Islamabad, 21 maggio 2009. Continuano gli scontri tra forze di sicurezza pakistane e militanti Talebani nei distretti di education-swat1Swat e Lower Dir. Siamo nel Nordovest del paese, lungo l’indefinito confine che separa il Pakistan dal vicino Afghanistan, a soli 130 chilometri dalla capitale Islamabad. I giornali stranieri parlano di guerra civile, con il numero delle vittime in rapido aumento da due settimane a questa parte, quando l’offensiva dell’esercito è entrata nel vivo. A dare il via alle operazioni, era stata l’incursione di nutriti reparti ribelli a sud dello Swat, fino alla città di Buner, ad appena 100 chilometri dalla capitale e dall’ingente arsenale atomico di cui dispone il governo pakistano. L’attacco delle forze di sicurezza però, si è fatto deciso solo dopo la ‘sveglia’ giunta dagli Stati Uniti, da mesi impegnati al di là del confine afgano per limitare l’azione dei Talebani in Pakistan, dove trovano le condizioni per riorganizzarsi e dedicarsi al proselitismo. La presenza dei militanti islamici a Nordovest è aumentata al punto tale da originare una sorta di stato nello stato, regolato dalla sharia, la legge coranica, concessa da Islamabad ai tribuanali locali lo scorso febbraio. Stando alle recenti dichiarazioni del ministro dell’Interno pakistano Rehman Malik, più di 1000 guerriglieri sarebbero rimasti uccisi, anche se si tratta di cifre indicative, che non considerano l’incidenza delle vittime civili, falciate dai bombardamenti aerei e dai colpi di artiglieria nei loro villaggi, allo stesso modo dei Talebani. Così, mentre i militanti riparano più a nord per sottrarsi alle incursioni dei servizi di sicurezza, asserragliandosi nei pressi della città di Minora, lunghe carovane di profughi, pari ad almeno due terzi della popolazione locale, stanno scendendo dalla valle per fuggire dall’inferno dello Swat, cercando riparo e cibo più a sud, nel distretto di Mardan. Secondo le stime dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, il numero dei profughi registrati dal 2 maggio ad pakistani-in-fuga1oggi è di poco inferiore ad un milione e mezzo, cui se ne sommano altri 553 mila registrati dall’agosto del 2008, per un totale che supera i 2 milioni di persone. Reporter locali parlano di condizioni difficili per gli sfollati, costretti a fare i conti con il coprifuoco imposto dall’esercito – lo stesso che ha ordinato di evacuare l’area –, e con l’aumento sproporzionato delle tariffe dei mezzi di trasporto, allungano così i tempi della fuga. Per il fragile pese islamico si tratta del più grande esodo di persone dopo quello seguito alla partizione dall’India nell’agosto 1947, quando milioni di cittadini musulmani lasciarono il suolo indiano alla volta del neonato Pakistan.
Mentre il Nordovest piomba nel caos, gli Stati Uniti si interrogano sull’affidabilità del governo presieduto da Asif Zardari, considerato da Washington un alleato indispensabile, anche se ambiguo, nella lotta ad Al Qaeda. Il timore dei servizi di intelligence americani, rilanciato dalla stampa statunitense, riguarda in particolare la proliferazione nucleare in atto in Pakistan, molto probabilmente sfruttando i fiumi di dollari versati nel buco nero di Islamabad dal governo Usa per sostenere la lotta al terrorismo. L’evenienza che i Talebani o altri gruppi di estremisti Pakistan Valley of Fearpossano impossessarsi dell’atomica non è poi così remota, soprattutto in Pakistan, considerato la nazione in cui è più alto il numero di ‘terroristi’ per chilometro quadrato. Non è un caso dunque, se gli Stati Uniti hanno in Afghanistan un commando pronto ad intervenire per impossessarsi e disattivare le armi nucleari pakistane, nel caso in cui qualcuno tentasse di metterci le mani sopra. A vegliare sull’arsenale di Islamabad ci pensano l’Nsa (l’Agenzia per lo spionaggio elettronico) e la Cia, monitorando via satellite gli spostamenti interni delle testate e delle rampe mobili di lancio. Senza dubbio, la questione pakistana costituisce un nodo centrale per la politica estera di Obama, che il 4 giugno al Cairo annuncerà il suo piano di pace per il Medioriente. Non resta che attendere, un paio di settimane ancora e sapremo se Washington ha in mente una soluzione anche per il Pakistan.

Articolo uscito sulla Rivista ‘Il Mulino’

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