Articolo pubblicato dal bimestrale EAST (Europe and Asia Strategies) diretto da Vittorio Borelli.

“India goes green” è uno degli slogan con cui viene presentata la corsa alle risorse alternative avviata dal Governo di New Delhi, tramite il Ministry of New and Renewable Energy (MNRE). Il progetto è tanto semplice quanto ambizioso: sopperire al crescente gap energetico patito dalla seconda economia asiatica, puntando sullo sfruttamento di fonti inesauribili, quindi disponibili nell’ambiente in misura illimitata. L’impulso all’esperienza verde di New Delhi non deriva da un’improvvisa svolta etica nelle strategie di approvvigionamento delle risorse, ma dalla grave emergenza energetica patita da un Paese il cui avvenire dipende dalla capacità di sostenere la crescita della propria economia. Senza scomodare le cifre del PIL, per intuire la portata dei cambiamenti in atto, basta notare come nel 2003 esistessero appena 54,6 milioni di telefonini in India, mentre alle soglie del 2010 ce ne fossero quasi 600 milioni, regolarmente attivati. Questi numeri rispecchiano, almeno in parte, i ritmi dell’occupazione seguita al boom economico, la quale è anche all’origine dell’urbanizzazione incessante da cui la nascita di una classe media sempre più esigente, anche nei consumi. Non è un caso se nelle città il fabbisogno energetico procapite è passato dai 450 kWh annui di inizio millennio, ai 1000 kWh previsti dal Governo per il 2012, con un iter di crescita più che proporzionale, che secondo uno studio condotto dal McKinsey Global Institute, nel 2025 riguarderà 600 milioni di individui. Consumi crescenti nelle città dunque, ma a trasformare l’India in una nazione ‘energivora’ sono in primis le fiorenti industrie disseminate dal Nord al Sud, i cui assorbimenti crescono del 9% annuo da 15 anni, determinando un deficit energetico (richiesta di energia superiore all’effettiva disponibilità) vicino al 10%, con picchi massimi del 15%.

Energia per continuare a crescere

In soli 25 anni, le strategie di approvvigionamento energetico di New Delhi hanno reso possibile uno sviluppo sostanziale, affidato alle risorse fossili come petrolio, gas e carbone, portando i 190 miliardi di kWh prodotti nel 1986 agli 800 miliardi di kWh di inizio 2011. Tanto è bastato all’India per diventare la quinta nazione con maggiore capacità produttiva di energia, e nel giro di un ventennio è atteso un ulteriore avvicinamento a Cina e Stati Uniti, superando Giappone e Russia. La strada però è ancora lunga. Lo conferma in una breve intervista Narasimhan Santhanam, direttore e cofondatore di Energy Alternatives India (EAI), società di Chennai specializzata in consulenza e sviluppo nel campo delle risorse rinnovabili: «Osservando il fabbisogno, la produzione annua di energia arriverà nel 2017 a 1.495 miliardi di kWh». Santhanam sottolinea anche il peso dei 60.000 villaggi indiani in cui più di 18 milioni di famiglie non dispongono ancora di elettricità: «assenza di energia significa impossibilità di sviluppo, per cui il Governo punta a rifornire anche queste aree, dove a nostro parere troveranno spazio i sistemi off-grid (non connessi a rete ndr)». Allo stato attuale, le fonti inesauribili non possono sostituire le risorse tradizionali, ma rappresentano un sostegno ritenuto cruciale dal referente del MNRE, il ministro Farooq Abdullah: «la sfida che una nazione come la nostra deve porsi, è soddisfare il nostro fabbisogno energetico minimizzando l’impatto sull’ambiente. Che si riesca o meno a sostituire le risorse fossili, siamo intenzionati a sviluppare le energie rinnovabili al massimo potenziale». Per riuscire in quello che il Governo Indiano vuole sia uno sviluppo estremamente rapido, soprattutto nel campo del solare, l’India ha assoluto bisogno di finanziamenti e tecnologie esteri, e per attirarli ha introdotto un apposito sistema di incentivazione e agevolazione fiscale, tale da rendere le rinnovabili un business irrinunciabile.  

