Rilanciamo il pezzo scritto da Stefano Beggiora per Alpinismi, nuova rivista che si occupa del mondo della montagna e dell’avventura, con una sessione dedicata all’etnografia, quindi alla ricerca sul campo. 

Testo di Stefano Beggiora, ricercatore presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia dove insegna Storia dell’India, Etnografia dello Sciamanesimo e Letterature Vernacolari dell’India. Specializzatosi nello studio dello sciamanismo e delle culture tribali del subcontinente indiano, lavora nello stato dell’Orissa dal 1998; ha condotto studi in Assam, Arunachal Pradesh e Mongolia. Membro di numerose associazioni di studi nazionali e internazionali, è responsabile di diversi progetti di ricerca in Italia e all’estero. Di recente ha curato la pubblicazione di “Mostri, spettri e demoni dell’Himalaya. Un’indagine etnografica fra mito e folklore” (Meti edizioni).

Il muggito del vento si stempera nel silenzio dei passi d’alta montagna, a tratti interrotto dal suono delle campane del tempio. Il mantra profondo dei monaci, il profumo del tè, il tremore convulso degli sciamani durante i riti di possessione, l’odore del sangue delle vittime sacrificali… e ancora il sorriso della gente, la morsa del gelo, la semplicità di un vivere di nulla in mezzo a una natura implacabile e meravigliosa: molti sono i ricordi, le sensazioni che si rincorrono, si accavallano dopo tanti anni di viaggio in India. Tanto che a tratti si confondono l’un l’altro facendo quasi scordare la fortuna di aver potuto lavorare, attraversandola più volte, in una delle regioni più remote dell’Himalaya orientale: l’Arunachal Pradesh. Un territorio selvaggio e pressoché incontaminato che costituisce la frontiera nordoccidentale con la Cina e che a causa delle passate tensioni fra i due paesi è rimasto interdetto agli stranieri fino a poco più d’una decina d’anni fa. Uno scenario che ha moltissimo ancora da scoprire sotto il profilo naturalistico e socio-culturale delle etnie che lo abitano e che vogliamo raccontare in questo articolo.

Foto di Fulvio Biancifiori
Foto di Fulvio Biancifiori

Il sistema complesso dei tremila chilometri che compongono la dorsale himalayana è nato da una massiccia collisione tettonica che si ipotizza verificatasi quaranta o cinquanta milioni d’anni fa. L’energia sviluppata dal maestoso incontro fra India e Eurasia fu di tale portata che contribuì a creare la maggior parte delle peculiarità geografiche più distintive dell’Asia, come ad esempio l’altopiano del Tibet; il più elevato del nostro pianeta. Per Himalaya orientale si intende comunemente la dorsale che attraversa oggi il Nepal, il Bhutan, la sezione settentrionale del Bengala e gli stati montuosi del Nord-Est indiano, quali Sikkim, Assam e tutto l’Arunachal Pradesh, per finire con le digradanti pendici all’estremo nord del Myanmar (Birmania). Questa regione forma una sorta di muro che separa l’umida pianura del Subcontinente indiano dall’altopiano secco del Tibet. La variabilità climatica e l’ampia gamma di gradazione altimetrica sono alla base dello sviluppo di una incredibile regione, un angolo naturale che comprende le cime più alte del mondo, gole profonde, giungle subtropicali, foreste temperate ad alto fusto, savane e praterie. Questa ricchezza è fonte di sostentamento per tutti coloro che risiedono nelle fasce pedemontane e in direzione delle pianure del Subcontinente indiano – basti anche solo pensare all’approvvigionamento idrico, frutto della portata di innumerevoli corsi d’acqua che scendono dai ghiacciai perenni: questo è uno degli aspetti di enorme rilevo strategico anche in una prospettiva geopolitica contemporanea nel centro Asia.

