Baden Baden, 11 febbraio 2009. Il Dalai Lama preannuncia il pericolo di nuove rivolte in Tibet. “In questo momento c’è troppa rabbia”, ha affermato oggi, nel corso di una conferenza stampa nella città termale di Baden Baden, in Germania (Afp). Le parole della massima autorità spirituale e politica tibetana, fanno riferimento all’avvicinarsi del 50esimo anniversario della fallita rivolta anti-cinese del 10 marzo 1959 in Tibet. Come osservato un anno fa, in occasione della ricorrenza potrebbero scoppiare nuovi disordini, con violenze e vittime, frutto dell’esasperazione cui sono giunti i tibetani che ancora vivono nella loro terra natale, sottoposti  all’occupazione del regime cinese. “La situazione è estremamente tesa. Un’esplosione potrebbe verificarsi in qualsiasi momento”, ha aggiunto il 73enne, dal 1959 esule in India, a MecLeod Ganj (Himachal Pradesh) in India, attuale sede del governo tibetano. Inoltre “Sono preoccupato perché nuove rivolte, porteranno ancora più repressione e tutto questo è molto triste”. Del resto è nota da sempre la profonda contrarietà del leader spirituale tibetano a reazioni armate da parte della propria gente, preferendo la strategia non-violenta della Via di Mezzo, intrapresa per garantirsi almeno una chance di vedere riconosciuto al Tibet uno statuto speciale, simile a quello concesso ad Hong Kong nel 1997. Con questa presa di posizione, gli stessi tibetani riconoscono l’appartenenza alla Cina, e abbandonano ogni prospettiva di indipendenza, pur pretendendo una forma estesa di autonomia. Ciò consentirebbe il ritorno a Lhasa dei fuoriusciti, e l’instaurazione di un surrogato del precedente sistema di potere con a capo il Dalai Lama. Una soluzione inaccettabile per Pechino, consapevole che l’oggetto della contesa ha una superficie pari al 20 percento della Cina, e che una terra così vasta, abitata da appena 5 milioni di tibetani, rappresenta una valvola di sfogo alla pressione demografica esercitata da un miliardo e 300 milioni di cinesi. Senza contare la presenza di enormi risorse idriche, minerarie e naturali, sufficienti al governo cinese per colonizzare l’intera area, diluendo la supremazia etnica dei tibetani con il trasferimento a Leh e dintorni di migliaia di cinesi Han, allettati da incentivi e politiche di chiaro favoreggiamento. Così facendo, Pechino è riuscita a trasformare i tibetani rimasti in una sorta di attrazione turistica, alimentando anche l’atavica diffidenza esistente tra ‘nativi’ e ‘coloni’.

Il sentore di un innalzamento della tensione era nell’aria già nelle scorse settimane, quando il governo cinese ha attuato una serie di misure di sicurezza mobilitando l’esercito, con la scusa di voler contrastare la criminalità. In pochi giorni, sono state messe a segno perquisizioni in quasi 3000 edifici, poi punti di aggregazione come internet caffè, hotel e altri locali. Il conto finale è stato di almeno 5700 interrogatori, e 80 arresti. Il Dalai Lama ora teme per la loro incolumità: “Una volta arrestate, le persone vengono torturate, e qualche volta uccise. Per il fatto che le esecuzioni pubbliche sono difficili, si servono della tortura contro i prigionieri tibetani”.

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