Percorsi storici. A cura di Monica Guidolin

La via indiana dello sviluppo: 1947 – 1980.

primo ministro NehruLa grande sfida dell’India odierna potrebbe tradursi con questo interrogativo: perché la crescita indiana non è in grado di ridurre più rapidamente la povertà ?

Sul piano interno, il lento ma inconfutabile risveglio indiano è caratterizzato da una doppia sfida: un sistema politico democratico (650 milioni di elettori iscritti nel 2004) e una massa di poveri (27% della popolazione) che interpella l’economia dello sviluppo sul legame tra democrazia e decollo economico e sul rischio di questo dualismo che ha caratterizzato, nel passato, molti dei paesi in via di sviluppo.
I lavori del premio nobel per l’economia Amartya Sen costituiscono, a tal proposito, una sintesi teorica della combinazione originale di quattro tradizioni che l’India continua a mantenere e forse conserverà negli anni a venire:

1. un “gandhismo” conservatore, oggi molto presente nelle ONG indiane;
2. un “nehruismo” social-democratico sempre in vigore all’interno del partito del Congresso;
3. un socialismo più vicino alla tradizione comunista, tipico soprattutto degli stati del West Bengala e del Kerala;
4. un “lakshmismo” profondo (dal nome della dea indiana della prosperità Lakhsmi) delle comunità d’affari che ispira un capitalismo indiano molto colorato di liberalismo e in pieno slancio a partire dalle riforme degli anni 1980.

Alla luce di queste considerazioni, quale collocazione e quale ruolo l’India si prepara ad assumere in questa nuova geoeconomia mondiale ?

Comprendere l’India d’oggi passa necessariamente attraverso un piccolo passo verso il passato, per due ragioni. La prima, che definiremo oggettiva, riguarda la lunga storia dell’economia mondiale che comporta delle fasi di contrazione-espansione delle grandi zone del mondo. A questo titolo, i lavori storici dell’economista Angus Maddison, dimostrano che, verso il 1700, l’India era con la Cina una delle due prime economie mondiali, con circa il 23% del PIL mondiale ciascuna.
La seconda, più soggettiva, concerne i meccanismi del declino osservato a partire dal XVIII secolo: l’economia indiana vide la sua posizione regredire attorno al 16% del PIL mondiale nel 1820; l’accelerazione del declino nel corso del XIX secolo portò tale dato ad un basso storico del 3,8% negli anni 1950. Il termine “soggettiva” designa le rappresentazioni in India delle cause esogene di questo declino, in particolare la colonizzazione britannica. Esse sono ugualmente all’origine delle politiche di sviluppo attorno al concetto centrale di autonomia, vero leitmotiv degli anni post-indipendenza che è durato fino agli anni 1980 e del quale si trovano ancora tracce nelle mentalità collettive. Soggettiva, ugualmente, poiché il rimbalzo attuale dell’India attinge la sua ispirazione, la sua fiducia ritrovata, nell’immaginario di una civiltà cinque volte millenaria che ha effettivamente conosciuto dei momenti fasti nel corso della sua storia.
A tal proposito è certo che l’India abbia conosciuto nel passato dei regni floridi con delle caste mercantili dinamiche che furono all’origine dell’espansione commerciale marittima verso l’Asia del Sud-Est e del Medio-Oriente, celebre sotto il nome di “via delle spezie”, con dei centri commerciali dinamici come Malacca. Allo stesso modo, l’intensificarsi dei commerci via terra, attraverso la “via della seta”, che attraversa i passi dell’attuale Pakistan per raggiungere i porti del Gujarat (Surat), fece la fortuna delle caste mercantili jaina o marwari, ancora oggi pilastri dell’economia indiana.
In breve, dopo la conquista delle dinastie turco-afgane e il loro stabilirsi nella pianura gangetica, nel corso del XIV e XV secolo, il sub-continente subì una frammentazione tra i sultanati del nord e i regni del Deccan. Al sud, invece, fu il regno di Vijayanagar ad essere protagonista indiscusso della scena politica, regno che abbagliò i primi navigatori portoghesi per lo splendore della città e i fasti dell’esercito.
Sulla costa ovest della penisola, gli stati del Malabar conobbero la nascita di una classe mercantile molto attiva nel traffico delle spezie nell’oceano Indiano, in particolare del pepe e dello zenzero. Sull’altra costa, la dinastia dei Gajapati (maestri di elefanti) portò l’Orissa, oggi uno degli stati più poveri dell’India, all’apice della sua potenza tra il 1435 e il 1568, grazie alle culture del riso, della canna da zucchero, delle spezie e del sale. Fu proprio questa l’India che attirò sul suo suolo i mercanti stranieri, dapprima arabi e successivamente europei.

