Articolo pubblicato da Area7, giornale di critica sociale.

Shanghai, 9 Luglio 2010. Sono immensi, disposti su più piani lastricati in marmo, scintillanti di luci e refrigerati da condizionatori lanciati senza sosta. Hanno nomi evocativi tipo ‘shopping center’, ‘shopping planet’, ‘fashion house’ importati dagli Usa o da qualche capitale europea. Nei centri commerciali asiatici è impossibile incontrare famiglie alla caccia della promozione di turno, con un occhio agli scaffali e l’altro al portafogli. Si vada in qualche città cinese, come Shanghai, Ningbo e Canton, o in India, a Mumbai, New Delhi e Bangalore, i ‘paradisi’ degli acquisti sono oasi riservate ai ricchi, a quella borghesia medio-alta che stando alle aspettative delle aziende occidentali, costituisce il più vasto mercato del pianeta, o una speranza per il futuro. È qui che celebri brand europei si contendono gli ultimi metri di spazio disponibile, pagando a peso d’oro negozi da trasformare in monomarca. Poco importa se a due passi dalla boutique di camice e pantaloni griffati, si vendono più o meno gli stessi articoli di altre griffe, oppure automobili, caffè italiano, mobili laccati, gioielli e profumi. L’importante è esserci, avere una finestra aperta sul Nuovo Mondo del XXI secolo! Accade poi che il ‘luxury center’ realizzato nel nuovo hotel cinque stelle sorga a ridosso di un’area degradata, puntellata di baracche in lamiera o di fatiscenti casupole in mattone in cui vivono masse di anonimi individui, che costituiscono la forza lavoro della città, spesso impiegati negli stessi negozi come uscieri, nelle pulizie o alle vendite. È il caso di Mumbai, dove alcuni dei celebri hotel di Marine Drive proiettano la loro ombra sul più grande slum di tutta l’Asia.
In Cina invece, vicino ai negozi d’elite ci sono edifici meno appariscenti ma organizzati in modo simile, con altrettante boutique piene della stessa mercanzia fedelmente riprodotta, frequentati da qualche cinese più o meno facoltoso e da molti manager stranieri alla ricerca del marchio noto a poco prezzo. Se poi gli affari non vanno, se inspiegabilmente le promesse esclusive dell’Occidente non attecchiscono sulla medio-alta borghesia cinese, allora si corre ai ripari, magari grazie all’aiuto del governo centrale. Viene così istituita una prima Golden Week, la ‘settimana d’oro’ a maggio, poi una in autunno, indispensabili per staccare con il lavoro e dedicarsi alle proprie esigenze, magari impiegare lo stipendio per acquistare qualcosa di speciale, con cui celebrare i successi nella professione. Tanta ‘libertà’ risulta però contagiosa, fuoriesce dagli uffici dirigenziali scendendo nelle filiere produttive, dove sempre più operai cinesi reinterpretano il concetto del lusso: giornate di lavoro più brevi, maggiori standard di sicurezza in fabbrica, salari aumentati. Iniziano così gli scioperi promossi da sindacati usciti dal silenzio, e come sembra stia accadendo nelle grandi città del boom economico cinese si avvicina un altro cambiamento.
Emanuele Confortin

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