Prendendo in considerazione la flora e la fauna locali, osserveremo che questa regione è una delle aree biologicamente più ricche del mondo, una riserva di biodiversità a livello mondiale. Pochissimi luoghi della terra possono eguagliare le manifestazioni della sua meravigliosa natura che si esprime attraverso una molteplicità diversificata di piante e animali. E del resto, l’origine di molte delle meraviglie dell’Himalaya orientale sembrerebbe proprio essere la sua curiosa genesi. Per quanto l’ampio anfiteatro roccioso, che costituisce il tetto dell’Asia, ospiti infatti al suo interno territori spesso ostili e inospitali, qui tuttavia si possono incontrare specie assolutamente uniche, oggi ritenute icone d’Asia. Le giungle d’altitudine dell’Himalaya orientale infatti presentano una diversità floristica veramente interessante. A parte gli alberi da fusto, qui si trova una gran varietà di tipi di orchidee, piante officinali, felci, bambù, arbusti, un gran numero di varietà selvatiche delle comuni piante coltivate, ecc. L’orchidea, essendo un tipico fiore della giungla, dispone di un habitat perfetto, tanto che sul territorio esistono molti laboratori governativi per lo studio di questa pianta, ove si producono innesti, incroci e si catalogano specie non ancora note. Con più di cinquecento specie classificate, le orchidee potrebbero quasi essere l’emblema della regione, con le loro fioriture attraenti ed uniche. Oltre a queste si contano più di cinquanta specie di rododendro, una ventina di specie di hedychium, quindici specie di quercia, più di sessanta varietà diverse di canna e bambù, oltre a un vasto numero di piante medicinali e aromatiche.

Foto di Fulvio Biancifiori
Foto di Fulvio Biancifiori

Parallelamente la fauna locale annovera animali più comuni come la gran varietà di primati, roditori, uccelli, bufali, animali semiselvatici e d’allevamento a cui s’affiancano nondimeno specie rare e in via d’estinzione, come il rinoceronte e gli ultimi branchi di elefanti selvaggi che sopravvivono nelle zone pedemontane. Ma è salendo verso le montagne, quindi a più alta quota, che è possibile avvistare gli ultimi esemplari del celebre leopardo delle nevi, forse il più noto fra i felini asiatici dopo la tigre. E potremmo citare anche il panda rosso, l’orso nero, il lupo, l’ormai rarissimo langur dorato, la pecora blu e un eterogeneo assortimento di ungulati alpini, come il takin: tutti classificati con cura oggi dal Ministero dell’Ambiente Indiano.

In India forse il territorio più interessante sotto questo profilo è proprio lo stato dell’Arunachal Pradesh, incastonato fra le pianure dell’Assam e il confine degli stati del Bhutan, della Cina e ancora della Birmania. Sotto la lunga ombra proiettata dalle montagne sovrastanti, le foreste tropicali pluviali più settentrionali del mondo racchiudono proprio qui un paesaggio estremo che può vantare addirittura quasi la metà dei fiori e delle specie di uccelli conosciute in India. Anche la diversità della flora presente nello stato dell’Arunachal Pradesh si può forse considerare seconda solo a regioni come Sumatra in Indonesia o ad alcune zone del Brasile, del Borneo o di Papua Nuova Guinea.

Questa premessa sulla natura del luogo ci è utile a dimostrare come proprio tale complessità climatico-topografica ha evidentemente forgiato delle oasi isolate di habitat. Secondo diversi e recenti studi, le grandi aree di foresta più o meno incontaminata, i fiumi e le migliaia di corsi d’acqua isolati, separati da massicci, alte creste o valli, potrebbero di fatto sostenere popolazioni di generi che non sono mai entrate in contatto l’una con l’altra. Tale assetto può dar luogo a una differenziazione genetica tra questi gruppi, che sta alla base della definizione delle cosiddette specie endemiche. Si ritiene infatti che queste nicchie possano ospitare specie globalmente minacciate o ancora piante e addirittura animali ancora da scoprire, fra cui mammiferi, rettili e anfibi, alcuni dei quali avrebbero probabilmente potuto anche beneficiare dello status di ‘specie a rischio’ a livello globale, ma che fino ad oggi la scienza non è ancora stata in grado di censire. In un mondo in cui, attraverso i nuovi mezzi offerti dalla tecnologia, si ha l’effimera convinzione che non vi sia più nulla da scoprire, più alcuna superficie terrestre ancora da esplorare, è estremamente interessante vedere come invece esistano delle zone d’ombra di fatto ancora poco note. Se questo può sembrare forse un’esagerazione al lettore, segnaliamo i reports del WWF che dal 1998 al 2008 – analisi poi estesa al 2015 –  evidenziano la scoperta e il censimento di ben 353 nuove specie, fra cui 242 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi e oltre 60 invertebrati. (WWF, 2015).

