Dopo l’uscita del saggio “Gli strangolatori di Kali” (Aurelia Edizioni), all’inizio del 2012, c’è stato modo di aprire un dibattito ed un confronto sui temi cari all’opera dove i protagonisti thug (forma originale “thag”) sono analizzati dal punto di vista  storico,  socio-antropologico, filosofico-religioso. Indika ha il piacere di riportare alcune riflessioni contenute all’interno della prefazione al libro, scritta dal professore Antonio Rigopoulos, Docente di Indologia e Lingua Sanscrita presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Dal libro “Gli strangolatori di Kali. Il culto thag tra immaginario e realtà storica”. Estratti dalla Prefazione di Antonio Rigopoulos

Copertina del libro

…Come s’evince dal ricco apparato bibliografico, questa monografia vede la luce dopo anni di intenso studio e vaglio delle fonti, tanto primarie (prevalentemente in lingua hindī e inglese, ma anche in sanscrito) quanto secondarie.

… In Italia, la cupa fama dei ‘thug‘ è indissolubilmente legata ai celebri romanzi di Emilio Salgàri (1862-1911), di cui si è celebra il centenario della morte. Soprattutto due opere dello scrittore veronese hanno contribuito a diffondere l’esotismo indiano e il suo immaginario anche verbale nella cultura media novecentesca:  I misteri della Jungla Nera, del 1895, e Le due Tigri, del 1904. È indubbio che proprio attraverso Salgàri, viaggiatore ‘a tavolino’ mai uscito dai confini della nostra penisola, generazioni d’italiani abbiano avuto il loro primo ‘incontro’ – e subìto la loro prima ‘fascinazione’! – con l’India. La caratterizzazione salgariana dei personaggi indiani – anche quella di fachiri e alti sacerdoti, di abd-hut (= avadhūta, una categoria d’asceti) e dondy (= daṇḍin, colui che porta il bastone, un asceta), di nagù (= nāgā, voce hindī, asceta nudo) e porom-hungse (= paramahaṃsa, una categoria d’asceti) – è tipicamente negativa, venendo essi rappresentati nel ruolo di briganti e impostori, ovvero di esaltati e fanatici. Gli stessi dèi hindū riflettono il paradigma dell’India selvaggia (che necessita della ‘missione civilizzatrice’ dell’Occidente): essi hanno forme grottesche e sono lascivi e feroci, implicitamente ricondotti alla non-verità del pittoresco. Allo sguardo razionale e laico, positivista di Salgàri (e della cultura europea), queste divinità non reggono il mondo, ma ispirano solo la malvagità, la follia dei loro adoratori. Tra le ‘sette’ degli indiani, spicca per barbarie e ferocia proprio quella dei ‘thug‘, gli strangolatori armati di laccio e fazzoletti di seta devoti alla dea Kālī, sempre assetata del sangue di nuove vittime. I sentimenti predominanti oscillano tra un’esotica meraviglia e il disgusto, tra riprovazione morale e fascinazione morbosa per l’orrido di cui è emblema proprio la confraternita dei ladri-assassini, i quali, va ricordato, saranno annientati durante il governatorato di Lord Bentinck, attivo tra il 1828 e il 1835. Ecco ad esempio come Salgàri, ne Le due Tigri, ci descrive la dea venerata dai ‘thug‘:

[Kalì], la moglie del feroce Śiva, il dio sterminatore, era raffigurata come una donna negra con quattro braccia, di cui uno brandiva una specie di daga e un altro reggeva una testa mozza. Una collana di teschi umani le scendeva fino ai piedi e una cintura di mani tagliate le stringeva i fianchi, mentre dalla bocca sporgeva la lingua, che gli artisti indiani avevano dipinto in rosso, per ottenere un maggior effetto. Dinanzi le stava un gigante coricato ai suoi piedi [Śiva quale “grande cadavere”, mahāśava], e ai fianchi si vedevano due figure di donna, smunte e smilze, coperte solo da una lunga capigliatura, che scendeva fino alle ginocchia. Una reggeva un cranio umano che teneva accostato alle labbra come se vi bevesse dentro, mentre un corvo pareva che attendesse, col becco aperto, qualche goccia di sangue; l’altra mordeva ferocemente un braccio umano, e una volpe la guardava come se reclamasse la sua parte.

