Pubblico un interessante pezzo uscito nei giorni scorsi sul Corriere, e scritto

Massimo Alberizzi, foto Raffaele Ciriello
Massimo Alberizzi, foto Raffaele Ciriello

da Massimo Alberizzi. L’articolo mi ha colpito in modo particolare perchè  torna a mettere in luce la drammatica realtà del Continente africano, partendo dall’esperienza di vita di un giornalista e regista belga rimasto vittima del suo stesso lavoro. Colpevole di aver cercato, trovato e denunciato una verità scomoda, di quelle che è meglio lasciare nell’oblio per non aprire un vaso di Pandora in cui sguazzano gli interessi di grandi corporation europee, americane, mediorientali e asiatiche. Prima di pubblicare il pezzo, ho chiesto la benedizione dell’autore, che oltre a darmi il permsso, si è concesso gentilmente per due chiacchiere al telefono. Massimo Alberizzi ha 62 anni, dopo la laurea in chimica ha iniziato a trattare temi scientifici per il Corriere, dando il via ad una carriera che in breve lo ha portato alla cronaca (caso Seveso) e poi agli esteri, per “seguire – come dice lui – i fatti del Terzo Mondo in quanto mi hanno sempre interessato”. Dall’87 Alberizzi va e viene dall’Africa, dove ha seguito tutti i più grandi avvenimenti e incontrato personaggi chiave: “nella mia agenda ho tanti numeri di presidenti, e altrettanti di guerriglieri”. E’ stato in Somalia, in Kenia, Eritrea, Congo, poi in Nigeria dove nel 2007 ha negoziato direttamente la liberazione dei due ostaggi italiani rapiti dai ribelli (consiglio il video delle Iene sulla vicenda, disponibile su Youtube). “Sono stato io stesso arrestato dalle forze islamiche somale, e liberato due giorni dopo in quanto conoscevo tutti. Alcune delle persone coinvolte nell’arresto erano stati miei autisti, questo ha aiutato”. Approfitto della sua esperienza per chiedere un parere sulle conseguenze dell’invasione cinese e indiana in Africa. “Più che dell’India parlerei della Cina. E’ pericolosissima perchè non ha alcun rispetto per i diritti umani. In confronto alle grandi società cinesi quelle statunitensi sono dei sindacati dei lavoratori! Inoltre i cinesi non si servono della manodopera locale, ma ‘importano’ anche gli operai “. Quindi, oltre a sfruttare voracemente le risorse africane, dai minerali al petrolio, dai legnami al gas (non c’è spazio per tutta la lista), i manager di Shanghai e Pechino tarpano sul nascere anche l’economia locale, accontentando con fiumi di danaro e/o armi e/o sostegno internazionale quei pochi individui la cui lealtà, per quanto costosa, serve a placare l’inesauribile  fame di risorse della macchina produttiva cinese. “Non hanno scrupoli neanche in materia ambientale. I presidi estrattivi funzionano per la resa e la convenienza, quindi cose come filtri o altri dispositivi per ridurre le emissioni rappresentano costi inutili”. La conversazione si fa sempre più interessante e gli spunti non mancano, ma il giornalista del Corriere ha i minuti contati e deve chiudere, tuttavia ci lascia con una sorta di anteprima, in merio ad un tema sul quale indaga da tempo. “In Angola la Cina si sta occupando della ristrutturazione della ferrovia del Benguela, che mette in contatto i giacimenti del centro con le zone costiere ad ovest (toccando Congo, Tanzania, Mozzambico e Zambia ndr). Ho ragione di credere stiano usando come manodopera i prigionieri cinesi condannati ai lavori forzati in patria, e costretti a lavorare con i ceppi ai piedi alla realizzazione della ferrovia. Non ho ancora le prove definitive, ma ho intenzione di approfondire l’argomento”.

Che dire, per uno come il sottoscritto che si occupa di India, Pakistan… e Asia, e che ha scelto di farlo lavorando ‘sul campo’, ascoltare Massimo Alberizzi è stato un vero piacere, fonte di ispirazione e per questo lo ringrazio. A seguire trovate il pezzo cui accennavo in apertura, è il primo firmato dal reporter del Corriere che pubblichiamo, ma di certo non sarà l’ultimo.        