La costituzione dell’impero Moghul (1556 – 1739) s’iscrive in quest’apogeo a dispetto delle campagne militari incessanti che il sub-continente conoscerà e di un cambiamento importante delle strutture economiche. All’inizio del regno di Akbar, nel 1556, l’India contava da 100 a 145 milioni di abitanti di cui il 60% facenti parte dell’impero propriamente detto. Si trattava della più grande popolazione mondiale di cui il 15 – 20% viveva nelle zone urbane.
Con l’arrivo degli inglesi l’India conobbe due fasi distinte. La prima (1757 – 1858) fu la fase della East India Company: il ristagno agricolo, combinato ad un aumento accelerato della popolazione, si nutrì dell’instabilità amministrativa dato che la nuova potenza s’interessò essenzialmente all’esportazione delle ricchezze commerciali del paese. La seconda fase (1858 – 1947), cominciò con l’estensione del dominio britannico al sub-continente per concludersi con la partizione del 1947.
Al di là delle cifre e delle analisi già viste in precedenza, il declino dell’economia indiana sotto la colonizzazione britannica si articolò attorno ad un triplice meccanismo messo bene in evidenza da due economisti indiani, Datt e Sundharam (2004):
– il declino dell’artigianato e la progressiva ruralizzazione dell’economia indiana;
– la creazione di un nuovo sistema fondiario e l’orientamento verso colture destinate all’esportazione;
– infine, un metodo industriale subordinato agli interessi della metropoli e sottomesso ai capricci della congiuntura mondiale marcata dalla grande crisi degli anni 1930.
Mentre l’artigianato e la piccola industria rurale sparivano di fronte alla concorrenza della grande industria sviluppata in un primo momento dai britannici, le comunità mercantili indiane come i Parsi, i Banya del Gujarat, i Marwari, etc, cominciarono ad accumulare dei grossi capitali e una capacità tecnica che permise loro di prendere progressivamente l’ascendente economico sui colonizzatori. Si stima che essi controllassero il 70% dell’economia indiana alla vigilia dell’indipendenza, contro il 30% del capitale straniero.

L’indipendenza dell’India arrivò in un clima di forte instabilità politica ed economica che durò almeno fino alla nascita della Costituzione, nel 1950.

L’era nehruviana

A caratterizzare la storia dell’India indipendente, fino alla fine degli anni Ottanta, fu la presenza di un sistema politico-economico e di un’ideologia dotati di tratti particolari. Questi erano:
– la democrazia politica (sia come sistema, che come ideologia);
– la presenza di un partito politico dominante caratterizzato da una vivace democrazia interna;
– il prevalere dell’ideologia laica;
– un sistema economico contraddistinto dall’intervento dello stato e dal protezionismo.
Alcuni di questi elementi furono in tutto o in parte un’eredità del periodo coloniale; altri furono una più diretta espressione delle convinzioni personali e dell’azione politica del primo ministro. In ogni caso, l’operato politico di Nehru ebbe un ruolo fondamentale nel saldare in un tutto unico questi disparati elementi, dando origine ad un sistema e ad una temperie politica che possiamo ben catalogare come età nehruviana. L’età nehruviana non terminò alla morte del primo ministro. Anche se, già a partire dalla fine degli anni Sessanta molti degli elementi caratterizzanti del sistema cominciarono a deteriorarsi, la parte essenziale di essi e il sistema nel suo complesso sopravvissero fin verso la fine degli anni Ottanta. Fu solo negli anni Novanta, in particolare a partire dal 1991, che il sistema nehruviano venne meno, sia pure con la cruciale eccezione della democrazia politica. Da quel momento iniziò una fase le cui caratteristiche, anche se lungi dall’essere ancora chiare, sono tuttavia tali da giustificare l’affermazione che l’era nehruviana è ormai finita.
Il 26 gennaio 1950 vi è l’approvazione della nuova Costituzione. Con 395 articoli, essa divenne la più lunga del mondo e riprese (integralmente o con modifiche minime) 250 articoli presenti nel Governement of India Act del 1935. La nuova costituzione fece dell’India una repubblica e un’unione di stati basati su un sistema politico esplicitamente democratico e laico. La caratteristica fondamentale del sistema era data dall’introduzione del suffragio universale (maschile e femminile) per tutti i cittadini dai 21 anni in sù. La costituzione indiana fissava con chiarezza una serie di diritti fondamentali che, insieme all’introduzione del suffragio universale, rappresentavano l’aspetto più progressista dell’intero dettato costituzionale. I principi fondamentali garantivano la libertà religiosa, la libertà d’espressione, la libertà di riunione, la libertà d’associazione, la libertà di spostamento e, soprattutto, l’uguaglianza dei singoli cittadini di fronte alla legge. Quest’ ultimo principio, fissato nell’articolo 14, veniva ribadito nell’articolo 15, che proibiva ogni discriminazione in base alla religione, alla razza, alla casta, al sesso, al luogo di nascita. L’articolo 17, infine, aboliva l’intoccabilità e ogni discriminazione ad essa connessa.
Il sistema creato dalla costituzione prevedeva l’introduzione del sistema parlamentare sia a livello di governo centrale, sia a livello di governo dei singoli stati dell’Unione. Il governo, capeggiato da un primo ministro, era espressione della maggioranza parlamentare. La democraticità del sistema era però potenzialmente limitata dall’esistenza di poteri eccezionali, attivabili in caso di emergenza e dal fatto che, nei singoli stati dell’Unione, i governatori non erano eletti dai cittadini, ma erano scelti dal presidente della repubblica, su indicazione del primo ministro.