Il sole è il futuro

Nei piani del ministro Abdullah e del suo MNRE, sarà l’energia solare a trainare la corsa indiana alle risorse inesauribili. Scelta sicuramente dettata dagli alti livelli di irradiazione su superficie piana registrati in India, compresi tra i 520 e i 630 W/mq (fonte MNRE). In breve, con un terreno di 3.600 chilometri quadrati coperto da moduli fotovoltaici, si potrebbero produrre circa 100 GW di energia, abbastanza da togliere parecchi pensieri al governo del premier Manmohan Singh. Il progetto introdotto da New Delhi per il solare, è stato battezzato nel 2009 Jawaharlal Nehru National Solar Mission (JNNSM), e punta a diffondere tutte le tecnologie atte a sfruttare l’irradiazione del sole, in modo progressivo, entro il termine del XIII Piano Quinquennale (2018-2022). L’evoluzione di quello che, sin da subito, è parso un programma molto ambizioso, prevede la costruzione di 1 GW di impianti fotovoltaici connessi a rete entro il 2013, altri 3 GW entro il 2017 e il raggiungimento di 20 GW nel 2022. Ci sono poi i sistemi fotovoltaici off-grid, con 1 GW previsto per il 2017, e altri 2 GW operativi nel 2022, cui si aggiungono 20 milioni di metri quadrati di terreno ricoperti da collettori termici solari, e 20 milioni di unità di illuminazione indipendenti, alimentate da moduli in silicio e accumulatori di corrente. A rendere possibile la JNNSM sono gli incentivi determinati di anno in anno dalla Central Regulatory Electricity Commission (CERC), cui spetta stabilire il prezzo dell’energia prodotta dagli impianti a regime, la quale sarà obbligatoriamente acquistata dal gestore indiano della rete elettrica. Considerando i progressi in atto in Occidente nel campo dell’energia solare, l’India prevede di poter usufruire di tecnologie sempre più performanti ed economiche, e di raggiungere la ‘grid parity’ nel 2022, al termine della JNNSM. Sarà a questo punto, quando l’elettricità prodotta dal sole avrà costo pari o inferiore a quella ottenibile con le risorse esauribili, che secondo il MNRE inizierà uno sviluppo su larga scala, e il fotovoltaico forse costituirà un’alternativa concreta a petrolio, gas, carbone e non da ultimo nucleare. La necessità di ottenere dei risultati immediati, ha spinto New Delhi a non poche concessioni con cui attirare gli operatori stranieri, subito pronti ad approcciare quella che secondo il Renewable Energy Attractiveness Index di Ernst & Young, è tra le cinque migliori destinazioni al mondo in cui investire nel solare. In questo modo, aziende di progettazione, grandi installatori, EPC contractor, speculatori e banche provenienti dall’estero, Germania e Stati Uniti tra tutti, stanno progressivamente approdando sulle coste del Mare Arabico alla ricerca di una chance.

Acqua e vento gregari strategici

Se spetta al sole fungere da traino per lo sviluppo delle rinnovabili in India, è prevista una forte ripresa anche degli investimenti nell’idroelettrico e nell’eolico, benché soggetti ad una minore incentivazione pubblica. Da almeno un ventennio, la città di Chennai, capitale del Tamil Nadu, funge da polo industriale per la costruzione di turbine e pale per lo sfruttamento del vento, esportate in tutto il mondo e utilizzate nei parchi eolici indiani, che nel 2010 hanno originato un giro d’affari di 551 milioni di euro, riconfermando l’India quale terzo maggiore investitore nel settore. New Delhi punta anche a realizzare 500 MW all’anno di Small Hydro Power, piccole centrali idroelettriche con potenza inferiore ai 25 MW, ritenute la soluzione più adatta per rifornire di energia le aree rurali. Entro la fine del XI Piano Quinquennale (2007-2012), 1.400 MW di nuovi SHP andranno a sommarsi ai 15.000 MW già funzionanti e connessi a rete. La diffusione di queste centrali idroelettriche private è dovuta anche al loro limitato impatto sull’ambiente e sugli equilibri delle popolazioni locali, nettamente inferiore a quello causato dalle opere mastodontiche avviate dal Governo, già costate la deportazione forzata di decine di milioni di cittadini.

