Colombo, 16 marzo 2009. La lunga e sanguinosa offensiva militare attuata dall’esercito singalese potrebbe mettere definitivamente fuori gioco le Tigri Tamil (Ltte), ma c’è il pericolo inneschi nuove ondate di attentai suicidi. Lo dimostra quanto accaduto la scorsa settimana ad Akurassa, città situta a 160 chilometri a sud della capitale Colombo, nel distretto di Matara, quindi molto lontano dai campi di battaglia del nord, dove un kamikaze imbottito di esplosivo si è fatto saltare in aria nel mezzo di una folla di musulmani, durante la festa di Mild-un-Nabi che ricorda la nascita del profeta maometto. Almeno 10 le vittime, cui si aggiungono 20 feriti gravi tra i quali anche il ministro delle telecomunicazioni giunto in visita da Colombo.

Stando a quanto testimoniato da alcune persone scampate all’esplosione, l’attentatore era a bordo di un motocicletta e si è fatto esplodere al momento del passaggio del corteo delle autorità.

Guardando oltre questo terribile episodio che ha insanguinato lo Sri Lanka, emerge la necessità di riflettere brevemente sull validità della strategia di Colombo. Se da un lato è vero che lo sterminio delle Tigri potrebbe chiudere una volta per tutte la pratica della resistenza armata autonomista, e porre fine alla più lunga guerra dell’Asia, in corso da 26 anni, dall’altro è plausibile credere che le discriminazioni ai danni dei tamil possano proseguire per anni. In Sri Lanka infatti, la polizia ferma sistematicamente e scheda le persone in base all’appartenenza etnica, in particolare i tamil, che rappresentano il 18 percento della popolazione su un totale di 20 milioni di abitanti. Pochi ad esempio gli impiegati statali tamil, spesso esclusi dalla vita pubblica, mentre le pratiche ufficiali e i documenti sono redatti esclusivamente in singalese, la lingua della maggioranza. Per un tamil che vogia stabilirsi nella capitale, è necessaria la registrazione presso gli uffici di polizia, e vengono sistematicamente schedati ai posti di blocco, limitando di fatto la libertà d’azione, soprattutto se raffrontata a quella dei singalesi. Che le Tigri scompaiano o meno, se Colombo continuerà a perpetrare questa condizione di discriminazione, tra singalesi e tamil la coesistenza pacifica sarà sempre un miraggio, rischiando di fomentare ulteriormente la diffidenza reciproca, così come l’odio. Il rischio è che la minoranza torni a rivendicare i propri diritti con la violenza, e nel caso dei tamil questo implica il ricorso alla tecnica dell’attentato suicida, come già visto troppe volte nel passato. L’episodio di Akurassa è quanto mai emblematico.

Mentre scriviamo, i combattenti del Ltte sono asserragliati in una stretta fascia di terra a nordest, sotto il tiro dell’artiglieria singaese, assieme a centinaia di migliaia di civili tamil. La vittoria dell’esercito dello Sri Lanka sembra ogni giorno più vicina, ma ciò non vale per il conflitto etnico. La sconfitta dell’Ltte non piace neanche ai tamil moderati, contrari alla guerriglia ai metodi delle Tigri, i quali sono convinti che Colombo non si sforzerà poi tanto per porre fine a decenni di discriminazioni ai loro danni, per questo vedono la fine del conflitto come la consacrazione di uno stato a maggioranza singalese.

Il conflitto dello Sri Lanka fonda le radici nel 1948, anno in cui ebbe fine il Raj Britannico. Sentendosi esclusi dall’élite anglofona, i singalesi cercarono di ottenere un riconoscimento ufficiale per la loro lingua. Nel 1956 fu introdotta la legge ‘sinhala only’, che provocò la divisione del sud a maggioranza singalese, dal nord abitato principalmente da tamil, in parti nativi, in parte ‘importati’ come manodopera per le piantagioni di té dalle truppe di Sua Maestà. All’inizio degli anni Settanta, i tamil invocarono la creazione di uno stato federale nel nord, e il conseguente rifiuto del governo di Colombo innescò la rivolta armata delle Tigri, mai come ora vicina alla fine.

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