Rilancio il pezzo scritto per EastWest nei giorni scorsi, dove faccio il punto sulle migrazioni dello scorso anno, a partire dai dati pubblicati nel Global Trend Report di Unhcr. 

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Ogni minuto al mondo ci sono 20 profughi in più. Fuggono da conflitti, persecuzioni, abusi dei diritti umani e violenza. Questa è l’estrema sintesi del Global Trend Report, analisi statistica pubblicata lunedì dall’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dove vengono eviscerati i dati dei movimenti forzati di persone a livello globale. Si tratta di 65,6 milioni di esseri umani, divisi in rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e apolidi, 300mila in più rispetto all’anno precedente, a sua volta record fino ad allora ineguagliato dall’epoca della Seconda guerra mondiale. Per capire in breve come stanno andando le cose è sufficiente un dato: negli ultimi 20 anni il numero dei profughi al mondo è raddoppiato. Erano 33,9 milioni nel 1997, ovvero una persona ogni 160, mentre oggi, considerando anche l’aumento demografico avvenuto, siamo a 65,6 milioni, ovvero una persona su 113, con un picco dovuto al confitto siriano iniziato nel 2012 (+65% negli ultimi 5 anni).  

Nel dettaglio, secondo l’Agenzia al 31 dicembre 2016 i rifugiati veri e propri erano 22,5 milioni, i quali, è bene precisarlo sin d’ora per rassicurare chi teme invasioni di disperati in Europa, sono ospitati quasi per intero (84%, pari a 14.5 milioni di persone) nei Paesi in via di sviluppo. Ben 40,3 milioni sono profughi interni, mentre i richiedenti asilo sono in tutto 2,8 milioni. Il 53% sul totale dei rifugiati è composto da minorenni, mentre il 49% sono donne.  

Durante il periodo in esame (2016), 10,3 milioni di persone sono fuggite da conflitti o persecuzioni; di queste 6,9milini sono diventate profughi interni, mentre 3,4 milioni hanno lasciato i Paesi d’origine ottenendo lo status di rifugiato o di richiedenti asilo.

Dopo sei anni di guerra civile, la Siria continua a occupare la prima posizione per numero di rifugiati (5,5 milioni), 824.400 persone in più rispetto al 2015. Malgrado i siriani in fuga siano distribuiti in 123 Paesi nei sei continenti, l’87% di loro continua a rimanere nelle nazioni vicine. Al primo posto tra gli ospitanti figura la Turchia, Paese che per il terzo anno consecutivo assorbe il maggior numero di rifugiati in assoluto (2,9 milioni dei quali 2,8 siriani), seguito dal Libano (un milione di siriani) dove una persona su sei è un rifugiato, quindi Giordania (648.800 di rifugiati siriani).

Segue l’Afghanistan, Paese dei record in negativo per quanto riguarda le emergenze umanitarie. Sono più di 30 anni, dagli anni Ottanta, che la Tomba degli Imperi continua a produrre profughi. Per 37 anni l’Afghanistan è finito nella top 20 dei Paesi più disagiati in tal senso, con più di 2 milioni di persone costrette a vivere come profughi da più di due decadi, gravando soprattutto in Pakistan e in Iran. L’unico segnale di cambiamento è dato dalla riduzione nel numero complessivo dei rifugiati afgani, passati da 2,7 milioni nel 2015 a 2,5 milioni nel 2016, riduzione dovuta in primis ai ritorni dal Pakistan e in minima parte dall’Europa.

Un’altra situazione di lungo corso è quella irachena, che al pari dell’Afghanistan, da 37 anni figura tra i primi venti produttori di profughi al mondo. Il picco dell’Iraq resta il decennio iniziato alla fine degli anni Ottanta, ma ripreso nel 2003 all’indomani dell’invasione decisa dal binomio Bush-Blair, innescando uno dei conflitti più gravi della storia recente. Emergenza riacuita a partire dello scorso ottobre, quando ha avuto avvio la cosiddetta Battaglia di Mosul, volta a liberare la seconda città irachena dalla presenza dei miliziani dell’Isis.