Foto di Claire Scheid
Foto di Claire Scheid

Da un punto di vista etnico e delle culture presenti sul territorio, ci troviamo di fronte a uno scenario ugualmente complesso e intrigante. In altre parole, se osassimo una sorta di trasposizione dal piano della biologia all’antropologia e alle scienze umane, troveremmo una regione parimenti non priva di notevoli sorprese.

È necessario premettere che la realtà delle comunità indigene d’India costituisce, parallelamente al sistema delle caste e in estensione ad esso, un universo sociale dalle caratteristiche a dir poco caleidoscopiche. Quelle che oggi il governo classifica come Scheduled Tribes, ovvero tribù classificate, sono un insieme mastodontico di minoranze etniche riconosciute dalle istituzioni sulla base di macro-caratteristiche quali: cultura distintiva, generale arretratezza, relativo isolamento geografico e marginalizzazione. L’ultimo Census of India (2011), considerati anche gli aggiornamenti successivi su base regionale, arriva a catalogare addirittura 645 comunità differenti, contraddistinte da tratti culturali propri e parlanti lingue e dialetti diversi che nel loro complesso ammonterebbero all’8,6% della totale popolazione del Subcontinente, una misura che quindi supera oggi i cento milioni di unità (Ministry of Tribal Affairs 2013). Di questi, una fetta considerevole si concentra proprio nei territori del Nordest di cui forse l’Arunachal Pradesh vanta una percentuale demografica più elevata rispetto al contesto delle altre caste presenti in zona.

Per fare chiarezza a fronte di questa multiforme compagine, gli organi istituzionali suddividono il territorio in cinque aree culturali diverse. Una delle stranezze della zona infatti è che lo stato si allunga amministrativamente in direzione est-ovest lungo la dorsale himalayana: il territorio è quindi formato da una serie di valli disposte a raggiera, una parallela all’altra, senza che esista quasi la possibilità di accedere direttamente da un’area a quella contigua, a meno di non ridiscendere in direzione della pianura dell’Assam. Queste cinque aree quindi corrispondono a cinque accessi alla regione, ma potremmo considerarle come cinque raggruppamenti di culture distinte, di genti di montagna, che proprio nella natura e nelle cime circostanti hanno costruito la propria storia, la propria religione, la propria personale prospettiva sul mondo. Saperi e religiosità diverse come l’induismo, il buddhismo (e, solo recentemente, il cristianesimo) hanno affiancato nel corso dei secoli le tradizioni indigene delle diverse etnie del luogo, che ancor oggi vantano una propria cultura distintiva, in molti casi dai tratti spiccatamente sciamanici. Molte di queste comunità che il Governo indiano oggi definisce ‘tribali’ hanno vissuto nel tempo in una condizione di relativo isolamento fra queste montagne, modellando stili di vita, usi e loro costumi, nonché basando i propri mezzi di sussistenza, fondamentalmente sull’ambiente circostante. E questo sostrato sociale dei molteplici villaggi, questa sorta di tessuto culturale connettivo che sembra per certi versi assimilare comunità etniche anche molto distanti fra loro nell’Himalaya orientale, risulta comunque ancor oggi profondamente dipendente dalle risorse naturali del luogo.