Con l’indipendenza, il ministro Nehru, laico, progressista e punto di riferimento delle varie correnti di sinistra presenti nel Congresso, era diventato l’idolo delle masse. Era un uomo di grandissime capacità e di immense ambizioni, non tanto a livello personale, quanto sul piano del ruolo che intendeva giocare come costruttore di una nuova India, moderna, laica, democratica e rispettata a livello internazionale. Egli, il 9 settembre 1951 divenne il leader incontrastato del Congresso, un vero e proprio monarca senza corona, non diversamente da Gandhi nei suoi periodi di maggior potere.

Nehru, fra la fine del 1954 e l’inizio del 1955, enunciò in maniera sempre più esplicita l’obiettivo di creare una società basata su un modello “socialistico” . Questa politica si articolò in due punti chiave: il primo (1) comportava il potenziamento dell’intervento statale in economia, non solo aumentando il numero di settori economici di esclusiva competenza dello stato, ma soprattutto ponendo con molto rilievo l’obiettivo di creare a tappe forzate l’industria pesante di base. Il secondo punto (2) prevedeva una radicale ristrutturazione del mondo rurale che si concludesse in tempi brevi con la socializzazione dell’agricoltura.
Questi due obiettivi rappresentavano le due facce della medesima medaglia e avevano una loro ben precisa logica economica.
La decisione di creare una vasta industria di base rispondeva alla necessità di sottrarre l’economia indiana alle distorsioni e ai condizionamenti che, nell’opinione di pianificatori indiani, sarebbero stati l’inevitabile corollario della dipendenza economica in tale settore dai paesi già industrializzati.
Ma i risultati degli investimenti nell’industria, in particolare nell’industria pesante, avrebbero portato ad un aumento della disponibilità di beni di consumo solo nel lungo termine. Di per sé, questo significava che il processo di industrializzazione forzata, voluto da Nehru e dai suoi collaboratori, avrebbe scatenato un’ondata inflazionistica. Questa avrebbe avuto effetti esiziali soprattutto sugli strati più poveri della popolazione. Con il secondo piano quinquennale, la creazione di cooperative, non solo di servizio, ma anche di produzione, divenne un obiettivo fondamentale da perseguire in tempi brevi.

