New Delhi, 26 Ottobre 2009. Pochi giorni fa accennavamo alla possibilità che il governo indiano stanziasse nuovi ITBPfondi per il riarmo, e venerdì scorso è giunta la conferma ufficiale, da parte del ministro dell’Interno Chidambaram. “Stiamo considerando la ristrutturazione della Indo Tibetan Border Police – ha spiegato il ministro, riferendo alle forze di sicurezza schierate lungo il confine con la Cina (fonte PTI) -. Il piano prevede il rafforzamento delle postazioni di frontiera”. Ebbene, in seguito ai crescenti attriti tra New Delhi e Pechino provocati dalla contesa di ampie aree a ridosso dei 3.500 km di confine, il governo indiano ha deciso di fare la voce grossa. Ciò significa posizioni più ferme e meno accondiscendenti verso la Cina, che ricordiamo rappresenta per l’India il principale partner commerciale, con un interscambio destinato a superare i 60 milioni di dollari nel 2010. Tuttavia, parlando di confini indo-cinesi il premier indiano Singh e i suoi non possono scordare quanto accadde nel 1962, nel corso della guerra lampo tra le due superpotenze (complice anche la fuga del Dalai Lama in India), che vide l’esercito popolare di liberazione surclassare letteralmente i rivali indiani, palesemente impreparati e male equipaggiati. Ecco che 47 anni più tardi, l’India non si sente più un’ex colonia britannica, con un piede nel Terzo Mondo e geopoliticamente insignificante. I cambiamenti radicali avvenuti negli ultimi 20 anni in India hanno stravolto le cose, infondendo un forte senso di identità nazionale, rafforzato dalla consapevolezza che la democrazia più popolosa al mondo ha dei numeri anche in campo economico e peso nello scacchiere della politica internazionale.

Questo basta a giustificare la rinnovata posizione di confronto ‘alla pari’ con la Cina, anche con le armi se necessario, come dimostrano gli stanziamenti riservati all’acquisto di nuovi armamenti adatti ai combattimenti in zone montuose (il confine indo-cinese è posto in gran parte a ridosso dell’Himalaya), strumenti di ultima generazione per il monitoraggio del territorio, poi mezzi speciali che dovrebbero consentire alla ITBP di muoversi rapidamente lungo la Line of Actual Control (LaC), cercando così di prevenire i numerosi sconfinamenti delle truppe cinesi registrati negli utlimi anni. Per distogliere l’attenzione dalla crisi diplomatica in atto con la Cina, Chindambaram ha cercato di giustificare le nuove spese militari allargando il problema. “La nazione sta andando verso una difficile fase”, ha affermato, riferendo alle crescenti incursioni di terroristi (vere o presunte) soprattutto lungo i confini con il Pakistan in Jammu e Kashmir, così come alle rivolte nel Nordest e non da ultimi i Maoisti. “Siamo convinti di avere la forza e la capacità di fronteggiare queste sfide”.

Sul versante opposto, la Cina continua nella sua linea di delegittimazione dell’autorità indiana in Jammu e Kashmir, favorendo implicitamente il Pakistan, con il quale Pechino sta siglando importanti accordi di collaborazione. La recente decisione presa dal governo cinese di rilasciare visti ‘speciali’ per gli abitanti del Jammu & Kashmir, in quanto provenienti da aree contese, ha destato il forte disappunto di New Delhi, che ha chiesto spiegazioni ufficiali. Ad aggravare la situazione, il fatto che alcuni giornalisti in visita in Tibet siano stati ‘informati’ (si fa per dire) dagli ufficiali cinesi sul fatto che il Kashmir è una “nazione separata dall’India”. Posizione condivisa anche da Myanmar e Nepal (nazioni che negli ultimi anni hanno rafforzato molto i rapporti con Pechino), dove sarebbero a disposizione mappe e carte geografiche che rappresentano l’India senza il Kashmir. Contro l’India, c’è stata poi la recente dichiarazione del premier Hu Jintao, di procedere con la costruzione di una super diga sul fiume Indo in collaborazione con il Pakistan, in pieno Azad Kashmir (la parte di Kashmir controllata da Islamabad). Ma non basta, ora la Cina sta facendo pressioni verso Kathmandu affinchè vengano intensificati i controlli lungo il confine indo-nepalese, per frenare il continuo afflusso di esuli tibetani in Nepal, dove spesso organizzano importanti dimostrazioni contro l’occupazione cinese in Tibet. A sostegno delle richieste di Pechino, il governo nepalese ha di recente promesso l’intesificazione dei controlli nel Mustang, la remota valle himalayana situata nell’estremo nord, dove da anni sono attivi i guerriglieri tibetani Khampa, che si oppongono alla presenza cinese in Tibet.

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