Da tempo avevo accumulato sullo scaffale una pila di libri a me particolarmente cari, con l’intenzione prima o poi di segnalarli all’interno di Indika. Finalmente sono riuscito a trovare il tempo per farlo, pertanto vi propongo una carrellata di riferimenti bibliografici mirati, che spaziano dal Subcontinente indiano al Medio Oriente. Non riesco a scrivere la ‘mia’ recensione, tuttavia riprendo la presentazione direttamente dalla quarta di copertina. Tutti i libri proposti sono a mio parere di grande interesse e ne consiglio vivamente la lettura.

Un’estate a Teheran

Di Farian Sabahi

Editori Laterza

«Il libro di Farian Sabahi è un viaggio attraverso la società iraniana. Le interviste, i colloqui con gli ayatollah, le conversazioni occasionali durante una corsa in taxi, la descrizione degli uomini e delle donne nelle loro occupazioni quotidiane aggiungono prospettiva e colore a un quadro che è divenuto in questi ultimi anni, nella percezione occidentale, sempre più piatto e monotono. Leggerlo può essere, soprattutto in questa fase politica, particolarmente utile.» Dalla Prefazione di Sergio Romano

Nella rappresentazione semplificata delle vicende internazionali, soprattutto dopo i grandi «scontri di civiltà» con l’islamismo radicale, l’Iran è soltanto un altro paese Un'estate a Teheranmusulmano, un po’ più complicato, indecifrabile e minaccioso di quelli che compongono la grande regione mediorientale. Ha un regime che definiamo «teocratico». È governato da uomini che indossano turbanti bianchi o neri e fanno le loro dichiarazioni politiche dal pulpito di una moschea durante la preghiera del venerdì. Ha un presidente che mette in discussione la verità storica del genocidio ebraico. È popolato da donne velate ed è perlustrato da guardie della rivoluzione che misurano la lunghezza degli spolverini, l’ampiezza degli abiti e la lunghezza della ciocca di capelli che spunta da un grande scialle nero chiamato ciador. Ed è beninteso uno «Stato canaglia» che finanzia il terrorismo, mente all’Agenzia internazionale dell’energia atomica e sta segretamente preparando la costruzione di un ordigno nucleare che gli permetterà di dominare la regione.Ma non appena avrà cominciato a leggere il libro di Farian Sabahi il lettore scoprirà, tra l’altro, che uno dei migliori piloti di rally iraniani è una donna, che uno degli sport preferiti dalle donne iraniane è il kickboxing, che il regime non riesce a impedire un fiorente mercato di film vietati registrati su dvd, che i divorzi sono frequenti e che esistono cliniche legalmente riconosciute in cui i transessuali sono operati nei due sensi. La sodomia è duramente punita, ma un uomo può diventare donna e sposare felicemente il compagno della sua vita precedente. Proverò a spiegare questi apparenti paradossi e a suggerire le ragioni per cui la lettura di questo libro può essere, soprattutto in questa fase politica, particolarmente utile.L’Iran non è una creazione coloniale, disegnata a tavolino dalle grandi potenze che si contesero il controllo della regione negli anni del Grande Gioco, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. È un vecchio Stato, con un’identità storica e una continuità istituzionale comparabili soltanto, nel mondo musulmano, a quelle della Turchia ottomana e dell’Egitto. Ha avuto una corte, un’aristocrazia imperiale, una buona borghesia, una classe mercantile, una letteratura, una poesia, una cinematografia, un’arte figurativa. E ha da molte generazioni una diaspora sparsa per il mondo, composta di studenti, ricercatori, artisti, uomini d’affari che hanno una formazione internazionale, uno stile di vita europeo o americano, ma non hanno mai rotto i vincoli che li uniscono al paese da cui provengono.La rivoluzione khomeinista può apparire retriva e anacronistica, ma è per molti aspetti il risultato di un riflesso patriottico. Lo scià Muhammad Reza Pahlavi era, a modo suo, un modernizzatore, ma aveva macchie che divennero con il passare del tempo sempre più evidenti e intollerabili. Sedeva su un trono che gli era stato restituito grazie al colpo di Stato organizzato nel 1953 da due potenze straniere, era il principale satellite degli Stati Uniti nel Golfo Persico ed era responsabile di un’economia in cui spreco e corruzione avevano generato grandi ricchezze e grande povertà. L’ayatollah che tornava dall’esilio e il 1° febbraio 1979 scese all’aeroporto di Teheran fu accolto, assai più di Lenin alla stazione di Finlandia, come un liberatore e divenne leader nazionale soprattutto dopo l’invasione irachena dell’Iran nel 1980. I paesi che sostennero il regime di Saddam Hussein (e chiusero un occhio quando il raìs iracheno ricorse all’impiego di gas tossici) farebbero bene a ricordarlo. Mentre gli Stati Uniti e buona parte dell’Europa parteggiavano più o meno esplicitamente per l’aggressore, il conflitto stava fornendo alla rivoluzione iraniana milioni di combattenti che sarebbero diventati i veterani di una guerra patriottica e, grazie ai sussidi del regime, uno dei pilastri della Repubblica islamica. Qualcosa del genere sta accadendo oggi. Le sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu il 23 dicembre 2006, l’opposizione degli Stati Uniti al programma nucleare iraniano e le minacce che traspaiono dietro la politica della presidenza Bush contribuiscono a rafforzare il regime e persino a puntellare la traballante leadership di Mahmoud Ahmadinejad, eletto nel 2005 alla presidenza della Repubblica.Chi non smette di deplorare l’avvento degli ayatollah al potere dovrebbe piuttosto chiedersi, a questo punto, perché una classe dirigente così occhiuta e fanaticamente rigorosa non sia mai riuscita a spegnere la vitalità della società iraniana. Il decennio riformatore dell’hojatoleslamKhatami, eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio 1997 e poi per un secondo mandato nel 2001, può essere interpretato con due chiavi di lettura. È un fallimento per chi constata che il presidente riformatore non poté allentare i vincoli del sistema sacerdotale e non riuscì a rompere la gabbia di pesi e contrappesi con cui gli ayatollah si erano attribuiti il diritto di mantenere la democrazia iraniana in condizioni di libertà vigilata. È un successo per chi riconosce a Khatami il merito di avere liberato le energie giovanili di una società straordinariamente vivace.

Farian Sabahi, di padre iraniano e madre italiana, è nata e cresciuta in Italia; ha studiato alla Bocconi di Milano e alla School of Oriental and African Studies di Londra, dove ha conseguito il dottorato. All’Università di Ginevra è stata titolare del corso sulla Storia dell’Iran del Novecento. Attualmente insegna Islam e democrazia alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino e al Master in International Human Rights dell’Università di Siena. È autrice di numerosi saggi, tra cui Storia dell’Iran (Milano 20062) e Islam: l’identità inquieta dell’Europa. Viaggio tra i musulmani d’Occidente (Milano 2006). È opinionista della “Stampa” e consulente del TG1.

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