‘È quella la dea dei thugs?’ chiese Sandokan sottovoce.
‘Sì, capitano’, rispose Kammamuri.
‘Non potevano inventarne una più spaventevole’.
‘È la dea delle stragi’.
‘La vedo, una dea che fa paura’.

(E. .Salgari, Le due Tigri, Milano, Antonio Vallardi, 1971 (Genova, Donath, 1904), p. 49).

Anch’io ho ricevuto la mia ‘iniziazione’ all’India in età adolescenziale proprio tramite la lettura dei romanzi di Salgàri. E la rappresentazione salgariana dei ‘thug‘, così efferata e sanguinaria, rimane indelebilmente scolpita nella memoria. Di fatto, non si può non osservare che nei ‘discorsi’ che da parte occidentale s’intessono sull’India, soprattutto dal periodo romantico in poi, s’oscilla tra due estremi: dalla venerazione senza riserve, ove l’India è magnificata quale culla della Sapienza e i guru sono osannati quali esseri divini depositari della gnosi suprema e di sovrumani poteri, all’infuocata denuncia delle assurde, pericolose superstizioni degli indù e delle loro detestabili imposture. Questi cliché antitetici coesistono in Occidente sin dal periodo ellenistico, e insieme contribuiscono a forgiare l’immaginario d’un esotismo al tempo stesso sublime e mostruoso, che alimenta di generazione in generazione sempre nuovi miti, e che sfocia ora in entusiastico innamoramento, ora in astioso disprezzo. Si tratta di pre-comprensioni ideologiche ereditate nei secoli, di aspettative che ‘colorano’ il nostro approccio al proteiforme mondo indiano, e di cui sovente non siamo neppure consapevoli…

…Della società thag l’autrice analizza con dovizia di dettaglio i contesti sociali e le trasformazioni storiche, inquadrandole all’interno dei diversi approcci storiografici, contro ogni deriva atemporale che vagheggia un’ India ‘eterna’, sempre uguale a se stessa. La nostra studiosa dimostra al contempo perizia d’indologa e di storica: ella sa districarsi abilmente tra i miti fondativi concernenti la dea dei thag nella letteratura purāṇica in lingua sanscrita, come anche tra le diverse forme storiche assunte dal ‘thaggismo‘, che qui scopriamo essere molto più articolate e plurali di quanto sospettassimo, per nulla uniformi o monolitiche, con ampia variabilità regionale. È così che Monica Guidolin ci guida passo passo, con sicurezza e chiarezza espositiva, nella ‘giungla’ dei thag, accompagnandoci in un viaggio straordinario: dal preliminare inquadramento etimologico dell’origine della parola thag, alla discussione sulla molteplicità di caste e identità cui fanno capo gli adepti della confraternita, tra travestimenti e relazioni sociali; dalle pagine sul tema dello strangolamento quale sacrificio rituale e dei riti d’iniziazione – fondamentale caposaldo delle religioni dell’India – sino ad affrontare ‘mondi’ thag quali quelli dei Pindāri, dei Bhanjāra e dei Naga, con illustrazione delle loro complesse dinamiche socio-familiari, compresi i rapporti uomo-donna. I capitoli finali illustrano la storia thag nel periodo della dominazione coloniale britannica, che pianificherà il loro sterminio. Al tempo stesso, la Guidolin c’invita a non considerare la soppressione dei thag, variamente definiti tribù, setta o casta, quale un ‘ultimo atto’, la fine definitiva della loro storia. Il capitolo conclusivo del libro s’interroga infatti su di una possibile ‘ripresa’ thag nell’India contemporanea, richiamando la figura carismatica di Phoolan Devi, la ‘regina dei banditi’…
A. Rigopoulos, Venezia, 15 settembre 2011