Foto di Fulvio Biancifiori
Foto di Fulvio Biancifiori

Andando con ordine, la prima di queste macro-aree culturali è costituita dall’antica via di pellegrinaggio orientale che conduceva a Lhasa, in Tibet. Questa passava per il distretto di Tawang, dove si trova l’omonimo storico monastero buddhista (XVII Sec.) e il West Kameneg che ospita lo dzong di Dirang, l’unico esemplare in India di villaggio fortificato in stile medievale tibetano e il capoluogo di Bomdila. La zona è contraddistinta dal massiccio del Kangto (7.060 metri) che si estende oltre il confine cinese e la sotto-catena del Gori Chen (6.488 m). Di estremo interesse culturale, storico e naturalistico il passo del Se La (4.172 m) che mette in comunicazione i due distretti e che fu teatro della guerra Sino-Indiana del 1962. I gruppi etnici presenti in luogo sono i Monpa buddhisti, e più a valle gli Aka, i Miji i Khowa e gli Sherdukpen.

La seconda zona si estende in direzione est ed è il territorio dei Bangni e dei Nishi. Comprende i distretti di East Kameng, Lower e Upper Subhansiri, con tribù che praticano un tipo di agricoltura stanziale o semi-stanziale, quali i Sulung, gli Apatani, i Mikir, gli Hill Miri e i Tagin. Il centro maggiore della zona è Ziro (1.500 m), situato nella cosiddetta Apatani Valley, che prende il nome dai vicini insediamenti indigeni lungo il corso del fiume Kele (Tabyu Kiile). Da qui si dipartono le vie verso l’area del Kurung Kumey verso le pendici himalayane più dolci dell’insediamento di Koloriang (circa 1.000 m) circondato dai rilievi di Hamching e Gilo Domcho (Lulupo a sud; 3.143 m), che però proseguendo in direzione nord-ovest conducono al massiccio del Nyegyi Kangsang (7.047 m), una delle maggiori vette himalayane ancora sul confine fra Cina e India. 

La terza zona è considerata culturalmente contraddistinta dal gruppo etnico degli Adi, che vanta numerose sottosezioni distribuite oltre che nel distretto di Upper Subhansiri anche nel territorio dell’East e West Siang. Centro d’accesso principale all’area è la cittadina di Pasighat, che sebbene situata in pianura è alquanto vicina al Daying Erring Wildlife Sanctuary e al Mouling National Park in direzione nord verso le Abor Hills. Più a nord, seguendo il corso del Brahmaputra s’innalza un’altra delle più importanti vette himalayane, ovvero il Namcha Barwa (7.782 m). È questa una zona incredibilmente aspra e poco visitata ove oltre alla presenza delle popolazioni indigene locali, la tradizione tibetana vuole che si trovi uno dei più sacri beyul, ovvero luoghi segreti che custodiscono i terma, i tesori nascosti del sapere buddhista. La montagna fu localizzata e catalogata solo nel 1912 dagli agenti britannici dal versante indiano, ma la zona è rimasta praticamente inesplorata fintanto che oltre il confine, solo negli anni ’80, i cinesi non iniziarono a perlustrare diversi percorsi, nel tentativo di individuare una via. Dopo due tentativi fallimentari, nel 1992 una terza spedizione sino-giapponese riuscì ad attestare un campo base sulla cresta meridionale del Nai Peng, ad un’altitudine di circa 7mila metri, riuscendo da qui a conquistare la vetta. Poche comunque sono state poi le successive spedizioni nell’area, per le generali condizioni del territorio. Un aspetto a nostro avviso peculiare, ma che la dice lunga sulla natura del luogo, è che il fiume Brahmaputra, nel tratto che attraversa il confine dalla Cina, dov’è noto col nome di Yarlung Tsampo, si inabissa in una inaccessibile gola, che per le condizioni generali del terreno si dice non sia stato mai possibile mappare con precisione. Se si considera che parte della morfologia del territorio risulta quindi nascosta, e non sia di fatto fotografabile nemmeno dal satellite, si potrebbe dunque considerare la zona come una delle ultime inesplorate del pianeta, o il cui segreto è noto oggi solo alle locali popolazioni di montagna.

