Srinagar, 23 Febbraio 2009. Le fronde del vecchio pipal in giardino ondeggiano mestamente comandate dal vento. Al modo di un gregge stanco dopo ore di marcia incessante, seguono malgrado tutto gli ordini del loro invisibile pastore, frusciando nelle ore tiepide del primo pomeriggio. In questo moto, rami e foglie scompongono la luce del sole generando una miriade di frammenti, proiettati in soluzioni sempre nuove sui tappeti e il letto, oltre l’ampia finestra bianca che rischiara la stanza. Le pareti spoglie sono tappezzate con carta da parati color giallo pallido, la cui apparenza ruvida rende poco merito alla reale consistenza, impalpabile come la seta. Io siedo a terra, le gambe incrociate sopra l’ampio cuscino riservato agli ospiti, e la schiena addossata al muro. Di fronte a me, semi-sdraiato sul materasso c’è Khurram Parvez, barbuto trentaduenne che mi invita a bere del te kashmiro, aromatizzato con zenzero, cardamomo e zafferano. Il brusio incessante dell’aria di Srinagar, tormentata capitale estiva del Kashmir indiano, viene interrotta dagli altoparlanti della vicina moschea, dove i Muezzin esortano i fedeli a riunirsi una volta ancora in preghiera, seguendo un rituale antico come questa terra intrisa di storia, leggende e guerra. Khurram è il coordinatore della Jammu e Kashmir Coalition of Civil Society, ong che denuncia le atrocità commesse dalle forze di sicurezza indiane, sostenendo anche il diritto all’autodeterminazione dei cittadini di qui. Si schiarisce la voce, poi, con lo sguardo accigliato che testimonia la sofferenza della sua gente, ripercorre a lunghe falcate gli ultimi vent’anni di accadimenti. Da tanto prosegue la feroce guerra tra i combattenti per la libertà kashmiri, contro le truppe dell’esercito indiano, considerate alla stregua di “forze di occupazione”. Quando era bambino, ricorda Khurram, le house boat di epoca coloniale, disseminate sulle acque verdi del lago Dal, ospitavano migliaia di turisti indiani e stranieri. Il Boulevard che costeggia la sponda, conducendo alla città vecchia, era un punto di incontro molto frequentato, da dove ammirare l’interminabile susseguirsi delle vette himalayane, protese oltre i vicini confini con Pakistan e Cina. Khurram amava incamminarsi lungo la riva, puntando al cuore del centro abitato, dove torreggiano i minareti delle sette moschee cittadine. La più antica e imponente è la Jama Masjid, caratterizzata da una pregevole struttura lignea e sorretta da quattrocento solide colonne, tutte ricavate da alberi di pino portati da Nordovest, salvo uno, proveniente dal Paradiso, ma nessuno sa quale sia. Oggi la percezione di una città serena è conservata nei ricordi, rimpiazzata dal cinico conteggio dei morti, decine di migliaia,  poi 8000 desaparecidos, 300 mila torturati, 7000 casi di stupro, e attentati che non sembrano avere fine. Kurram si congeda con un sorriso, invitandomi a tornare presto, per ascoltare e testimoniare altre storie ignorate. Si scusa per non accompagnarmi lungo il mio cammino. Nel 2004 ha perso la gamba destra in un attentato dinamitardo. Da quel giorno, la sua Srinagar ha cambiato volto, cancellando per sempre le impronte di un’altra giovinezza.