La politica di sviluppo voluta da Nehru ebbe una serie di limiti. A parte quelli di natura più strettamente economica, il suo fallimento più doloroso fu che, nonostante i conclamati obiettivi “socialistici” di tale politica, la distribuzione della ricchezza, lungi dall’assumere un aspetto più egalitario, favorì in maniera crescente una minoranza della popolazione. La scelta di privilegiare lo sviluppo dell’industria pesante, cioè di un’industria a basso contenuto di forza lavoro, giocò certamente un ruolo in questo risultato. Ma ancor più importante fu il fatto che lo sviluppo pianificato voluto da Nehru relegò l’istruzione di base al ruolo di Cenerentola, trascurandone in modo grossolano la sovvenzione e lo sviluppo. Con la morte di Nehru, avvenuta il 24 maggio 1964, la politica di piano venne sospesa, i fondi all’industria pesante di stato vennero drasticamente ridotti, i controlli statali sull’industria privata vennero ridimensionati in maniera sostanziale, i programmi di riforma terriera e di ristrutturazione del mondo rurale vennero abbandonati. A questo fece riscontro la diminuzione o, in certi casi, l’abolizione pura e semplice dell’imposta terriera da parte degli stati dell’Unione e il massiccio aumento degli investimenti del governo centrale a favore dell’agricoltura. Tuttavia, in una situazione di immobilismo a livello sociale, l’aumento di fondi all’agricoltura significò una politica di sussidi alle élite agrarie.
Dal punto di vista economico, la nuova strategia politica dette origine alla cosiddetta rivoluzione verde. Essa subì una serie di battute d’arresto e, in ogni caso, raggiunse il massimo delle proprie potenzialità solo nel caso del grano e nelle zone tradizionalmente produttrici di grano.
Dopo Nehru, a cavalcare la scena politica indiana in seno al Congresso fu la figlia Indira Gandhi, con una clamorosa vittoria nel 1971, grazie allo slogan garibi hatao (sbarazziamoci della povertà) che mobilitò gli strati più poveri della popolazione. Una delle misure chiave della nuova politica riformista della Gandhi, riguardò la nazionalizzazione del sistema bancario, con l’opportunità di orientare il credito a favore della piccola industria e, soprattutto, del settore rurale. I crediti, così distribuiti avrebbero dovuto essere concessi non più sulla base di garanzie d’ordine economico da parte del richiedente (ciò che avrebbe automaticamente escluso gli strati più poveri), ma in base all’utilità sociale del progetto per il quale si richiedevano i finanziamenti. In realtà, i crediti continuarono a essere distribuiti, almeno nella maggioranza dei casi, in base ai tradizionali criteri di economicità, quindi a beneficio dei medi e piccoli industriali e, soprattutto, a favore delle élite agrarie. In verità, il Congresso della Gandhi divenne una copia conforme del Congresso di Nehru e, come quello, un’organizzazione che sposava la disponibilità ad accettare a livello verbale audaci programmi di riforma con la volontà di boicottarli in maniera coperta, ma effettiva, al momento della loro concreta attuazione, qualora andassero contro gli interessi dei gruppi sociali dominanti. Tuttavia, vi era una differenza decisiva fra il partito di Nehru e quello di Indira: con l’atteggiamento autoritario e autocrate della Gandhi il Congresso fu privato di una serie di funzioni di cruciale importanza. Esso perse il ruolo di strumento di raccolta d’informazioni sulla situazione reale della base sociale, quello di canale di trasmissione delle esigenze dei quadri del partito nei confronti della leadership e, soprattutto, quello di foro d’arbitrato fra i molteplici e contraddittori interessi presenti nella società indiana.
Ben presto si assistette a degli insuccessi nelle riforme economiche e sociali, ai quali si accompagnò il malgoverno in particolare di certi governi statali e fenomeni di corruzione che finirono per coinvolgere i vertici stessi del partito, arrivando a lambire lo stesso primo ministro. La situazione della Gandhi, infatti, venne compromessa da vicende giudiziarie legate ad accese irregolarità che si sosteneva essere state da lei commesse nella campagna elettorale del 1971. Nel giugno 1975, l’Alta Corte di Allahabad dichiarò non valida l’elezione della Gandhi nel 1971 e la bandì da ogni carica elettiva per un periodo di sei anni. Costei, lungi dal dimettersi, proclamò, avendone la facoltà, lo stato d’emergenza interna da parte del presidente della repubblica, instaurando un vero e proprio regime dittatoriale. Era il 26 giugno 1975.
Dopo il totale insuccesso nelle elezioni del 1977, la Gandhi dovette lasciare la scena politica a favore del Bharatiya Janata Party (partito nazionalista hindu), un’assenza che durò, in realtà, fino al 1980, quando, grazie ad una campagna elettorale basata sulla promessa di dare al paese “un governo che lavora”, il Congresso ottenne il 43% del voto popolare, conquistando 350 seggi su 529. Al momento della riconquista del potere, la Gandhi ereditò una situazione economica assai difficile. Nel 1979-1980 il paese aveva attraversato il peggior periodo di carenza di piogge a partire dall’indipendenza. Il risultato fu un declino del 5,2 % del PIL rispetto al precedente anno fiscale, a cui si accompagnò l’avvio di un processo inflazionistico.
Si dovrà attendere il 31 ottobre 1984 per assistere ad un cambio di scena e ad uno stile politico nuovo: Rajiv Gandhi, figlio della stessa Indira, prestò giuramento come primo ministro e iniziò il suo mandato. L’ideologia tecnocratica e modernizzatrice di Rajiv Gandhi aveva un sano disprezzo per la politica nehruviana di pianificazione e di intervento dello stato nell’economia. Non stupisce quindi che Rajiv, pur mantenendo la politica di piano, la riorientasse in modo da promuovere l’espansione del capitale privato e la liberalizzazione dell’economia indiana. La crescita economica continuò ininterrotta per l’intera durata del mandato di Rajiv e oltre, ma ad un prezzo di un crescente indebitamento interno ed esterno. Questo indusse il governo indiano, in occasione del bilancio del marzo 1989, ad imporre un radicale innalzamento di tasse e tariffe, provocando un’impennata nel prezzo dei beni di consumo durevole. Inoltre, al pari del nonno, Rajiv Gandhi amava calcare il palcoscenico mondiale, facendosi campione e portavoce della causa dei paesi afro-asiatici. Sotto la sua leadership, quindi, l’India entrò in una nuova fase di attivismo in politica estera. Fu proprio con il governo di Rajiv che si assistette ad un percettibile miglioramento dei rapporti con gli Usa, ormai diventati il principale partner commerciale dell’India.

