Suruc Kobane 18 Novembre 2015. Sono trascorsi due mesi ormai, da quando sono stato a Suruc, nella Turchia meridionale al confine con la Siria. Il passaggio nella cittadina turca rientrava nel quadro del reportage condotto sui rifugiati in fuga verso l’Europa, lungo la Via dei Balcani. Del resto proprio nei dintorni di Suruc si trovano alcuni dei principali campi profughi turchi, dove sono ospitati decine di migliaia di cittadini siriani, in fuga da villaggi e città finiti nel mirino del Daesh (Isis). Ho incontrato due di questi rifugiati, un uomo e una donna anziani, proprio alla periferia di Suruc, lungo la strada che porta alla città di Urfa (Sanliurfa). I coniugi sostavano a bordo strada in attesa di un passaggio, pertanto ho chiesto al taxi di accostare per farli salire. Erano diretti alla vicina stazione della polizia turca, per richiedere il rilascio di un documento di identificazione che ne legittimasse la presenza presso il campo. Grazie alla traduzione dell’autista, ho saputo che arrivavano da un villaggio vicino a Raqqa, conquistato e perso dal Daesh più volte negli ultimi mesi. Pertanto, spiegava l’anziano rifugiato “siamo costretti a fuggire qui in Turchia ogni volta che loro (Daesh ndr) prendono il controllo dell’area. Poi quando vengono respinti torniamo alle nostre case. Non stiamo bene qui, il campo è affollato. A casa abbiamo tutti i nostri averi, speriamo di poter rientrare presto”. Giusto il tempo di qualche battuta, e la loro meta era raggiunta. Hanno chiesto di accostare, per poi scendere non prima di aver ringraziato con la massima cordialità. Uomo Amara Suruc (2)e donna si sono avviati verso la cancellata d’ingresso, lui davanti a scandire il passo, lei sulla scia, silenziosa, celata nella veste variopinta che ne custodisce l’onore, e con quello la rispettabilità della famiglia stessa. Li ho seguiti con lo sguardo fino quando ho potuto, poi sono scomparsi oltre il caseggiato in lamiera posto a lato dell’ingresso.

La città di Suruc è importante anche per un’altra gravissima pagina della storia recente. Qui, il 20 luglio 2015 uno studente turco di 20 anni, legato al Daesh, si è fatto saltare in aria nel mezzo di una riunione in corso in Nisan Cadesi, precisamente nella sede del centro culturale Amara. Secondo le ricostruzioni ufficiali, Seyh Abdurrahman Alagoz era curdo, originario di Adiyaman, e dopo essersi infilato nella platea ha azionato la carica esplosiva che portava con se, probabilmente in una cintura. Nell’attentato hanno perso la vita 32 ragazzi, cui si aggiungono 100 feriti, tutti giovani attivisti di sinistra in gran parte curdi, i quali stavano pianificando un intervento per ricostruire la città di Kobane al confine siriano, divenuta simbolo della lotta contro i militanti di Abu Bakr Al Baghdadi.

Pubblichiamo oggi alcuni scatti realizzati direttamente a Suruc. Alcune immagini riprendono entrambi i campi profughi presenti nell’area cittadina, uno dei quali rappresenta il maggiore campo profughi di tutta la Turchia. Altri scatti sono stati effettuati direttamente nella sede del centro culturale Amara, dove sono ancora visibili gli effetti dell’esplosione.

Suruc, sulla via per Kobane. Scatti dal confine tra Siria e Turchia

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