Da Il Velino, di Martino Nicoletti.

Lhasa, 27 aprile 2009. In pochi luoghi al mondo le montagne sono, ancor oggi, oggetto di venerazione e di culto come

Tibet, Lhasa
Tibet, Lhasa

nel Tibet, dove da sempre si vive in stretto contatto con la natura. Una natura rude, selvatica, spesso inospitale contraddistinta dalla presenza delle grandi catene montane che attraversano l’immenso altopiano tibetano e che hanno il loro più degno emblema nell’Himalaya, situato lungo il confine tibeto-nepalese. La quasi onnipervadente presenza del paesaggio montano ha fatto sì che, nel corso di lunghi secoli, le montagne divenissero l’oggetto di una marcata sacralizzazione, così da venir considerate la dimora di potenti esseri divini, ciascuno con il proprio carattere e personalità. Chiamate con l’appellativo di “capo” o “re”, molte montagne sono immaginate come le signore dei territori (yul-lha) ove esse sorgono, e dei villaggi situati in loro prossimità. Ritenute importanti divinità guerriere o famosi eroi defunti, la maggior parte di esse riceve un periodico culto da parte delle comunità locali, sia in occasione di celebrazioni periodiche che hanno luogo nei villaggi, sia nel corso di numerosi pellegrinaggi rituali. Sebbene i rituali di cui le montagne sono tradizionalmente oggetto riguardi in gran parte i fedeli buddhisti, la loro origine va ben oltre la prima diffusione del buddhismo nel Tibet (VII-VIII sec. d.C), per risalire così all’antica religione prebuddhista del Tibet, il Bon, religione che ancor oggi sopravvive in alcune regioni del Tibet, del Nepal e nell’India del Nord.
Considerate come le protettrici di luoghi e le garanti di un ordine morale, etico e politico, il periodico culto alle montagne è avvertito dai tibetani come la premessa necessaria perché il territorio sotto la loro invisibile giurisdizione e gli esseri viventi che lo abitano possano prosperare indenni da sciagure e calamità. In Tibet è tuttavia comune la credenza secondo cui il culto non rappresenti l’unico strumento nelle mani dell’uomo per propiziare un contatto diretto con queste entità, di ingraziarsele ed ottenerne benefici. La cultura tradizionale tibetana conosce infatti dei modi ancora più tangibili e concreti. È qui che entra in gioco la pratica oracolare dei medium. L’attività degli “oracoli viventi” (sku rten-pa) ha in Tibet una storia millenaria che affonda le sue radici nella cultura religiosa autoctona prebuddhista. Nel caso dell’attività oracolare il contatto che si realizza tra la dimensione divina invisibile e quella umana ha luogo grazie ad un singolare catalizzatore costituito dal medium stesso, una persona che si ritiene sia in grado di evocare una specifica entità divina appartenente al pantheon tradizionale ed albergarla momentaneamente all’interno del proprio corpo. Fungendo da supporto temporaneo dell’invisibile, il medium rende pertanto presente e percepibile una dimensione occulta ed impalpabile della realtà, fornendo ad essa non soltanto una forma visibile ma anche la possibilità di comunicare con il mondo umano per bocca dell’oracolo. Scopo principale di questa procedura è infatti generalmente quella di ottenere informazioni riguardanti eventi futuri od occulti. “Prestando” il proprio corpo e la propria voce all’entità che ospita e producendo in sé una forma controllata di trance rituale, l’oracolo ha dunque modo di profetizzare e pronunciare vaticini.
Tra gli “oracoli viventi”, tradizionalmente operanti nel Tibet, il più noto è forse l’ “oracolo vivente di stato”, il medium che – sino all’occupazione cinese del Tibet avvenuta negli anni ‘50 dello scorso secolo – veniva periodicamente consultato dalle alte cariche religiose tibetane e da alti funzionari di governo per avere informazioni di interesse, per così dire, nazionale. L’oracolo, che risiedeva stabilmente nel monastero di Nechung, divenne di primaria importanza al tempo del Quinto Dalai Lama (XVII sec d.C.), quando – secondo la storia locale – l’oracolo di Nechung avrebbe salvato la popolazione di Lhasa presagendo, grazie ai suoi poteri di chiaroveggenza, che alcuni membri della comunità nepalese, ivi residenti, stavano progettando di uccidere la popolazione avvelenando le acque dei pozzi pubblici. Posseduto da Pe har, potentissima divinità considerata dai buddhisti come un dharmapala (“protettore della dottrina”), l’oracolo era noto per il carattere particolarmente energico e furioso della condizione di trance a cui era soggetto. Violenti scuotimenti e contorcimenti del corpo, convulsioni, mutamenti dell’espressione facciale e alterazioni della respirazione erano i suoi segni più evidenti. Non a caso il pesante elmo metallico che, durante la possessione era fatto indossare all’oracolo, oltre ad un impiego cerimoniale aveva la funzione di proteggerne il capo durante le fasi più violente della crisi a cui era soggetto. Il collasso improvviso e la perdita di coscienza erano, in questo oracolo, il segno tangibile della dipartita della divinità invocata.