La quarta e quinta zona culturale sono contraddistinte dai distretti della valle del fiume Dibang e del Lohit – caratterizzate dalle Mishmi Hills esplorate per la prima volta all’inizio del secolo scorso dall’antropologo inglese J.H. Hutton, celebre per i suoi studi sui Naga e i ‘cacciatori di teste’- e dai distretti più meridionali di Tirap e Changlang, ai confini con la Birmania. Le tribù principali della zona sono appunto i Mishmi, suddivisi nei sottogruppi di Miju, Idu e Digaru, poi i Chakma, i Deori, i Tangsa, i Singpho, i Wancho, i Nocte etc. È qui che potremmo dire sorga il sole dell’India, trovandosi il punto geograficamente più a est del territorio indiano. Tralasciando il versante di Myanmar, sulla ormai degradante dorsale himalayana, segnaliamo la zona semidisabitata del Kelingon, la cui vetta raggiunge un’altitudine comunque considerevole (4.568 m) e il monte Komdi (detto anche Miri Pamdi; 3.908 m). Tutti i rilievi della valle del Lohit oscillano fra i seicento e i 5mila metri circa; uno dei luoghi più ragguardevoli da un punto di vista storico-culturale è il cosiddetto Parashuram Khund a poca distanza dalla città di Tezu: il luogo in cui, secondo la leggenda, Parashuram, eroe dell’epica indiana e avatara del dio Vishnu, dopo aver compiuto  una grande strage dei nemici kshatriya, poté lavarsi le mani lorde di sangue purificandosi. Un tempio nella giungla dunque, meta di pellegrinaggio oggi sempre più frequentata, sovrasta una ripida discesa verso la gola del fiume.

In questo scenario così ricco, ogni tradizione religiosa sembrerebbe trovare qui il suo luogo e fondersi attraverso un intreccio storico di relazioni sociali, che tuttavia lo spazio dedicato a questo articolo non sarebbe sufficiente per trattare a dovere. Ma il condizionale è d’obbligo in quanto possiamo affermare che la cultura delle numerosissime comunità indigene sia stata effettivamente poco studiata, almeno se messa in relazione con il resto del Subcontinente indiano. Inoltre, a causa delle difficoltà amministrative nella regione, per quanto sia difficile da immaginare, accade che molti gruppi e sottogruppi delle minoranze etniche che vantano tradizioni, lignaggi e lingue o dialetti effettivamente differenti gli uni dagli altri, in molti casi non compaiano nella catalogazione governativa del Census of India. Questa imprecisione può verificarsi a causa di una geografia antropica effettivamente molto complessa, per cui alcune comunità indigene sono state talvolta sommariamente ed erroneamente accorpate ad altre nelle operazioni di censimento. Vale a dire che se alcune micro-comunità etniche non sono mai state registrate, almeno legalmente, sembrerebbero non esistere. Si pensi che in passato, lo Scheduled Castes and Scheduled Tribes List (Modification) Order del 1956 [‘as inserted by Act 69’ del 1986] catalogava esplicitamente solamente dodici tribù, asserendo però che tale lista non fosse esaustiva in quanto tutte le tribù dello stato – (ventisei gruppi maggiori e oltre cento sotto-gruppi) incluse quelle della lista – avrebbero dovuto rientrare fra le Scheduled (Census 2001).

