Amritsar, 6 Giugno 2014. Pubblichiamo oggi un’analisi di Davide Torri sugli scontri che in questi giorni hanno incendiato il Tempio d’Oro di Amritsar, la capitale religiosa dei Sikh, situata in Punjab a pochi chilometri dal confine con il Pakistan.

Si infiamma l’atmosfera al Tempio d’Oro di Amritsar, quest’oggi. Le immagini catturate dalla stampa e dai fotografi mostrano una

Scontri tra Sikh nel tempio d'Oro di Amritsar
Scontri tra Sikh nel tempio d’Oro di Amritsar

folla di guerrieri Sikh, dalle vesti immacolate e dai turbanti colorati, le lunghe barbe e le onnipresenti spade alla mano. Due gruppi si fronteggiano, si provocano, vengono alle mani e il tafferuglio degenera in una anacronistica mischia all’arma bianca. Ma che cosa ha provocato lo scontro tra le guardie preposte alla sicurezza del tempio e un folto gruppo di fedeli?

 

All’origine della tensione c’è la ricorrenza dell’Operazione Blue Star, durante la quale l’esercito indiano, esattamente trenta anni fa, attaccò il Tempio d’Oro – principale luogo di culto dei Sikh – trasformato in roccaforte e baluardo delle forse insurrezionali guidate da Bhindrawale.

 

Pochi ricordano, oggi, la stagione di lotta armata degli anni Ottanta in Punjab (India) per la creazione di una entità politica Sikh, il Khalistan (“Terra dei Puri”), sebbene essa abbia provocato migliaia di morti e condotto persino all’assassinio dell’allora Primo Ministro indiano, Indira Gandhi.

 

L’idea di uno stato Sikh era stata coltivata fin dalla fine del dominio britannico, ma era stato a partire degli anni Settanta che il movimento si era andato via via radicalizzando.

Una storica formazione politica Sikh, l’Akali Dal, aveva lanciato, a partire dal 1973, una serie di mobilitazioni di massa, principalmente pacifiche, per rivendicare un maggiore peso politico e per salvaguardare l’identità ed il patrimonio culturale dei Sikh, ma altre forze si stavano già organizzando attorno un progetto radicale di aperta opposizione al governo federale indiano.

 

Operation Blue Star, Amritsar 1984
Operation Blue Star, Amritsar 1984

Nel 1971, un influente leader Sikh, Jagjit Singh Chauhan, aveva annunciato la creazione di uno stato Sikh, ed attorno a questo progetto si erano andate aggregando varie realtà autonomiste ed indipendentiste, con simpatizzanti e sostenitori in Europa e negli USA, e politici locali. Nel 1979, da Londra, Chauhan aveva proclamato la creazione del “Khalistan National Council”. Chauhan poteva contare sulle generose donazioni dei simpatizzanti, la gran parte dei quali faceva apparteneva alla comunità diasporica dei Sikh emigrati all’estero, e sull’appoggio di influenti e carismatici leader religiosi, tra i quali spiccava Jarnail Singh Bhindranwale.

 

Nel 1981, un membro del partito del Congresso, Lal Jagat Narain, noto oppositore di Bhindranwale nonchè proprietario di diversi quotidiani del gruppo Hind Samachar, fu assassinato da militanti della causa dei Sikh. Bhindranwale fu arrestato, in quanto sospettato di essere uno dei mandanti dell’omicidio. Fu rilasciato solo un mese dopo per mancanza di prove, ma durante quel mese le formazioni radicali Sikh si mostrarono pronte ad alzare il livello dello scontro e ad ingaggiare le forze del governo indiano anche sul terreno militare.

 

Harmandir Sahib, il tempio d’oro di Amritsar, fulcro della vita religiosa e spirituale dei Sikh, divenne un santuario anche per i militanti, e non solo in senso metaforico. Bhindranwale ed i suoi fedelissimi vi risiedevano stabilmente, e vi introdussero armi e munizioni, provvedendo anche a fortificarne gli accessi in attesa di futuri confronti con le forze dell’ordine.

Nel frattempo, per le strade del Punjab, cresceva la mobilitazione popolare: in quei giorni, oltre cento Sikh furono uccisi dalla polizia, che apriva il fuoco per disperdere le manifestazioni che chiedevano l’applicazione dell’Anandpur Sahib Resolution, la richiesta di maggiore autonomia dei Sikh formulata nel 1973 dall’Akali Dal. In pochi mesi, nel 1982, furono arrestati oltre trentamila militanti e simpatizzanti delle organizzazioni Sikh più radicali.

 

Di fronte alla crescita del movimento, Indira Gandhi scelse la strada del confronto diretto: nel giugno 1983 l’esercito ricevette l’ordine di prendere il controllo del Tempio d’Oro. Dopo circa una settimana di furiosi combattimenti, in cui trovarono la morte anche moltissimi fedeli presenti nel tempio al momento dell’attacco, l’edificio fu espugnato e la gran parte dei militanti uccisi. Nella battaglia erano stati impiegati anche carri armati ed artiglieria. Nei giorni della battaglia, si verificarono disordini in varie parti del Punjab, diversi templi sikh furono attaccati dalla polizia in quanto si riteneva che potessero trasformarsi in covi di rivoltosi e che si stessero organizzando rinforzi da inviare ad Amritsar.

Poco piu’ di un anno dopo, Indira Gandhi venne assassinate da due delle sue guardie del corpo, scatenando ondate di violenza contro la comunità Sikh in tutto il paese. I sanguinosi pogrom contro i Sikh spinsero ad un rinnovato impegno a favore del Khalistan da parte delle fazioni militanti del movimento.

A partire dal 1986 e fino alla prima metà degli anni Novanta, diverse organizzazioni armate (Babbar Khalsa, Khalistan Commando Force, Bhindranwale Tiger Force of Khalistan, Khalistan Liberation Force, etc.) rinnovarono l’attacco contro il governo federale, contendendo alla polizia ed alle forze di sicurezza l’agibilità del Punjab, compiendo attacchi diretti ed attentati, e finanche – anche se la questione non appare del tutto chiara e vi sono diverse versioni in proposito –  l’attentato che portò all’esplosione in volo del velivolo Air India 182 diretto in Canada.

L’India ha spesso menzionato il Pakistan tra i principali sostenitori del progetto del Khalistan, ma di fatto la gran parte del sostegno almeno economico al movimento venne da simpatizzanti Sikh che vivevano in Europa, negli USA e in Canada.

Le varie formazioni Sikh si confrontarono con determinazione contro le forze di polizia, quelle militari e paramilitari del governo indiano fino all’inizio degli anni Novanta. Nel solo 1991, ad esempio, questo conflitto provoco’ oltre 3300 vittime tra militanti, civili e forze dell’ordine. A partire dal 1992, invece, si registro’ una inversione di tendenza ed il movimento parve perdere rapidamente volonta’ e mezzi di azione, supporto popolare  ed anche numero di militanti. Anche se la situazione in Punjab dagli anni Novanta in poi si può definire pacifica, alcune delle formazioni paiono essere ancora attive, e, come dimostrano i fatti odierni, l’intera questione pare essere ancora in grado di riscaldare gli animi.

Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.