA, che il 27 gennaio ha freddato a colpi di pistola due pakistani a Lahore, probabilmente armati, che lo avevano avvicinato su una moto. La vicenda di Davis – arrestato dopo l’episodio –, è stata fortemente condannata dalle autorità e dall’opinione pubblica pakistana, in particolare dopo il suo rilascio in cambio del pagamento di una diyya, un indennizzo in danaro per i famigliari delle vittime, come previsto dalla legge islamica, condizione concessa dal governo malgrado l’opposizione di esercito e cittadini. A trasformare la sparatoria di Lahore da ‘incidente diplomatico’ a primo episodio di violazione della sovranità nazionale pakistana, è stato un altro avvenimento, ben più grave e destinato a passare alla storia, ovvero il blitz messo a segno il 2 maggio dai Navi Seal americani ad Abbottabbad, nel covo di Osama Bin Laden, avvenuto all’insaputa dei vertici del governo e dei capi militari pakistani. Il terzo punto di attrito tra le due potenze, è l’accusa di coinvolgimento del Pakistan negli attentati all’ambasciata americana e alla sede Nato di Kabul del 13 settembre, unita alla convinzione dell’esistenza di legami tra la rete Haqqani e Islamabad. A quanto sopra, si sono aggiunti il 24 novembre, gli attacchi dei bombardieri americani e degli elicotteri Isaf decollati dall’Afghanistan, contro due basi dell’esercito pachistano situate lungo la Linea Durand, in territorio pachistano, con l’uccisione di 26 soldati. La temperatura nella Repubblica Islamica è stata proiettata verso l’alto dalla sottoscrizione dell’accordo di collaborazione strategica tra India e Afghanistan, siglato il 4 ottobre 2011 a New Delhi (con 2 miliardi di dollari in aiuti, l’India è il quinto maggiore sostenitore dell’Afghanistan) dal premier indiano Manmohan Singh e dal presidente afghano Hamid Karzai. I punti principali del patto sono il rafforzamento del dialogo politico, relazioni economiche e collaborazione nel campo della sicurezza. Le strette di mano e i sorrisi di New Delhi, si sono concretizzati in breve nell’invio di un gruppo di ufficiali dell’esercito afghano in India, per partecipare ad un training tenuto dai colleghi indiani. A novembre invece, una cordata di 7 società indiane guidate dalla Steel Authority of India, si è aggiudicata il diritto allo sfruttamento di 3 depositi di minerale di ferro ad Hajigak, nell’Afghanistan Centrale. Il valore del deal annunciato dal Ministero delle miniere afghano è di 10,3 miliardi di dollari, e dopo la fase di messa in funzione dei presidi estrattivi, dal 2015 l’India potrà allungare le mani sui 2 miliardi di tonnellate di minerale presenti nel sottosuolo, concretizzando quello che al momento è il più importante progetto mai intrapreso da un singolo investitore straniero in Afghanistan. Il disegno di New Delhi non può che sollevare timori ad Islamabad, soprattutto dopo l’accordo di collaborazione siglato dall’India con l’Iran, per la realizzazione di un porto mercantile a Chabahar, nel Baluchistan Iraniano, ricalcando l’esperienza cinese in Pakistan, con lo scalo di Gwadar. Chabahar servirà come fulcro per il trasporto via mare verso l’India per il gas iraniano, bypassando a piedi pari il Pakistan, ma sembra anche destinato a trasformarsi in capolinea per un nuovo collegamento ferroviario verso Hajigak, il cui primo tratto di 600 chilometri partirà dalla città iraniana di Zaranj, al confine con l’Afghanistan.

Sebbene le relazioni tra autorità civili e militari in Pakistan siano ai minimi storici dal 1999, all’indomani delle dichiarazioni alla tv cinese, Gilani ha lanciato un messaggio riconciliatorio al capo dell’esercito. “Il nostro governo e il parlamento, e soprattutto i nostri compatrioti, sostengono pienamente le forze armate e i servizi di sicurezza”, ha dichiarato il premier ai giornalisti di Dawn, aggiungendo che la sovranità del Pakistan e l’integrità territoriale non sono negoziabili.

La chiusura ‘in positivo’ di Gilani, seguita al richiamo alla moderazione di Kayani, ha riportato un pizzico di tranquillità nella turbolenta arena politica pakistana, e forse il governo in carica riuscirà davvero a vedere la fine del suo mandato, prevista per il 2013, quando saranno indette le nuove elezioni presidenziali. Di certo però, vista la frequenza dei battibecco tra i vertici pachistani, lo scenario potrebbe cambiare da un giorno all’altro, contribuendo a sbilanciare ulteriormente una delle regioni più instabili del pianeta.    

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