Tratto da Repubblica di oggi

Lahsa, 26 Febbraio 2009. Di ritorno da Lhasa (Chengdu) – La mestizia della vigilia era nell’aria. Il Losar, il

Lhasa
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Capodanno tibetano, non è mai stato così sotto tono come quest’anno, nonostante i fuochi d’artificio a profusione che hanno illuminato la vecchia e la nuova Lhasa dei templi e dei grattacieli, delle grandi shopping mall e dei ritrovi notturni. È stata un’idea dell’amministrazione cittadina filo-cinese quella di mostrare una città felice e pronta a festeggiare come sempre. Ma ciò che abbiamo visto nel cuore del culto lamaista tibetano, presso l’antico tempio del Jokhang che fu il primo nucleo della città di Lhasa costruito dal Re divino Songtsen Ganpo, raccontava una realtà completamente differente. Molti tibetani ambulavano attorno al bazar del Barkor e giunti di fronte al Jokhang si prostravano davanti alle statue dei Buddha con particolare fervore.

Ben pochi si fermavano però durante il Kora (il giro rituale in senso orario) per acquistare nelle bancarelle vestiti nuovi, fuochi d’artificio, giocattoli per i bambini come tradizione. Solo le composizioni di farina d’orzo dai colorati disegni di buon auspicio da mettere sugli altari andavano a ruba.

Uno dei motivi di tristezza, a parte il lutto per la morte di tanti tibetani in rappresaglia alle rivolte del marzo 2008, era la presenza sui tetti del circuito e proprio di fronte al Jokhang di militari con i fucili puntati, oltre alle ronde armate che a passo marziale attraversavano continuamente il grande piazzale in file di otto. La Cina temeva qualcosa di grave da molte settimane, forse da mesi. Non era difficile intuirlo, visto che quest’anno ricorrono i 50 anni dalla rivolta anticinese del 10 marzo 1959 che provocò il cannoneggiamento del Palazzo d’Estate del Dalai lama e la conseguente fuga in India di Kundun, “Sua Presenza”, definito oggi da Pechino il “capo della cricca separatista”. Anche i turisti giunti nella capitale in occasione del Capodanno sono stati allontanati ben prima della ricorrenza, e negli ultimi giorni prima della scadenza del nostro permesso speciale, anche noi siamo stati traslocati senza troppi complimenti da un albergo del centro in un altro verso la periferia. Ciò che abbiamo potuto vedere prima del forzato rientro a Chengdu, la metropoli del Sichuan tradizionale base di partenza dei gruppi turistici per Lhasa, mostrava chiaramente che, come lo scorso anno, anche stavolta le autorità hanno faticato a comprendere da quale parte avrebbe colpito il “nemico”.

In quasi ogni angolo del centro erano piazzati soldati in assetto antisommossa, che si stanno esercitando da tempo a placare eventuali disordini di piazza, per evitare di intervenire in ritardo come un anno fa quando lasciarono Lhasa per quasi tre giorni in mano ai ribelli che hanno distrutto negozi e perfino ucciso dei commercianti han. Anche sotto la finestra dell’albergo cinese scelto per noi dall'”Ufficio Turistico”, decine di soldati imparavano ad usare gli scudi, i manganelli e a menare calci con ore e ore di pratica al giorno, davanti agli occhi di tutti.

Evidentemente le prove di forza militari si sono rivelate impotenti di fronte a un gesto disperato come il pubblico tentativo di suicidio nella piazza Tienanmen, lontana dall’epicentro del conflitto cino-tibetano. Quando almeno due monaci si erano uccisi alle porte di Lhasa nel 2008, ben pochi avevano potuto avere conferma della notizia, perché avvenne dentro ai monasteri circondati dall’esercito subito dopo le prime manifestazioni pacifiche dei religiosi, partiti da Drepung, Sera e Ramoche, quest’ultimo a poche traverse di distanza dal Jokhang. Da allora i complessi monastici sono stati “ripuliti” degli elementi sovversivi, in particolare Drepung, anticamente sede di oltre diecimila preti della scuola Gelupa, la stessa del Dalai Lama, dove – secondo informazioni attendibili – non restano oggi che 400 anime. Molti sono tornati nei loro villaggi per celebrare il Losar con le famiglie, ma molti di più sono quelli che hanno dovuto togliersi la tonaca per decisione del Comitato (politico) religioso che sovrintende all’attività spirituale dei monasteri.

E’ stato praticamente impossibile ottenere informazioni sulla loro sorte, e ogni domanda avrebbe potuto creare imbarazzo alle guide, assegnate 24 ore su 24 ore al controllo dei rari turisti che avevano ottenuto – come noi – uno degli ultimi permessi per visitare i luoghi santi del Tibet. In ogni caso nessun cittadino di Lhasa né i pellegrini giunti da regioni spesso lontanissime come il Kham, verso i confini orientali con la Cina, avrebbe del resto potuto e probabilmente voluto parlare con un occidentale. Anche loro, per compiere il rituale percorso dei luoghi sacri, devono ottenere permessi speciali da parte dell’apposito ufficio dell’immigrazione interna, come stranieri nella propria terra.

Anche per questo, ci hanno detto a Chengdu numerosi tibetani che fanno la spola settimanalmente con Lhasa, il malessere della popolazione è cresciuto in questi 50 anni di pressoché totale dominio cinese di ogni aspetto della vita sociale e perfino religiosa del popolo delle nevi. Perfino la stele che commemora davanti al Jokhang un antichissimo trattato dell’823 di non belligeranza e non interferenza tra l’allora re tibetano e l’imperatore cinese è stata circondata da un muro e da un cancello che racchiudono la promessa “d’amicizia eterna” scolpita sulla pietra 1200 anni fa. Delle chiavi dispone il presidente del “Comitato religioso” del Jokhang.

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