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Il caso più grave riguarda però il Sud Sudan, dove il fallimento dei colloqui di pace ha concesso come uniche chance la fuga o la guerra, pertanto il numero dei rifugiati provenienti da Julba è cresciuto del 64% nell’ultimo semestre dello scorso anno, salendo a 1,4 milioni, con l’aggravante di avere la maggiore concentrazione di minorenni e donne incinta in assoluto.

A conti fatti, risulta che il 55% dei rifugiati del pianeta giunge da soli tre Paesi: Siria, Afghanistan e Sud Sudan. Numeri che secondo l’Alto commissario Onu Filippo Grandi non sono «in nessun mondo accettabili», in quanto «gridano come non mai la necessità di solidarietà e di una comune determinazione a prevenire e risolvere le crisi».

Appello quello di Grandi che non sembra affatto trovare conferme nell’andamento delle politiche globali in materia di migranti. L’attualità insegna come l’Europa stia attraversando uno dei periodi più difficili della storia recente, condizione creata anche dall’incapacità di trovare una linea comune in merito a quella che dopo anni ci si ostina ancora a definire “crisi dei migranti”. Sospensione di Schengen, confini chiusi, insuccesso della redistribuzione tra i 28 Paesi membri, rafforzamento dei populismi da cui una forte ripresa del sentimento anti-migranti e xenofobi. Lo scenario è chiaramente desolante.

In Italia in Europa capita ancora, con frequenza disarmante, di ascoltare cittadini mediamente informati, con diritto di voto, detentori di un lavoro e di una famiglia, spesso laureati, convinti di essere minacciati da un’invasione epocale da parte dei «profughi». Questo accade malgrado il Paese europeo ad ospitare il maggior numero di migranti sia la Germania (669,500, più del doppio rispetto l’anno precedente), situata in ottava posizione nella classifica mondiale guidata ancora dalla Turchia. C’è poi il Pakistan, che assieme all’Iran assorbe gran parte dell’emergenza afgana seguita al conflitto iniziato nel 2001 (1,4 milioni e 979.400 persone rispettivamente; secondo e quarto Paese in assoluto). In terza posizione c’è il Libano, con 1,1 milioni di persone.

Dovendo valutare i termini di una presunta “invasione”, l’elemento determinante è senza dubbio l’incidenza del numero di persone ospitate sul totale della popolazione. Ciascun Paese europeo è ben lontano dalla situazione del Libano, con 169 rifugiati ogni mille abitanti, seguito da Giordania (1 rifugiato ogni 11 abitanti) e Turchia (1 su 28). Vanno comunque segnalate due milioni di nuove richiesto di asilo: 722.400 in Germania – il primo destinatario dei richiedenti –, seguito dagli Stati Uniti (262mila) dall’Italia (123mila) e dalla Turchia (78.600).

Lo sbilanciamento tra i Paesi sviluppati e non aumenta ulteriormente se si osservano i numeri dei rifugiati ospitati in relazione al PIL. Gran parte delle nazioni che secondo lo United Nations Development Programme (2015) sono le meno sviluppate, subiscono i maggiori volumi di rifugiati. Mancanza di sviluppo implica puntualmente un livello di povertà elevato, da cui inevitabili difficoltà a garantire condizioni di accoglienza adeguate a chi fugge da guerre e persecuzioni. Secondo Unhcr, l’84% dell’universo di rifugiati al mondo resta concentrato proprio in queste nazioni meno sviluppate, mentre il 28% sul totale nei Paesi più poveri al mondo (Camerun, Chad, RDC, Etiopia,, Kenya, Sudan e Uganda). Cittadini europei potete dormire tranquilli, l’Europa è salva e lo spettro dell’invasione sembra sventato, almeno per ora.