Islamabad, 17 Aprile 2014. Spesso nel passato l’arte è stata uno strumento utilizzato per denunciare i crimini e l’assurdità della guerra,

Not a Bug Splat
Not a Bug Splat

ma nessuno aveva ancora pensato di rivolgere un’iniziativa artistica ai bombardieri droni utilizzati dalle truppe americane in diversi scenari di guerra. Il primo esempio di ‘arte contro i droni’ proviene dal Pakistan, più precisamente da un villaggio del Khyber Pakhtunkhwa, situato a ridosso della Linea Durand, il confine con l’Afghanistan. Qui un gruppo di artisti ha realizzato al suolo una imponente immagine denominata Not a Bug Splat, che ritrae il volto di una bambina pakistano rimasta orfana di madre e di padre, uccisi da un attacco missilistico messo a segno dagli aerei senza pilota impiegati da Washington per dare la caccia (e ammazzare) i guerriglieri Talebani dislocati lungo il confine con l’Afganistan. L’installazione di dimensioni considerevoli (27 metri di lunghezza, 18 metri di altezza), dovrebbe essere sufficientemente grande da essere chiaramente visibile dalle potenti telecamere installate sui bombardieri, e per questo fungere da monito per gli zelanti piloti che da una comoda consolle situata in una base a 25 chilometri da Las Vegas spesso hanno bersagliato con scariche di missili dei bersagli errati, provocando molte vittime innocenti. Stando alle stime pubblicate dal Bureau of Investigative Journalism, nel corso del decennio 2004 / 2014 gli Stati Uniti hanno messo a segno 383 attacchi in Pakistan, causando un numero di vittime compreso tra i 2.296 e 3.718, inclusi 168 bambini accertati. L’opera realizzata da un collettivo di artisti internazionali, ha lo scopo di creare maggiore empatia nei confronti di un metodo di guerra, quello con gli aerei senza pilota, che punta alla ‘spersonalizzazione’ del conflitto, garantita dall’alibi di gestire il mezzo da migliaia di chilometri di distanza, guidandolo con modalità simili a quelle di un videogame, quindi ‘offrendo’ al carnefice l’attenuante del mancato coinvolgimento personale. Fare leva sulle coscienze dei piloti in remoto dunque, ma anche riattivare il dialogo politico su questa forma di conflitto ormai insostenibile da parte della popolazione delle zone di confine tra Pakistan e Afghanistan.

 

 

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