Mumbai, 8 Aprile 2010. Al limite occidentale di Colaba, in prossimità di Narima Point, si estende oltre un ampio arco grigio di cemento il porto dei pescatori di Mumbai. Qui non ci sono venditori di souvenir a presidiare il passaggio, nemmeno procacciatori di clienti per i negozi o gli alberghi economici. Entrando al porto dei pescatori si supera una sorta di barriera che separa la Mumbai dei lustrini e del turismo, dalla città più cruda, quella che si sveglia a notte fonda per ricevere le imbarazioni di rientro dal Mare Arabico. La prima impressione a travolgere il visitatore è senza dubbio l’odore, potente, pungente, talvolta nauseante di pesce appena pescato riscaldato dal sole. Poi vengono le voci, il brusio di un vasto cantiere a cielo aperto, dove migliaia di uomini e donne selezionano gamberetti e molluschi con il capo chino e gli occhi fissi nel mucchio. I colori non si contano, così come le forme, i volti e le situazioni. Gli operai impegnati nel lavoro provengono dalle zone residenziali limitrofe, soprattutto dallo slum di Colaba, e sul pavimento del porto svolgono le fasi preliminari del processo di confezionamento del pescato. I prodotti più laboriosi sono i gamberetti, sgusciati uno ad uno e poi depositati in ampie vasche piene d’acqua, per la pulizia che precede il surgelamento. Sembra impossibile, ma dai moli protesi su questi magazzini partono ogni giorno navi cargo con celle frigo dirette alle grandi catenere di distribuzione in America e in Europa. Quello che di giorno è un luogo frenetico animato da migliaia di operai, la notte diviene il regno dei ratti, che qui si riversano a decine di migliaia per ripulire i resti della lavorazione, perpetrando quella sorta di ecosistema che a Mumbai definisce giorno dopo giorno l’ordine delle cose.

Ecco una selezione di scatti, per sbirciare oltre l’ampio arco che immette al molo.

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