Rilanciamo oggi il pezzo scritto da Emanuele per Esodi, su EastWest. L’analisi parte dalle devastanti alluvioni che nelle scorse settimane hanno colpito lo Sri Lanka, per arrivare ad uno dei temi più importanti del momento: il riscaldamento globale e i migranti ambientali.   

Continua l’emergenza in Sri Lanka a seguito delle devastanti alluvioni e valanghe di fango seguite alle piogge monsoniche che da venerdì stanno affliggendo diverse zone del Paese. Secondo i dati presentati martedì dal Disaster Management Centre di Colombo (Dmc), al momento è stata accertata la morte di 188 persone, cui si aggiungono 99 dispersi, quindi il computo sembra destinato a peggiorare.

Le zone più colpite sono i distretti di Ratnapura, Galle, Matara e Kalutara, situati nello Sri Lanka meridionale e centrale, dove la maggior parte delle vittime è stata provocata dalle valanghe di fango. Sono in tutto 15 i distretti interessati dall’emergenza, per un totale di 575.816 persone colpite. Oltre alle vittime, vanno considerati i danni ingenti alle abitazioni e alle infrastrutture: 768 abitazioni sono state distrutte, cui si sommano 5.869 case danneggiate. Con queste premesse, più di 80mila persone sono state sfollate in 361 campi governativi.

Alluvioni in Sindh, Pakistan. Foto di Emanuele Confortin (Archivio)
Alluvioni in Sindh, Pakistan. Foto di Emanuele Confortin (Archivio)

Più della metà degli sfollati sono del Ratnapura, dove l’allerta meteo non è ancora rientrata. La stessa area era stata interessata da smottamenti seguiti a piogge intense anche lo scorso anno, quando si era verificata un’altra emergenza interna, con migliaia di sfollati. Secondo quanto riporta l’International Organization for Migration (IOM, Organizzazione internazionale per le migrazioni, attiva da anni – anche – in Sri Lanka), le alluvioni in corso al momento sono le più gravi dal 2003, quando 10mila abitazioni furono distrutte e 250 persone uccise a seguito di un Monsone ritenuto “anomalo” per intensità.   

Le operazioni di soccorso gestite dall’esercito risultano difficili a causa dell’imperversare del maltempo, pertanto diversi villaggi nelle aree più remote restano isolati e prive di aiuti, inclusi acqua, medicinali e altri beni di primo soccorso. In previsione della riduzione delle piogge, il ministero della Salute ha predisposto nel Paese diverse unità mediche per attivare misure volte a prevenire epidemie di dengue, frequenti dopo le alluvioni a causa delle condizioni igieniche particolarmente difficili.      

L’emergenza in corso in Sri Lanka è un esempio di come precipitazioni anomale – così sono considerate quelle in corso in questa zona d’Asia – siano all’origine di importanti mobilitazioni di persone, e in diversi casi di migrazioni interne o fuori dai confini nazionali. Piogge anomale come esempio da mettere in relazione alla ben più complessa e discussa tematica dei cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale, trattata di recente anche dall’ex presidente americano Barack Obama alla conferenza internazionale Seed&Chips del Global food innovation summit di Milano. Eloquente il monito di Obama, che ha ribadito la possibilità di dover gestire una crisi migratoria «senza precedenti nella storia dell’umanità», aggiungendo poi le crescenti difficoltà provocate dall’aumento delle temperature alle attività agricole, in particolare nel Sud del Mondo, da cui l’aumento dei prezzi del cibo e dell’instabilità politica.

Il caso dello Sri Lanka è il punto di partenza in quanto oggi purtroppo di attualità, tuttavia il problema riguarda – da tempo – gran parte dell’Asia, dove lunghi periodi di siccità si alternano a tempeste devastanti, cui si aggiungono altri elementi che delineano uno scenario oltremodo complesso. A inizio 2017 l’IOM ha presentato una ricerca volta a definire i legami tra cambiamenti climatici e migrazioni. “ Assessing the Climate Change, Environmental Degradation and Migration Nexus in South Asia“ è il titolo del documento in cui vengono presi in esame i casi del Nepal, del Bangladesh e delle Maldive. Paesi resi vulnerabili dalla fragilità delle economie locali, dipendenti al pari della popolazione alle risorse del territorio.

Dallo studio dell’IOM emerge come i cambiamenti climatici abbiano avuto un ruolo cruciale in Asia Meridionale, favorendo in modo tangibile la mobilità della popolazione. Per rendere l’idea, secondo l’Internal Displacement Monitoring Cenre (IDMC) nel 2016, 24,2 milioni di persone sono state sfollate per cause ambientali in 118 Paesi del mondo, anche se in larghissima maggioranza concentrate in Asia (68% – 16,4 miliioni in Asia orientale e Pacifico; 14,8% – 3,6 milioni in Asia Meridionale). Si tratta del triplo rispetto ai profughi di guerra, e l’86% (su 24,2 ml) è dovuto ad eventi meteorologici disastrosi. Nello studio tuttavia non rientra chi è costretto a lasciare la propria casa per effetto del lento degrado ambientale. In tal caso i numeri sarebbero nettamente peggiori, basti pensare alle decine di migliaia di migranti bengalesi partiti a causa della salinizzazione dell’acqua, o dall’innalzamento progressivo del livello del mare, solo per citare alcuni casi. Nella nostra considerazione, va aggiunta una costante determinante, ovvero che i Paesi maggiormente colpiti dai fenomeni climatici anomali figurano puntualmente tra le nazioni più povere e sottosviluppate, condizione che ostacola la capacità di fornire assistenza agli sfollati e una qualsiasi prospettiva (leggasi ritorno alla normalità) a medio termine.  

Campi profughi sorti dopo le alluvioni del Sindh, in Pakistan. Foto Emanuele Confortin (Archivio)
Campi profughi sorti dopo le alluvioni del Sindh, in Pakistan. Foto Emanuele Confortin (Archivio)

La problematica delle migrazioni legate ai cambiamenti climatici è di estrema attualità anche in Europa. Concetto noto, e ribadito di recente dallo scrittore indiano Amitav Ghosh, che durante la presentazione del suo ultimo libro “La grande cecità” (Neri Pozza) a Ca’ Foscari di Venezia, ha sottolineato come ad oggi i migranti climatici (asiatici) in Europa provengano prevalentemente dal Bangladesh e dal Pakistan. «C’è da chiedersi cosa accadrà quando avrà inizio l’esodo dall’India», ha sottolineato Ghosh. Basta dare uno sguardo ai numeri per intuire di cosa stiamo parlando: dei 7,9 milioni di profughi climatici che nel 2015 hanno interessato l’Asia, il 67% (2,4 milioni) erano indiani colpiti dalle devastanti piogge monsoniche, in particolare in Bihar. Gran parte di questi sfollati sono stati gestiti internamente, ma con l’andare del tempo la capacità di arginare le emergenze umanitarie dovute a cause ambientali potrebbe incrinarsi, e questo non solo in Asia.