Guangzhou, 24 aprile 2009. L’autobus carico di gente lascia l’hotel e si infila nel traffico, piazzandosi diligentemente nella carreggiata, assieme a centinaia, canton-fair-18-0343migliaia di altri veicoli. Le strade di Guangzhou sono meno caotiche di quelle di Shanghai o di Ningbo. Qui la viabilità sembra scorrevole, anche quando si raggiunge il ponte sul Fiume Perla, il secondo corso d’acqua per portata dell’intera Cina, oltre il quale sorge l’immenso China Import and Export Fair Complex, che da lontano assomiglia ad una voragine di vetro e metallo, in cui vengono risucchiate auto, pulmini e bus. Non è errato affermare, che in questi giorni, l’attenzione del mondo degli affari punti da queste parti, a pochi chilometri da Hong Kong, dove mentre andiamo in stampa, ancora si sta svolgendo la 105esima edizione della Canton Fair, divisa in tre sezioni: 15-19 aprile, 24-28 aprile e 3-7 maggio. Si tratta della fiera campionaria più grande e spettacolare al mondo, che si svolge ogni anno in primavera e autunno a Guangzhou, attirando buyer, imprenditori, manager e curiosi da ogni angolo del pianeta, molti accomunati dall’intenzione di cogliere nuove opportunità, altri spinti dalla speranza di rialzare la testa dopo le batoste degli ultimi mesi. I numeri per aver fiducia e auspicare qualcosa di buono ci sono tutti, a partire dalle dimensioni del complesso (dati della 104esima edizione. Le stime preliminari per l’edizione in corso parlano di un calo generale), raddoppiate negli ultimi 3 anni, fino ad arrivare a 16 mega padiglioni, ciascuno con 2 o 4 piani, per un totale di 1.115.000 metri quadrati di area espositiva, l’equivalente di circa 1.600 campi da calcio. Qui trovano spazio 55.620 stand di aziende più o meno grandi, soprattutto cinesi anche se la presenza di venditori stranieri cresce progressivamente, così come il numero dei visitatori (174.562 solo quelli esteri), in grado di originare un giro di affari giunto nell’ultima edizione a 31.550 milioni di dollari. Cifre impressionati, che giustificano quello che ai miei occhi è parso come una sorta di esodo biblico del XXI secolo, anche se la marcia non si è svolta sulla sabbia di un deserto, ma sul pavimento piastrellato di corridoi infiniti, rinfrescati dall’onnipresente aria condizionata, e al posto di sacchi chiusi con il filo, qui si trascina un comodo trolley, indispensabile per raccogliere i depliant. Niente asini o carretti di legno poi, rimpiazzati da trenini elettrici gratuiti, fatti girare da una stazione all’altra ininterrottamente, dalle 9 del mattino alle 18, lungo percorsi ben definiti, oltre i quali si ergono comode scale mobili.
Mi muovo con passo rapido tra la gente, inanellando uno stand dopo l’altro, una fila dopo l’altra, un padiglione dopo l’altro. Facendo due conti, ho stimato che per visitare l’intera fiera avrò percorso circa 20 chilometri al giorno, per 3 giorni di seguito, e ancora oggi, a quasi una settimana dal rientro, mi capita di chiudere gli occhi e ritrovarmi nel caos di persone e scaffali allestiti di merce. Passo con la velocità del fulmine da un tornio a controllo numerico ad un water in madreperla intarsiato d’oro, da mattoni in finta pietra per i rivestimenti delle abitazioni ai gps da polso. Poi prodotti per l’industria chimica, macchine per l’edilizia e l’industria tessile, articoli da giardinaggio e utensili di uso comune di quelli che riempiono i supermercati, ma non basterebbe l’intera pagina per citarli tutti.
Ogni tanto mi fermo a riprendere fiato, e osservo incredulo la varietà linguistica, culturale e sociale che si concentra in questo luogo. Un gruppo di compratori americani con tanto di logo ‘Usa’ ricamato sulla maglietta, sfilano alle spalle di un arabo con la carnagione olivastra e il caratteristico turbante in testa. Spetta ad una delle sue tre mogli, tutte a viso coperto e in abiti neri, trascinare la fatidica valigia con le ruote. Tantissimi gli uomini d’affari africani, dalla pelle scura come l’ebano, molti anche i mediorientali, per i quali completo a righe, camicia e cravatta stretta al collo sembrano un dovere morale, anche se fuori siamo sopra i 25 gradi e i di chilometri ne devono fare pure loro. Incrocio molti compratori indiani, pachistani, iraniani, giapponesi, coreani, tailandesi, indonesiani, poi brasiliani, messicani, colombiani, per arrivare agli europei, tutti identificati attraverso uno scambio di battute o per aver sbirciato un passaporto stretto in mano, o qualche altro indizio utile. “Ma quale crisi! Guarda un po’ qua fuori, ti sembra che tiri aria di crisi da queste parti?”, afferma un giovane manager iraniano dalla folta barba, conosciuto alla toilette. Si stava lavando i piedi al rubinetto dopo essersi tolto le scarpe per la preghiera del mezzogiorno.
In breve, le mie riflessioni slittano dalla fauna umana alle merci esposte. Alla Canton Fair, si intuisce come dietro a ciascun prodotto, debitamente abbellito e racchiuso nell’apposita confezione, funzioni un sistema in moto perpetuo, composto da persone, uomini e donne rappresentati da venditori e manager, che qui in fiera attendono seduti su seggiole di legno e metallo l’arrivo dei visitatori, con minuscoli tavolini sui quali poggiano depliant e scatolette piene di biglietti da visita. Prima di loro sono intervenuti designer, responsabili prodotto, addetti al marketing, contabili, magazzinieri e ovviamente milioni di operai in carico della produzione, dalle cui mani la ‘materia’ si trasforma in ‘cose’, dotate poi di valore commerciale diventando ‘merci’, e una volta sul mercato possono mobilitare le masse, o innescare esodi. Solo qui ed ora, colgo appieno la forza della Cina, legata alle sue inesauribili risorse umane, opportunamente formate, inquadrate e allineate per sostenere i ritmi imposti dal mercato. Penso ad un esercito di formiche, addestrate a sfornare gli oggetti di cui il mondo intero ama circondarsi. Questa Cina è una macchina davvero formidabile, efficace, apparentemente inarrestabile, e poco importa se i giornali parlano di crisi, tanto di cose il mondo continua ad aver bisogno, e la gente di qui non vede l’ora di crearle.

