Phnon Penh, 18 febbraio 2009. 30 anni dopo la caduta del folle regime dei Khmer Rossi, si è aperto in questi giorni il primo processo per i crimini contro l’umanità commessi dagli uomini di Pol Pot tra il ’75 e il ’79. A finire davanti alla corte istituita a Phnon Penh è stato il quasi 67enne Kaing Guek Eav, meglio noto come “compagno Duch”,  accusato di aver ordinato la tortura e l’uccisione di almeno 15000 prigionieri cambogiani  quando  dirigeva la famigerata Prigione di Sicurezza 21 “S-21”. Sotto di lui si salvarono una ventina di persone, vuoi per errori ‘di gestione’ vuoi per particolari abilità professionali.    

Come si legge dal Times, nel corso della prima seduta, l’imputato è apparso rilassato e attento alle affermazioni dei suoi legali rappresentanti, appuntate con minuzia su un foglio di carta steso su un tavolino, dietro ad una spessa lastra protettiva antiproiettile. Appuntava parole e osservazioni, con la stessa attenzione che lo rese celebre negli anni in cui dirigeva il centro di prigionia, quando era solito rilevare con perizia maniacale tutti i dettagli della vita e della morte dei suoi prigionieri. Il processo all’ex insegnante di matematica divenuto ispiratore del regime, dovrebbe durare almeno 3 mesi, tuttavia prima di assistere ad un intervento in aula del “compagno Duch” bisognerà attendere almeno fino a marzo inoltrato.

Nel corso delle prossime settimane saranno presi in esame i crimini commessi all’interno dell’S-21, ai danni di prigionieri politici e nemici della rivoluizone, donne e bambini inclusi, sistematicamente brutalizzati, torturati e uccisi con barbarie inaudita. A ricordare la tragedia della rivoluzione dei Khmer Rossi sono oggi migliaia di foto segnaletiche affisse nei corridoi della prigione, trasformata in un museo della memoria, dove sono state conservate le stanze in cui tre giorni dopo il loro arrivo, i detenuti venivano interrogati e costretti con metodi spaventosi a confessare qualsiasi crimine venisse loro chiesto. Una volta estorta qualsivoglia dichiarazione di colpevolezza, i nemici delle rivoluzione venivano portati fuori città con un camion, messi in ginocchio sul bordo di una fossa comune e giustiziati con un colpo di spranga alla nuca.

L’eccidio dei Khmer Rossi provocò almeno 1 milione e 700 mila vittime, divenendo una delle più gravi tragedie della storia moderna. Dramma che i cambogiani stanno cercando di relegare alla storia, come dimostrato dall’apparente indifferenza popolare che ha segnato l’apertura del procedimento penale. Secondo quanto riportato dal Times, poco più di una dozzina di persone si sarebbero sintonizzate sul canale in cui era trasmessa la diretta dall’aula, dove sono state mandate in onda anche immagini riguardanti due donne prese nella vendita di biglietti del museo Tuol Sleng all’ingresso del tribunale, pur senza conoscere i capi d’accusa di Kaing Guek Eav. Tuttavia l’apparente noncuranza del popolo cambogiano, nasconde in realtà un profondo sentimento di odio verso i responsabili dei crimini di 30 anni fa. Lo si capisce chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate da Klang Sokhan al reporter del Times: “la corte è difficile da capire, complicata. Ciò che la gente realmente vuole è la loro morte (riferendosi ai cinque leader dei Khmer Rossi attualmente in prigione)”. Gli altri quattro ex Khmer Rossi – il “fratello numero due” e ideologo del regime Nuon Chea, l’ex ministro degli esteri Ieng Sary, l’ex capo di stato Khieu Sampan con la moglie Ieng Thirith – non andranno alla sbarra prima del prossimo anno. A spaventare i cittadini cambogiani che pretendono giustizia, è l’inestricabile processo legale che è stato messo in piedi dopo 10 anni di compromessi, solo dopo la sottoscrizione di un accordo traballante tra governo Cambogiano e Nazioni Unite, per la creazione di una corte ibrida, formata da giudici internazionali e locali.

Comunque sia, fino ad ora il “compagno Duch” è l’unico che ha ammesso parte delle proprie colpe, pentendosi e chiedendo perdono in lacrime per i crimini commessi durante un sopralluogo nell’ex carcere S-21. Ciò non lo esime dalle proprie disponibilità, ci mancherebbe. Se non altro, la notizia del suo pentimento renderà meno amaro l’epilogo del processo, che non potrà spingersi oltre una condanna all’ergastolo, in quanto il tribunale e i suoi poteri sono da tempo oggetto di critiche da parte delle associazioni internazionali per la tutela dei diritti umani.

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