Nel vasto panorama delle molteplici categorie di “oracoli viventi” diffuse nella cultura tradizionale tibetana, un posto di riguardo merita inoltre la categoria dei pa-wo (dpa’-bo), appellativo traducibile letteralmente come “eroe” e che si riferisce ad una specifica classe di oracoli laici che, nella cultura tibetana, sono considerati essere gli eredi diretti di antiche pratiche religiose prebuddhiste. Nonostante l’officio sacro di pa-wo si trasmetta spesso per via ereditaria, esso è tuttavia sempre vincolato ad una esperienza di “chiamata”, di cui sono responsabili specifiche entità invisibili, tra le quali, non a caso, primeggiano proprio divinità montane. I racconti autobiografici degli stessi pa-wo – o delle nyenjomo (bsnyen-jo-mo), corrispettivo femminile dei pa-wo – sono traboccanti di testimonianze vivide e drammatiche che riguardano proprio il periodo della chiamata, periodo che, di norma, coincide con la pubertà. Una delle esperienze più comuni riguarda i contenuti delle esperienze oniriche del neofita. Rispetto alla norma, in occasione della “chiamata” i sogni risultano infatti essere notevolmente modificati e arricchiti dall’esperienza di incontri con miriadi di personalità sovrannaturali e con quella di viaggi in singolari contrade del mondo.
Al giovane potranno dunque mostrarsi divinità dall’aspetto meraviglioso in groppa a possenti cavalli, esseri luminescenti con il capo del colore dell’oro e dell’argento, luoghi meravigliosi e animali prodigiosi. Controparte dei sogni è, molto spesso, il prodursi spontaneo di singolari visioni ad occhi aperti, nel corso delle quali spiriti e divinità si mostrano al neofita per istruirlo sull’officio rituale che dovrà assumersi e sul sapere segreto che caratterizza ogni pa-wo. Queste esperienze, inizialmente saltuarie e discontinue, tendono quasi sempre a regolarizzarsi, producendosi sistematicamente per mesi, talvolta per anni. In altri casi ancora alle visioni si aggiungeranno anche esperienze sonnambuliche, repentine fughe in foresta in una condizione di semicoscienza, improvvisi accessi di follia. Attraverso tutti questi segni le divinità mostrano la loro presenza e indicano esplicitamente il loro volere: quello di guadagnarsi un nuovo portavoce tra gli uomini. Rivendicano prepotentemente il proprio diritto sul giovane neofita che, incapace di offrire resistenza, non può che assecondare la scelta operata nel mondo invisibile.
Al perdurare di tutti queste esperienze è norma, nella cultura tibetana, che il giovane venga condotto da un anziano lama o da un esperto pa-wo. Questi avrà inizialmente il compito di “testare” il giovane, vale a dire sottoporlo ad una serie di colloqui e di accertamenti che permettano di identificare con certezza la divinità che è responsabile della chiamata. Nel corso di alcune di queste prove l’anziano officiante potrà inoltre, nel corso di un’appropriata cerimonia, evocare l’entità in questione con lo scopo di premetterle di svelare integralmente la propria identità e di consentire al neofita – attraverso l’induzione di uno stato di trance – di familiarizzare con essa. Una volta che il test è stato ultimato, il neofita è avviato – sempre sotto la guida diretta di un esperto officiante – ad un complesso e duro training necessario per l’apprendimento del corpus di saperi e pratiche connesse all’esercizio rituale. In questa fase, il giovane imparerà a controllare perfettamente la propria condizione di trance durante l’esecuzione dei rituali e, soprattutto, otterrà gli erudimenti che riguardano i rituali di cura di tipica competenza dei pa-wo. Nella cultura tibetana, infatti, uno degli aspetti principali dell’attività dei pa-wo è costituito proprio dalla prassi terapeutica. Questa riguarderà specifici generi di patologie, legate spesso all’avvelenamento, casi nei quali si ritiene che la presenza divina all’interno del corpo dell’officiante sia una precondizione necessaria per propiziare la guarigione del paziente.
Durante le sessioni propriamente terapeutiche, l’abilità del pa-wo consisterà nell’ “estrarre” la malattia, suggendola direttamente dal corpo del paziente attraverso una cannula posta in corrispondenza della parte malata. Se la terapia ha un posto di tutto riguardo nella prassi rituale dei pa-wo, l’attività propriamente oracolare riveste tuttavia un ruolo fondamentale. Questa, di norma, consiste in consultazioni occasionali da parte di persone che richiedono informazioni dirette e circostanziate: l’esito di un viaggio, notizie di un figlio lontano, informazioni circa un furto di cui si è stati vittima, il decorso di una malattia di cui non si conosce né la causa né, tanto meno, la gravità. In questi casi il consultante potrà formulare direttamente al pa-wo la domanda per la quale è stato richiesto il suo intervento. La divinità invocata, presente nel corpo dell’officiante durante la fase di possessione, esprimerà la risposta direttamente per bocca dell’officiante. La presenza di un assistente al rito, permetterà talvolta di interpretare e rendere comprensibile il responso divino dell’oracolo, responso formulato spesso in maniera allusiva, metaforica e figurata. Sia la pratica oracolare che quella terapeutica seguono, nel caso del pa-wo, una tradizione orale che si tramanda pressoché intatta da anziano a neofita. La presenza necessaria delle personalità invisibili, nel rafforzare questa stessa trasmissione, la arricchisce di sempre nuovi dettagli e le infonde costantemente fresca linfa vitale. Linfa vitale di dèi che, ancora oggi, scelgono di discendere nel corpo di un uomo e di parlare per sua bocca. Che scelgono di mostrarsi a chiunque richieda la loro assistenza e il loro sostegno, domandando unicamente di poter scrutare per un istante il proprio destino.

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