Le strutture dell’economia indiana

L’evoluzione della popolazione

Il processo di transizione demografica in India, si scandisce in quattro fasi distinte a partire dal 1891. In una prima fase, fino al 1921, la popolazione da 236 raggiunse i 251 milioni, con un tasso annuale del 19 %. La natalità era forte, attorno a 49,2 nascite per 1000 abitanti, ma il tasso di mortalità contava ugualmente il 48,6 ‰.
La seconda fase 1921-1951 fu caratterizzata da una crescita demografica in accelerazione, attorno all’ 1,2 % per anno. Si assiste ad una diminuzione del tasso di natalità che va al di sotto del 40 ‰ nel 1941-1950, e di un tasso di mortalità in diminuzione più rapida attorno al 27,4 ‰ durante questo decennio.
La terza fase 1951-1981 conobbe un picco di crescita naturale del 2,1 % per anno, che aggiunse 322 milioni di abitanti ad un paese che ne contava 361 nel 1951. Il tasso di natalità scese al 37,2 ‰ nel 1971-1980, ma il tasso di mortalità cadde al 15 ‰.
La quarta fase 1981-2001 vede un leggero rallentamento della crescita demografica pari al 2,1% nel corso del primo decennio, poi all’1,9% durante il secondo, ma la popolazione aumentò di 344 milioni di abitanti durante questo periodo. Gli indici di natalità e di mortalità segnalano tuttavia che la quinta fase in corso corrisponde all’annuncio di una fine di transizione demografica possibile nei prossimi trent’anni. Il tasso di natalità è sceso al di sotto del 25‰ e il tasso di mortalità si situa al di sotto dell’ 8 ‰. Con un tasso di fertilità attorno a 2,5 bambini per donna e in riduzione progressiva ogni anno, il tasso di natalità potrebbe rallentarsi fino al 21,4 ‰ nel periodo 2011-2016. La crescita naturale potrebbe così andare al di sotto di 1,4 % con una popolazione di 1 264 milioni nel 2016. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite la popolazione indiana sarà di 1,5-1,6 miliardi nel 2050, al di sopra della popolazione cinese nel 2030, con uno scarto molto significativo alla fine del secolo: 1,9 – 2 miliardi di abitanti contro 1,2 della Cina.

