New Delhi, 18 Ottobre 2009. Possiamo affermare che mai come ora, i nodi della storia dell’Asia Meridionale stanno

Il fiume Indo attraversa il Kashmir
Il fiume Indo attraversa il Kashmir

rallentando l’evoluzione dei rapporti tra le due maggiori potenze asiatiche. All’origine dei secchi botta e risposta intercorsi tra Pechino e New Delhi nei giorni scorsi, c’è ancora una volta la disputa per la contesa dei confini. Partiamo con le proteste ufficiali del governo indiano, seguite alle recenti dichiarazioni rilasciate dal premier cinese Hu Jintao, che si è dichiarato pronto a proseguire nei progetti congiunti intrapresi con Islamabad, nel Kashmir amministrato dal Pakistan. Secondo gli accordi, nel cuore della turbolenta regione himalayana dovrebbe sorgere la super diga Diamir-Bhasha da 12,6 miliardi di dollari, lungo il fiume Indo, attraverso la collaborazione del ministero delle Acque e dell’Energia di Islamabad, con la China’s Three Gorges Project Corporation, società cinese parastatale già incaricata della mastodontica diga delle Tre Gole in Cina. Appoggio previsto anche per l’ampliamento della celebre Karakorum Highway, l’autostrada più alta al mondo, che unisce Pakistan e Cina, vista da quest’ultima come un passo necessario verso gli sbocchi sul Mare Arabico. Agli occhi di New Delhi però, il flirt in atto tra le due potenze confinanti è un affronto bello e buono, in quanto, sostiene da decenni che il territorio di 43.180 chilometri quadrati “occupato” dal Pakistan, all’interno del quale sorgerà la diga, le spetti di diritto. Diametralmente opposta la versione di Islamabad, pronta a replicare alle accuse di “occupazione illecita” parlando di Azad Kashmir, ovvero ‘Kashmir libero’ (dalla presenza indiana ovviamente); mentre Pechino, mai come ora terzo incomodo, negli ultimi interventi ufficiali ha usato l’espressione “area contesa”, pur essendo al corrente dell’irremovibilità dell’India sulla Questione. “I cinesi conoscono bene la posizione indiana e la nostra preoccupazione per le loro attività nel Kashmir occupato dal Pakistan”, ha commentato Vishnu Prakash, portavoce del ministero degli Esteri indiano. “Ci auguriamo che Pechino consideri i buoni rapporti di lunga data con l’India e cessi le collaborazioni con il Pakistan”.
Secondo gli esperti, lo schieramento cinse a favore della teocrazia islamica, sarebbe una conseguenza delle recenti scelte adottate dal governo indiano in Arunachal Pradesh, stato controllato da New Delhi, ma considerato parte dei 90.000 chilometri quadrati di territorio sui quali Pechino rivendica la propria autorità, contendendoli all’India. Jintao e i suoi sembra non abbiamo apprezzato il viaggio compiuto ad inizio ottobre in Arunachal dal premier indiano Manmohan Singh, rientrante nella campagna per le elezioni statali terminate mercoledì scorso con una netta vittoria del suo partito. Da notare però, come lo sconfinamento politico del primo ministro indiano, fosse stato preceduto da vere e proprie incursioni oltre la LaC (Line of Actual Control, che separa i due paesi più popolosi al mondo) da parte dell’esercito cinese, avvenute soprattutto in Ladakh, in pieno Kashmir indiano, passate dai 140 episodi del 2007 ai 270 dello scorso anno. Ad inizio 2009 invece, un elicottero ha violato lo spazio aereo di New Delhi, atterrando in uno sperduto villaggio oltre il confine; mentre qualche mese dopo, alcune guardie di frontiera dell’Esercito Popolare di Liberazione hanno raggiunto armi in pugno dei pastori ladakhi, costringendoli a ritornare sui loro passi, sebbene fossero all’interno dei confini indiani. Ma si tratta solo dei casi più eclatanti. Il peso dato dai media nazionali alle notizie degli sconfinamenti, parlando in alcuni casi di “aggressione”, aveva costretto i vertici dell’esercito indiano a rompere il silenzio, liquidando da prima gli episodi come errori di interpretazione da parte dei cinesi, per evidenziare poi la necessità di rimpinguare il numero degli aerei da guerra e perlustrazione, necessari a loro dire, per “garantire la sicurezza dei confini in caso di necessità”.
Ecco che le ripicche riguardanti i 3.500 chilometri di confine himalayano, tornano ad allontanare Cina e India, rischiando di vanificare i progressi nel campo della cooperazione economica e della distensione, compiuti negli ultimi anni. Basti pensare che Pechino rappresenta ad oggi il maggiore partner commerciale indiano, con un interscambio che nel 2010 dovrebbe superare i 60 miliardi di dollari. Nel frattempo, Pechino continua a sostenere lo sviluppo del Pakistan, esportando sotto il naso dell’India prezioso knowhow industriale e nuovi finanziamenti, assieme a tecnologie missilistiche e ingenti quantità di armi. 

Articolo pubblicato sulla rivista il Mulino

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