Biomasse e ‘waste to energy’, elettricità dai rifiuti

A chiudere il ventaglio delle risorse ‘alternative’ da cui trarre energia, sono gli scarti della produzione agricola e i rifiuti urbani, liquidi e solidi. Se nelle grandi metropoli soffia il vento della finanza, nel ventre dell’India l’agricoltura rappresenta ancora l’economia più importante, in grado di originare annualmente 150 milioni di tonnellate di scarti, soprattutto cereali e canna da zucchero. New Delhi vuole utilizzare anche questi residui, il cui potenziale sfiora i 16.000 MW di energia, favorendo la costruzione di apposite centrali termiche, da affiancare a quelle idroelettriche per servire i villaggi nelle aree depresse. Discorso a parte merita il ‘waste to energy’, visto come una sfida di primaria importanza con cui puntare al doppio obbiettivo di generare energia e ripulire le città, almeno in parte, dai rifiuti. Stando alle stime governative, le metropoli indiane producono ogni anno circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti solidi, e 6.000 milioni di metri cubi di scarti liquidi. Si tratta di montagne di spazzatura destinate a marcire sulle strade a causa dell’inesistenza di servizi di raccolta e, non da ultimo, della totale noncuranza della popolazione, ormai assuefatta agli odori e allo squallore regnanti ad ogni dove. Una corretta gestione di questi rifiuti e la creazione di centrali ‘waste to energy’, basterebbero a produrre 2.600 MW di energia all’anno, più altri 1.300 MW dai residui industriali. Al momento, in India sono in funzione 48 impianti da cui si ottengono 70 MW, sfruttando appena l’1,8% del potenziale esistente, anche se il MNRE ha promesso uno sviluppo rapido e consistente entro la fine del decennio.      

Il peso dell’uranio

Per quanto la prospettiva di raggiungere l’autonomia energetica attraverso le fonti sostenibili possa affascinare, il Governo Indiano non ha di certo messo da parte le ‘vecchie’ politiche. Allo stato attuale le rinnovabili coprono il 10% della produzione interna di energia, mentre il 70% deriva dal carbone, e in misura minore ci sono gas e petrolio. In ogni caso, il prezzo crescente delle risorse fossili, dettato da logiche speculative e dalla consapevolezza del loro futuro esaurimento, ha forzato New Delhi a puntare sul nucleare civile, che stando alle aspettative dovrebbe sopperire al 25% del fabbisogno nazionale entro il 2050. Sebbene l’esperienza nucleare indiana con finalità militari risalga agli anni Sessanta e Settanta, il rilancio del settore civile è relativamente recente (in India ci sono già 20 reattori attivi), e segue gli accordi siglati nel 2008 a New Delhi tra Manmohan Singh e Jeorge W. Bush. Fu la fine dell’embargo sul nucleare civile per l’India, che si rivolse immediatamente a Russia, Kazakistan e Francia pianificando l’installazione di nuove centrali in tutto il Paese, per una potenza di 63 GW entro il 2032. Un business complessivo da 125 miliardi di euro, cui l’India (e i partner stranieri) non vuole assolutamente rinunciare, a costo di prendersi dei rischi, come sta avvenendo nei pressi di Madban, lungo la costa del Maharashtra (stato amministrato da Mumbai). In questa esile fascia costiera tradizionalmente abitata da comunità di pescatori, una cordata indo-francese guidata da Areva S.A. e Nuclear Power Corporation of India, svilupperà il più grande impianto nucleare mai progettato nella storia, con 6 reattori in grado di produrre 9,9 GW, ad un costo di 9 miliardi di euro. Poco importa se il territorio è soggetto a forte rischio tsunami, come testimoniato dai 95 terremoti registrati tra il 1995 e il 2005, alcuni dei quali hanno provocato estese fessurazioni al suolo, tuttora visibili. Il timore della popolazione e le proteste seguite alla tragedia di Fukushima sono riusciti solo a rallentare il piano Madban, e il progetto della Areva sembra destinato a proseguire. L’eventuale marcia indietro del Governo è ormai esclusa, soprattutto dopo il recente ritrovamento del più grande giacimento di uranio al mondo a Tumalapalli, in Andhra Paradesh. Secondo le informazioni rese note a luglio dal Ministro dell’energia Srikumar Banerjee, si stima che nella miniera ci siano 150 mila tonnellate di uranio (di qualità medio bassa), sufficienti a produrre 8 GW di energia all’anno per 40 anni. L’Eldorado di Tumalapalli ha risolto il problema cruciale degli approvvigionamenti di uranio, patito dall’India a seguito del proprio rifiuto a sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare, costato un embargo (ora annullato) e il rifiuto di vendere il prezioso minerale da parte di fornitori chiave, come l’Australia.