Africa/Milano, 3 Settembre 2009. Il film è uno di quelli che colpiscono come un pugno nello stomaco. Sembra un thriller politico economico, ma non si ScreenShot165tratta di un parto della fantasia. Tutte le riprese sono vere, girate in Katanga, la provincia del Congo-Kinshasa, così ricca di risorse minerarie da poter essere considerata la cassaforte del pianeta. Ma anche così famosa per i massacri, le carneficine, le rivolte degli anni ’60, come quelle descritte allora nel film Africa Addio, di Gualtiero Jacopetti (1966).

In quella terra martoriata, dove il rosso del sangue si continua troppo spesso a mescolare con il verde dei giacimenti di rame, Therry Michel, regista belga famoso per i suoi film sull’ex dittatore Mobutu Sese Seko (Mobutu, re dello Zaire) e sul fiume Congo (Congo River), ha girato Katanga Business, una denuncia sullo sfruttamento delle risorse minerarie

Therry Michel
Therry Michel

della provincia. In Katanga scorrono miliardi di dollari ma la popolazione locale è ridotta a una povertà estrema. La pellicola è uscita in aprile in Belgio. Non si sa bene se potremo mai vederla in Italia. Durante le riprese, durate due anni, il regista e la sua troupe sono stati intimiditi e minacciati. Vivono ancora nella paura i suoi assistenti congolesi. Quelli che gli hanno fatto da apriporta in quel mondo di violenza, traffici illeciti, affarismo, speculazione dove gli abusi sulle popolazioni locali sono intensi, quotidiani e spesso disumani.

Minacce incessanti sono rivolte al cineasta Guy Kabeya Muya, ben conosciuto negli ambienti cinematografici africani e per aver lavorato con organizzazione non governative italiane del settore. Guy che riceve quotidianamente telefonate e messaggi intimidatori è costretto a una fuga ininterrotta. «Cambio residenza in continuazione – ha detto al telefono con il Corriere -. Per fortuna ho tanti amici che mi ospitano ma non posso continuare così». Il film è una denuncia chiara contro lo sfruttamento delle risorse minerarie del Katanga. I protagonisti ci sono tutti. I cinesi – nuovi attori sul palcoscenico del saccheggio -, i canadesi, gli australiani, i sudafricani, gli indiani, gli israeliani, i libanesi, gli americani. E poi le comparse; quelli che soffrono, che lavorano come bestie nelle miniere e che si vedono sfilare sotto il naso tanta ricchezza. Appartiene a loro, ma finisce lontano, in altre tasche, in altri conti bancari.

Una fortuna che non li sfiora neppure, anzi, paradossalmente è portatrice di dolori e sofferenze. Decine di migliaia di minatori abusivi che sopravvivono con i pochi dollari che guadagnano con il loro lavoro svolto in condizioni miserabili, o loro “colleghi” assunti dalle multinazionali straniere che lottano per migliorare le loro condizioni di vita. La minaccia più grave contro la troupe è avvenuta quando è stato scoperto un traffico illecito di uranio. Allora ci si è messo anche un ministro del governo centrale a questionare sul film, ad accusare regista e assistenti di spionaggio.

E’ dovuto intervenire l’energico governatore del Katanga, un quarantenne meticcio mezzo italiano, Moise Katumbi Chapwe, un uomo nuovo, un ricchissimo uomo d’affari riciclatosi come politico. Ma diverso dai tradizionali leader africani sempre pronti a farsi corrompere e a vendere per pochi denari intere popolazioni. Un uomo – così appare – che guarda al colonialismo con spirito critico – ma non pregiudizialmente ostile – e accusa il vecchio dittatore Mubutu Seke Seko di cleptomania e tradimento verso il Paese. Katanga Business non è solo un film che mostra e spiega la guerra economica (ma anche sociale) in corso in questa provincia sud-orientale della Repubblica Democratica del Congo. In realtà vuole essere una parabola sulla globalizzazione. “Ecco cosa succederà – vuol dire Thierry – se le relazioni mondiali proseguiranno in questa direzione”. E i primi a farne le spese potrebbero essere proprio i suoi assistenti congolesi, quelli come Guy Kabeya Muya, i più deboli su cui potrebbe abbattersi la vendetta di coloro che il film mostra con le mani nella marmellata.

Trailer del film

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