Tutto ciò è veramente paradossale, soprattutto nell’epoca contemporanea in cui vi è fortunatamente una generale tendenza a rivalutare le conoscenze tradizionali indigene, come patrimonio non scritto della cultura nazionale. La cosiddetta indigenous knowledge on the forest, espressione forse un po’ abusata ormai, racchiude in sé informazioni preziose e uniche, alla fine non sempre note alla scienza. Fra queste, una mappatura di piante ed erbe medicinali tipiche dello sciamanismo locale, però sconosciute ancora alla medicina convenzionale, i cui principi potenzialmente sintetizzabili e brevettabili fanno oggi gola alle case farmaceutiche. Su di un altro piano, pur conservando una certa analogia, c’è il discorso sugli animali, relativamente ai quali i racconti delle popolazioni indigene hanno da sempre suscitato il fascino dell’ignoto, del fantastico. Questo ha attirato nel tempo (non solo in India) la moda morbosa del perverso sfruttamento della fauna locale attraverso battute di caccia a trofei se non unici, almeno alquanto esotici. E del resto già durante il periodo coloniale nascevano miti e racconti su animali leggendari, creature fantastiche, oggi relegate all’ambito della criptozoologia, le cui radici affondavano più che altro nel folklore locale. Questo accadeva e accade, poiché gli animali, espressione di un universo parallelo ma secante quello umano, hanno da sempre avuto un ruolo fondamentale nella religiosità indigena. La forma animale, sublimata o simbolica, è uno degli elementi portanti anche dello sciamanismo sud-asiatico, che manifesta e rivela se stessa nel mito cosmogonico così come configura, attraverso fisionomie e colori, il mondo degli spiriti. Contestualmente, queste visioni si ispirano alla conoscenza tradizionale e all’esperienza diretta della foresta che lo sciamano ha, ma nella maggior parte dei casi vanno analizzate alla luce della funzione che queste svolgono nella religiosità della cultura indigena. Ciò origina talvolta dei fraintendimenti, dovuti sostanzialmente ad una interpretazione letterale di singoli frammenti del folklore locale, in genere estrapolati dal contesto.

Per fare un esempio, figure analoghe allo yeti – analoghe perché si tratta di un effimero immaginario occidentale costruito su un preciso mito locale che qui prende nomi differenti – l’epom, lo yepam, l’uomo selvatico o altro ancora, come il ban jhankri, il buru, le nyalmo, le bokshi, ovvero apparizioni, mostri, streghe, spiriti iniziatici, altro non sono che espressioni di questo mondo sottile, di una natura animata che solo attraverso gli occhi degli sciamani del luogo acquistano una loro funzione e un significato coerente. Queste entità a loro volta si incardinano nella precisa geografia religiosa della regione che è formata da colline, rocce, cascate, picchi innevati, ghiacciai irraggiungibili, alture sacre. Ognuna di queste montagne è una dimora di spiriti, di divinità, di antenati protettori dei villaggi che si aggrappano alle loro pendici. Il simbolismo assiale di ogni montagna in Himalaya è quantomeno scontato: ognuna di esse è un centro del mondo, una porta fra le dimensioni per chi la sappia oltrepassare, e il luogo delle origini. Ogni monte ha la sua storia, la sua leggenda, i suoi miti cosmogonici e cosmologici. Per questo motivo le popolazioni indigene dell’Himalaya hanno un rapporto così stretto con le proprie montagne: si tratta una sorta di doppia ancestralità, in quanto esse sono sia luogo della ‘Creazione’, sia terra dei padri. Sotto questa prospettiva, esse sono qualcosa di vivente, pulsante, che vive e respira assieme all’uomo che le abita.

È dunque uno sguardo partecipe e rispettoso della natura in generale, consapevole dei ritmi e del battito cardiaco della terra; un cultura vivace, dinamica, e con una identità forte che fortunatamente è riuscita a mantenere se stessa distante dal business spasmodico delle grandi imprese, del turismo d’alta quota, dallo sfruttamento delle risorse naturali e umane locali in nome di uno sviluppo economico, che sotto l’egida degli sponsor delle multinazionali, ha contribuito a cambiare profondamente il volto ‘dell’altra Himalaya’. In particolare sul versante nepalese, non poi così distante. E per quanto a ben vedere, grazie anche a un ambiente straordinario come quello testé descritto, già in epoca coloniale gli inglesi amassero fantasticare di avventure affascinanti in luoghi esotici e misteriosi, alimentando in Occidente un immaginario un po’ romantico e decadente su questi luoghi, ciò nondimeno tutto questo non è ancora lontanamente riuscito a scalfire la maestosa e profonda sacralità di queste vette.