le-strade-del-pakistan-3Peshawar,  Febbraio 2012. Un viaggio sulle strade del Pakistan è un’esperienza unica, soprattutto se si utilizzano mezzi locali quali rikshaw, autobus, pulmini collettivi e nelle zone di montagna le jeep. Lo scorso autunno ho attraversato il Paese da Sud a Nord, più precisamente da Karachi, capitale economica affacciata sul Mare Arabico, a Chitral capolouogo dell’omonima provincia settentrionale, al confine con il Nuristan afghano e la Cina. Ho ricoperto gran parte del percorso su strada, incontrando moltissima gente, puntualmente entusiasta di conoscere la terra da cui provengo, e altrettanto pronta a lasciarmi una testimonianza della cultura locale e dell’ospitalità. Un ricordo particolaremente vivo è legato al viaggio notturno di 15 ore, che da Peshawar mi ha portato a Chitral attraverso lo Swat e il Dir, risalendo e talvolta lambendo la Linea Durand, il turbolento confine tra Pakistan e Afghanistan, nella terra dei Pashtun. Per coprire il lungo e difficile itinerario ho optato per un microscopico pulmino collettivo, in grado di ospitare 12 persone, ma stipato all’inverosimile con bagagli e 16 passeggeri. Alla stazione di Peshawar non sono stato riconosciuto subito come straniero, a causa dello shalwar kameez indossato, dalla barba e dal colore della pelle praticamente identico a quello dei Pashtun, quasi tutti di carnagione molto chiara. I primi sospetti sulla mia provenienza presumo siano sorti vedendo il mio bagaglio, un singolare zaino da trekking di forma cilindrica, che ha occupato buona parte della struttura metallica fissata sul tetto del mezzo (se si osservano le foto della galleria sottostante, lo si nota nello scatto con il pulmino arenato nel guado del torrente). Dopo un paio d’ore la realtà dei fatti era svelata, durante una breve sosta per un piatto di riso biryani. I miei compagni di viaggio, tutti uomini (le uniche due donne sono rimaste per 15 ore chiuse in pulmino, con il velo ben calato sul viso e addossate al finestrino, oltre il marito che fungeva da scudo tra loro e il resto del mondo), hanno iniziato a farmi delle domande in urdu, cui ho risposto zoppicando non poco con i termini e le pronunce, finendo per mescolarlo a qulache parola in inglese. In mezzora di sosta ho scoperto che quattro viaggiatori erano dei militari in borghese, incluso un ufficiale, provenienti dal Nord Waziristan e diretti a casa per una breve licenza. Si sono subito dimostrati gentili, quasi amorevoli, ribadendo ancora una volta la sincera ospitalità della popolazione Pashtun, senza nulla chiedere in cambio. Superata la diffidenza iniziale, sono presto diventato l’ospite d’onore, cui tutti rivolgevano un saluto o un cenno per offrire aiuto con frequenza ed entusiasmo crescenti. Di sicuro li ho incuriositi, tanto che anche alle donne è stato concesso di scostare il velo dagli occhi e rivolgermi uno sguardo, per poi girarsi di scatto divertite, creandomi un certo imbarazzato… Ho notato la tensione crescente tra i passeggeri, la notte, quando accostavamo per superare uno dei tantissimi check point dell’esercito disseminati lungo il percorso. Quella che inizialmente avevo confuso con preoccupazione per la loro incolumità, si è dimostrata in realtà una forma di attenzione nei miei confronti, per le possibili conseguenze dovute al controllo del mio passaporto. Tra Swat e Dir, in prossimità del primo ponte sul fiume Dir, sono stato fermato per un controllo e la firma di un permesso speciale di passaggio. Il militare incaricato del turno di notte mi ha accompagnato in un bunker sotterraneo, dove un paio di robusti soldati sonnecchiavano sulle scomode brande da campo allestite in un angolo. Dopo mezzora di assenza, l’ufficiale in borghese che occupava il posto migliore, davanti a lato del guidatore (lo potete vedere nella foto di apertura, qui sopra, mentre mi immortala con il suo telefonino), è venuto a cercarmi per affiancarmi nella difficile trattativa in corso con l’addetto ai controlli. Ho faticato a seguire il loro dialogo in urdu, ma di una cosa sono certo, l’ufficiale è stato incaricato come garante per me fino al mio arrivo a Chitral. Ero suo ospite, una cosa seria da quelle parti! Da quel momento in poi non mi ha staccato gli occhi di dossi, agendo come un fratello maggiore, pur avendo 24 anni. Mi ha offerto cibo, sigarette, del chai, e una camera tutta per me in cui trascorrere le 4 ore di pausa fatte a Dir, prima di riprendere il viaggio all’alba. Non dimenticherò mai la sua gentilezza, la simpatia e il modo in cui mi ha puntualmente coinvolto presentandomi i passeggeri degli altri pulmini in viaggio sulla stessa rotta. Una volta entrati nella provincia di Chitral, nell’ultimo punto di sosta del viaggio, mi è stata anche dedicata una canzone locale, strillata a gran voce da una trentina di uomini a semicerchio attorno a me, e alla stufa cui ero attaccato per riscaldarmi.

Avrei ancora molto da raccontare, ma temo di dilungarmi troppo. Vi lascio ad alcuni scatti di quei giorni indimenticabili.

 

One Response to "Sulle strade del Pakistan, verso Chitral."

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