New Delhi, 17 Settembre 2009. Cresce l’ossessione del primo ministro indiano

Manmohan Singh
Manmohan Singh

Manmohan Singh per i guerriglieri Maoisti. E’ quanto emerge dal suo intervento di martedì, nel corso del summit sulla sicurezza interna voluto dal governo, al quale hanno preso parte i vertici della polizia indiana. Singh ha esordito denunciando la crescente diffusione del maoismo in India, ormai esteso a 20 dei 28 stati dell’Unione. All’origine del problema, come noto, l’organizzazione ramificata con cui i guerriglieri riescono a controllare ampie porzioni delle giungle e delle campagne indiane, arrivando fino alle periferie di importanti città, dove godono dell’appoggio di intellettuali e di altre personalità influenti. Sono questi ‘simpatizzanti’ di estrema sinistra, che potrebbero fungere da perno per attuare il trasferimento della loro lotta in ambito urbano, come denunciato negli ultimi mesi dalle forze di sicurezza indiane. Sebbene la strategia di azione dei Maoisti rimanga “sanguinaria”, ha aggiunto Singh, riescono comunque a conquistare la fiducia dei poveri tra i poveri, per i quali dicono di combattere, ottenendo così copertura, supporto organizzativo e nuove reclute nate e cresciute nella giungla, dove si concentrano gran parte delle azioni di guerriglia. Non è un caso quindi se dopo anni di scontri, le forze di sicurezza indiane non sono ancora riuscite a porre un freno al fenomeno, che continua ad estendersi e ad evolversi. Secondo il leader del Congress Party, sarebbe colpa della differenza di preparazione tra i soldati indiani e i guerriglieri, nettamente a favore di questi ultimi, spesso addestrati grazie al supporto degli uomini del LTTE, le Tigri Tamil. Stessa storia per gli armamenti a disposizioe da ambo le parti, con i militari in divisa dotati di fucili a ripetizione ormai obsoleti, insufficienti davanti alle armi automatiche, ai lanciarazzi e agli esplosivi di provenienza cinese usati dai ribelli del Communist Party of India Maoist (CPI-Maoist, l’ala politica dei Maoisti). “Devo ammettere fracamente – ha dichiarato Singh -, che non abbiamo riscosso il successo che volevamo nel fronteggiare la minaccia. E’ preoccupante il fatto che malgrado i nostri sforzi, nelle aree affette (dal maoismo ndr) continui ad aumentare il livello delle violenze “.

A gettare ulteriore ‘sale sull’ulcera’ (usando un’espressione cara agli indiani), il fatto che gran parte dei territori in cui si concentra l’azione dei guerriglieri, siano ricchi di giacimenti minerari, necessari al sostentamento dell’economia indiana. Sommando le continue azioni di sabotaggio dei ribelli, alla crescente sfiducia degli investitori, poco propensi a buttare fiumi di danaro nella fossa dei Maoisti, intere miniere e potenziali aree estrattive rimangono improduttive, al costo di miliardi di rupie.

In chiusura del proprio intervento, Manmohan Singh ha ribadito come quella dell’estrema sinistra rimanga “la più importante sfida per la sicurezza interna dell’India”, aggiungendo la necessità di affrontare il problema quale conseguenza dei forti squilibri insiti nella società indiana, e non solo come una questione di ordine pubblico. Cosa questo significhi non è dato saperlo! Qualcuno potrebbe aspettarsi una sorta di apertura, magari in vista di un dialogo ‘costruttivo’ volto a responsabilizzare maggiormente i leader del Communist Party of India Maoist, creando così i presupposti per la riduzione delle violenze. Tuttavia, oltre i sofismi del leader indiano, è in atto la sistematica militarizzazione delle aree rurali, a dimostrazione che come per il Kashmir e i territori di Nordest, New Delhi vede nell’intervento armato il primo strumento con cui risolvere le crisi. A conferma di quanto la prospettiva dell’apertura rimanga un miraggio, la recente decisione presa dal governo di bandire il CPI-Maoist dalla scena pubblica, inserendolo subito dopo nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. L’ovvia conseguenza è stata la decisa ripresa degli attacchi da parte dei ribelli, e la promessa di colpire obbiettivi più ‘pesanti’ per il futuro.

One Response to "Il premier indiano Manmohan Singh ammette il fallimento nella guerra ai Maoisti"

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