Emanuele Confortin

3 Responses to "Cina: tra persone e cose alla Fiera di Canton, il supermercato del pianeta"

  1. Emanuele Confortin  30 aprile 2009

    Cari Marco e Alessandro,

    avevo scritto un gran bel commento in risposta ai vostri… era lungo, articolato e sentito. Purtroppo quanto ho dato l’ok qui sotto, al tasto Scrivi Commento, mi si è inceppato il pc, che assomiglia molto più ad un frullatore che a uno strumento di comunicazione! Che dire, nelle righe vi ringraziavo per l’attenzione con cui seguite Indika, per aver perso del tempo a leggere, capire e poi esprimere il vostro gradito parere. Indika è un progetto che Monica ed io portiamo avanti da neanche un anno, anzi dovremmo accendere una candelina a maggio.., e devo dire che negli ultimi tempi abbiamo un seguito di lettori che ci seguono in gran numero, che leggono e si iscrivono alla newsletter. Questo per noi è un premio, così come ricevere commenti attenti, puntuali e ‘ispirati’ come i vostri.

    Quindi grazie e a risentirci.

    Emanuele

  2. Alessandro Civiero  30 aprile 2009

    Ciao Emanuele,
    Mi fa piacere leggere il tuo articolo sulla fiera di Canton. Io ho avuto la fortuna di visitarla esattamente l’aprile dello scorso anno.
    A causa di impegni di lavoro, mio padre non ha potuto accompagnarmi, quindi ci sono andato da solo e questa, secondo me, è stata la mia seconda fortuna, che mi ha portato a contattare un fornitore cinese con cui collaboriamo da anni.
    Come sempre è stato gentilissimo e mi ha accompagnato per i primi tre giorni in lungo e in largo per la fiera.
    Ho voluto fare una esperienza cinese, quindi ho dormito in un albergo di una catena cinese (non prenotabile da cittadini EU), mangiato solo cibi cinesi e incontrato solo cinesi.
    La mia terza fortuna è stata infatti quella di avere incontrato gli amici di Li e di aver trascorso con loro tre serate a mangiare in luoghi improbabili, dove finivamo spesso piuttosto alticci, dato che era fortemente consigliato dagli stessi gestori di accompagnare ogni boccone ad un sorsetto di “disinfettate” grappa al gingseng.
    I cinesi amici di Li erano espositori e la sera erano esausti e in questo un pò di alcool li aiutava.
    Due di loro vendevano piatti e tazze in ceramica. Merce di buona qualità, anche se di questi articoli non me ne intendo.
    Una sera erano stremati da due buyer Norvegesi che avevano passato il pomeriggio a domandare i prezzi di gran parte della loro merce.
    Altri due si occupavano di materiale promozionale (magliette, penne etc) e peluches. Due tipe simpatiche e sorridenti.
    Infine gli ultimi quattro vendevano materiale elettrico.
    Erano 4 donne e quattro uomini e tutti erano affascinati dall’Europa e continuavano a farmi domande sull’Italia. Una sera, sotto i fumi della grappa (io la chiamo grappa e chiedo scusa del nome improprio) mi hanno pregato di cantare qualcosa di “Pavalotti”.
    A parte questi dettagli, la fiera è stata molto utile dal punto di vista lavorativo e da uomo di campagna quale sono, ne conservo con grande piacere il ricordo di migliaia di persone, confusione e inquinamento.
    Ma anche di persone che vivono a migliaia di km da noi, e solo apparentemente “diverse”.