Urbanizzazione e migrazione

La rivoluzione demografica indiana si è accompagnata da una densificazione importante del territorio. Da 77 abitanti per km2, la densità media è passata a 324 ab/km2 nel 2001, un po’ meno del Giappone con 336 ab/km2 . Essa dovrebbe dunque accrescere circa del 50 % nei prossimi 50 anni e stabilizzarsi attorno a 650 ab/km2 alla fine del secolo, cinque volte il livello medio cinese attuale e non troppo lontano da quello della Corea del Sud (493). La vera pressione demografica dipende in realtà dalla distribuzione sul territorio e dalla natura delle attività economiche. Se la ripartizione della popolazione indiana beneficia di una minore concentrazione della vicina cinese, evidentemente a ragione della sua storia e di una struttura politica federale, la pressione demografica varia da 1 a 9 tra il Bengala (904) e il Jammu e Kashmir (99). Le densità più forti riguardano gli stati poveri, dalle prospettive demografiche inquietanti, come il Bihar (880) o l’Uttar Pradesh (689) che vedranno la loro popolazione raddoppiare. La chiave di questa pressione umana dipende, dunque, dalle migrazioni tra Stati e dall’urbanizzazione, relativamente legate.

L’agricoltura indiana

Paese famoso per le sue carestie, anche se l’ultima risale al 1943 nel Bengala, l’India è in realtà un gigante agricolo. Quarta potenza agricola del mondo dietro la Cina, l’ex-URSS e gli Stati Uniti, il paese dispone della settima superficie del mondo ma della seconda superficie coltivata dopo gli Stati Uniti, e della seconda popolazione rurale dopo la Cina: 1 cittadino del mondo su 5 vive in India. Inoltre, l’India è il primo produttore mondiale di latte, di thé o spezie, il secondo per la frutta o la canna da zucchero (dopo il Brasile) e dopo la Cina e gli Stati Uniti.
Grazie alla diversità dei climi, il 60 % della superficie del paese è coltivata: 190 milioni di ettari contro i 130 della Cina. Più della metà della popolazione attiva è impiegata nell’agricoltura e 70% ca della popolazione è rurale. Il ciclo dei monsoni, particolarità climatica importante del sub-continente, con i suoi raccolti d’estate (kharif) e d’inverno (rabi), influenza ancora moltissimo le fluttuazioni dell’economia indiana, nonché della politica.
La crisi agricola del 1965-1966 farà accelerare la rivoluzione verde mettendo l’obiettivo di autosufficienza al centro di tutta la politica economica del paese. Questa fase intensiva riposa su un insieme di componenti legate all’introduzione delle varietà di sementi ad alto rendimento, essenzialmente il grano e il riso, sperimentate qualche anno prima in Messico e nelle Filippine. Ciò consiste nell’irrigazione, nell’utilizzo di fertilizzanti chimici, nello sviluppo di attrezzature per le riserve e la distribuzione, ed infine nei meccanismi istituzionali essenziali come il credito rurale, una politica di sostegno dei prezzi, di stoccaggio a livello nazionale, e un sistema pubblico di distribuzione, che mira ufficialmente a mantenere dei prezzi bassi per la popolazione modesta o povera grazie a delle sovvenzioni.

L’industria

Mentre la Cina si pone da qualche anno al centro mondiale dell’industria manifatturiera, il decollo industriale indiano appare molto più lento. I segni recenti di una accelerazione, a partire dall’apertura del 1991, mostrano uno schema di industrializzazione molto diverso dal modello cinese di produzione di massa a vocazione esportatrice. Il modello indiano è meno specializzato, meno aperto, indirizzato verso la varietà e un forte valore aggiunto unitario per la sua parte moderna, al fine di compensare degli handicap strutturali come nelle infrastrutture.
Il tabù politico delle privatizzazioni ancora oggi si traduce attraverso una fase di consolidamento graduale attorno ad un nodo duro concentrato nelle industrie di base come l’energia, la petrolchimica, o le telecomunicazioni, ma aperto ormai alla concorrenza privata. Gli altri settori conoscono un movimento lento di non investimento pubblico, soprattutto negli Stati che concentrano più della metà del settore pubblico e che non hanno più i mezzi per sovvenzionarli. La particolarità dell’India resta, tuttavia, la predominanza del carattere familiare delle grandi imprese anche se si nota una professionalità crescente dei quadri dirigenti come il gruppo Tata, primo gruppo privato del paese. Un altro tratto della persistenza delle scelte passate, è l’importanza della piccola industria. Essa realizza circa il 40 % della produzione industriale, circa un terzo dell’esportazione, e rappresenta il vero fornitore di occupazione (65 %) con una crescita annuale dal 4 al 5 %, che ne fa una valvola di sicurezza essenziale, soprattutto nelle zone rurali.

 

Riferimenti bibliografici:

(Boillot, Jean-Joseph , L’économie de l’Inde, La Découverte, Paris, 2006)

 

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