New Delhi, 24 marzo 2009. Ad un mese dalle elezioni generali in India, il Congress Pary spinge sull’acceleratore, 

Sonia Gandhi

 lanciando Manmohan Singh verso una probabile riconferma alla carica di primo ministro. Il compito di consolidare i consensi tra i sostenitori ed indirizzare gli incerti è toccato a Sonia Gandhi, presidente del Congresso, che nel giorno della presentazione del manifesto elettorale ha dichiarato l’intenzione di lavorare per tutti i cittadini, riferendo in particolare alle masse di poveracci che in India rappresentano un bacino di voti irrinunciabile. “Sicurezza e prosperità per tutti i cittadini saranno il nostro obiettivo”, è stata la frase di apertura, nella quale sono sintetizzati i temi fondamentali della campagna elettorale: l’emergenza terrorismo e la crisi economica. Il discorso della leader indiana di origini italiane è poi approdato sul confronto con l’opposizione, rappresentata in particolare dal Bharatya Janata Party: “il Congresso è l’unico partito presente su tutta l’India. Il nostro punto di vista è chiaro. Abbiamo sempre lottato per un paese laico e democratico. Crediamo nell’unità nella diversità. Manmohan Singh è un primo ministro che crede nei nostri principi. Lui è la persona più qualificata ad essere eletto nuovamente primo ministro”. Le dichiarazioni della Gandhi hanno così messo a tacere le voci che da tempo circolavano sul possibile ritiro del 78enne candidato del Congresso, sottoposto di recente all’ennesimo bypass, lasciando spazio al giovane Rahul Gandhi, rampollo della famiglia più potente dell’India. “Rivolgo il mio appello agli elettori affinché votino Manmohan Singh” ha concluso il presidente del Congresso.

“I cittadini indiani hanno l’occasione storica di decidere il sentiero che vogliono far seguire alla nazione” ha dichiato Singh, intervenuto dopo la Gandhi. A seguire, il candidato del Congress Party ha ricordato come il suo governo abbia mantenuto l’80% delle promesse fatte nel corso della precedente campagna elettorale. “Il paese non ha mai attraversato una crescita economica così forte, malgrado la crisi dell’ultimo anno. Il mondo è in difficoltà, tuttavia noi siamo la seconda economia mondiale per crescita, dopo la Cina” ha aggiunto il premier uscente, promettendo che nel caso fosse confermato alla guida del governo, farà in modo di mantenere l’attuale andamento.  

Fermento anche sul fronte di opposizione. Il BJP aveva fatto intendere la possibilità di voler schierare dalla propria parte Varun Gandhi, nipote dell’indimenticato premier Jawaharlal Nehru considerato assieme al

Varun Gandhi
Varun Gandhi

 Mahatma Gandhi il Padre della nazione. Tuttavia, dopo un discorso ‘anti-musulmani’ pronunciato dal giovane politico, cosiderato razzista dalla Commissione Elettorale, il partito nazionalista hindu ha smentito ogni collegamento. In risposta alle critiche della commissione, il 29enne Varun Gandhi ha dichiarato di essere “un Gandhi, un hindu e un Indiano in egual misura, e il mio intento non era affatto quello di diffondere risentimento verso alcuna comunità”.

Continua così la crisi della destra indiana, colpevole di non aver pianificato per tempo il proprio programma elettorale, lasciando poi al Congresso la possibilità di riprendersi dal terremoto di consensi provocato dagli attentati di Mumbai a fine novembre 2008. Infine, il BJP ha peccato un pò di presunzione, andando a logorare alleanze fondamentali come quella con il BJP (Biju Janata Dal), principale partito dell’Orissa, che ha dichiarato di volersi schierare con il Terzo Fronte, quello dell’estrema sinistra, riservandosi tuttavia l’opzione di scelta a conteggio ultimato.

Per un paese popolato da più di 1 miliardo e 100 milioni di persone, le elezioni generali rappresentano un problema gestionale non indifferente, tanto da richiedere un mese tra l’apertura delle urne (prevista il 16 aprile) e la nomina della Lok Sabha, la camera bassa del parlamento indiano, che dovrebbe essere comunicata il 16 maggio, 3 giorni dopo la chiusura del voto. Nel corso delle 5 fasi in cui saranno divise le votazioni, sarà impiegato un esercito di 4 milioni di persone tra osservatori, scrutinatori, collaboratori e personale governativo, pronti a ricevere 714 milioni di votanti.

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