  3. Marco Pacchierotti  28 aprile 2009

    Il reportage mi ha subito fatto pensare ad una di quelle scene di serial televisivi di fantascienza, dove abitanti di mondi lontani, di razze diversissime e dagli abiti dalle fogge più strane, si danno convegno a bordo di stazioni spaziali in una replica futuribile della torre di Babele. Leggevo di recente che il pensiero di Confucio sarebbe tornato ad ispirare la Cina più che in altre epoche recenti (forse non è mai del tutto tramontato, alimentando anche in modo sottorraneo e quasi carsico la linfa culturale cinese). Che sia questa una delle sue incarnazioni del XXI Secolo ?

    Per certi versi, guardare ad un fenomeno come quello che hai descritto, Emanuele, con occhi smaliziati, ma comunque occidentali, di chi viene dalla Terra dove per Organizzare un Expo’ internazionale faticosamente strappato a Smirne ed alla Turchia, pare si sia “bruciato” un anno in lotte di potere per stabilire organigramma e spartire la torta, fa ancora più impressione, perché ridimensiona la nostra piccola Italia. Vedere poi l’operosità cinese “all’opera” (cacofonia voluta, ma l’opera operosa mi fa anche pensare alla Opera di Pechino e a come “operare” voglia dire anche compiere operazioni, fare somme e sottrazioni e moltiplicazioni . . . anche divisioni, cosa in cui la Cina sembra davvero poterci mostrare qualcosa) deve essere qualcosa che dal vero e davvero fa sgranare gli occhi.

    Mi chiedo se questa voglia di stupire il mondo (penso alla Cerimonia per le Olimpiadi e all’orgoglio di commissionarne la regia a Zhang Yimou) che viene descritta e letta come una forma di ansia, di desiderio di affermare la propria identità nazionale riappropriandosi di un posto sul proscenio del mondo dopo tanti “secoli bui”, possa essere una chiave di lettura anche per un fenomeno come la più grande fiera multi-settore del mondo.

    Cosa fa di questo evento un evento “cinese”? Non credo banalmente che sia soltanto il fatto che si svolga in Cina e che abbia dimensioni fuori-scala. Credo piuttosto che siano i dettagli che fanno l’insieme come (cito dal reportage) quegli ” (..) uomini e donne rappresentati da venditori e manager, che qui in fiera attendono seduti su seggiole di legno e metallo l’arrivo dei visitatori, con minuscoli tavolini sui quali poggiano depliant e scatolette piene di biglietti da visita”. Questa immagine restituisce un qualcosa di ieratico anche all’aggressivo venditore che con compostezza e dignità orientale attende che il meticoloso e paziente lavoro che lui rappresenta si trasformi in altrettante opportunità di affari. Con la stessa precisa e minuziosa cura con cui prende vita ogni anno questo “Moloch” che è la Fiera di Guangzhou, al quale pagano un pegno di soldi e di energie migliaia di uomini, doveva essere organizzata la Città Proibita . . .

    E l’ultimo pensiero non può non andare a mio parere, leggendo questa descrizione della brulicante Fiera di Canton, a Deng Xiaoping: ho la sensazione che lui avesse già immaginato tutto questo e che, dovunque sia, se la stia ridendo di gusto.

    Marco Pacchierotti

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